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Bart D. Ehrman. 
 
La verità sul Codice da Vinci. 
Un grande storico svela i segreti del libro che ha affascinato il mondo. 
 
Titolo dell'opera originale: Truth and Fiction in The Da Vinci Code. 
Traduzione di Elisa Banfi, Cristina Cavalli, Emanuela Cervini, Valentina Manzoni. 
 
In copertina: Leonardo da Vinci, Ultima Cena (elaborazione di un particolare) Milano, Santa Maria 
delle Grazie. 
 
Art director: Giacomo Callo. 
Progetto grafico: Cristiano Guerri. 
 
Copyright 2004 by Oxford University Press, Inc. 
© 2005 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano. 
Prima edizione eBook Reader febbraio 2005. 
 
ISBN 88-520-0353-3. 
 
RISVOLTO. 
 
Il codice Da Vinci di Dan Brown, il più grande bestseller degli ultimi anni, è stato in vetta alle 
classifiche dei libri in tutto il mondo per molti mesi e il suo successo sembra non esaurirsi. 
L'aspetto sorprendente del romanzo al cui fascino nessuno sembra sfuggire è che l'autore ha 
costruito la trama intessendo vicende frutto della sua fantasia con rivelazioni storiche sconvolgenti 
che, se confermate, cambierebbero in modo radicale il nostro rapporto con la religione cristiana. 
 
Bart D. Ehrman, eminente studioso del cristianesimo delle origini, dimostra in un saggio 
accessibile e ricco di informazioni che il libro di Dan Brown è così ben congegnato da rendere 
complesso il lavoro di chi cerca di distinguere nelle sue pagine fatti e finzioni. 
È vero che nell'antichità la Chiesa scelse di privilegiare le testimonianze che affermavano la natura 
divina di Gesù arrivando a oscurarne la natura pienamente umana? E che tra circa ottanta vangeli 
l'imperatore Costantino selezionò per il Nuovo Testamento gli unici quattro che ponevano 
l'accento sulla sua divinità? Gesù Cristo era sposato con Maria Maddalena? La Chiesa ha davvero 
tenuto nascosti i vangeli che rivelavano il loro matrimonio segreto? Ehrman fa chiarezza su questi 
e su molti altri misteri che popolano il besteller di Dan Brown, offrendo al lettore un'infinità di 
informazioni appassionanti e storicamente corrette sul primo cristianesimo e su tutti quegli eventi 
che ne costituiscono lo sfondo reale e documentato. 
 
Bart D. Ehrman dirige il dipartimento di Studi religiosi dell'Università del North Carolina. 
Autorevole storico della Chiesa delle origini e della vita di Gesù Cristo, ha scritto numerosi saggi 
su questo argomento, tra cui Jesus, Apocalyptic Prophet of the New Millennium (1999), The New 
Testament: A Historical Introduction to the Early Writings (2003), Lost Christianities (2004) e La 
verità sul Codice Da Vinci (Mondadori 2005). 
 
Indice. 
 
Introduzione. 
Parte primaL’imperatore Costantino, il Nuovo Testamento e gli altri vangeli. 
1I Il cristianesimo primitivo e il ruolo di Costantino. 
2 Il ritrovamento dei Rotoli del Mar Morto e della biblioteca di Nag Hammadi. 

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3 Gli altri vangeli. 
4 Costantino e la formazione del canone neotestamentario. 
Parte seconda Gesù e Maria Maddalena. 
5 Le fonti storiche su Gesù. 
6 Il Gesù storico. 
7 Gesù, Maria Maddalena e il matrimonio. 
8 Il femminino nel primo cristianesimo. 
Epilogo. 
Ringraziamenti. 
Note. 
 
LA VERITÀ SUL CODICE DA VINCI. 
 
Per Robert Miller, 
amico e editor straordinario. 
 
Introduzione. 
 
Il Codice da Vinci di Dan Brown è stato un tale successo editoriale che tutti i suoi rivali, a quanto 
si può ricordare, al confronto impallidiscono. Nel 
momento in cui ho scritto queste pagine (14 giugno 2004) il libro era sulla lista dei best seller del 
«New York Times» da sessantatré settimane ed è ancora 
il numero uno. Nel corso di quest’anno ha venduto un numero astronomico di copie: centomila 
alla settimana, secondo il «Publishers Weekly» del 9 febbraio 
2004, e con l’uscita della versione paperback c’è da aspettarsi un’altra valanga di vendite, che si 
aggiungeranno ai milioni di copie della versione cartonata 
già stampata. 
 
Come molti altri, ho saputo del Codice da Vinci attraverso il passaparola. Avevo appena finito di 
scrivere per la Oxford University Press un libro intitolato 
Lost Christian-ities: The Battles for Scripture and the Faiths We Never Knew (Cristianesimi 
perduti: le battaglie per le scritture e le fedi che non abbiamo 
mai conosciuto). Il volume tratta delle prime forme di cristianesimo che «non ce l’hanno fatta», dei 
credi e delle pratiche che a poco a poco furono isolati, 
dichiarati fuori legge e distrutti dai leader della Chiesa primitiva nell’intento di imporre 
l’ortodossia religiosa. Il saggio contiene analisi dettagliate 
di alcuni libri eretici e non canonici che i padri della Chiesa avevano messo al bando: si tratta di 
vangeli, lettere e apocalissi usati dai vari gruppi 
cristiani come testi sacri, ma in contrasto con il pensiero delle autorità che alla fine decisero quali 
scartare e quali includere nel canone delle Scritture. 
Una volta esclusi, i libri andarono perduti e la maggior parte lo sono a tutt’oggi, con l’eccezione di 
qualcuno recuperato grazie a straordinarie scoperte 
archeologiche nell’Otto e Novecento. 
 
Oltre a Lost Christianities, ho pubblicato una raccolta dei cosiddetti libri eretici pervenuti sino a 
noi, in un volume intitolato Lost Scriptures: Books 
That Did Not Make It into the New Testament (Scritture perdute: i libri esclusi dal Nuovo 
Testamento), sempre per conto della Oxford University Press. 
I miei testi non erano destinati agli esperti in materia, ma piuttosto a un pubblico di non addetti ai 
lavori. 
 

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Naturalmente, quando ho sentito parlare del Codice da Vinci la mia curiosità è salita alle stelle: mi 
trovavo di fronte a una moderna opera di narrativa 
– un thriller, con trame e sottotrame complesse, cospirazioni, verità svelate – basato, almeno in 
parte, su problematiche legate al credo dei primi cristiani, 
ai vangeli perduti e al ritratto che facevano di Gesù. Ma nel romanzo i vangeli perduti non 
forniscono una visione eretica del Cristo, quanto piuttosto 
la verità storica, soprattutto in merito al suo matrimonio con Maria Maddalena e alla figlia che ne 
sarebbe nata, capostipite di una santa discendenza 
tuttora esistente. 
 
Sapevo che il libro è un’opera di fantasia, certo, ma procedendo nella lettura (anch’io, come molti 
altri, l’ho letto d’un fiato) ho cominciato a capire 
che i personaggi di Dan Brown facevano affermazioni storiche su Gesù, Maria e i vangeli. In altre 
parole, la narrazione era costruita su una base che il 
lettore doveva accettare non come finzione ma come realtà. 
 
Ma al pari di altri studiosi che hanno dedicato la vita all’analisi delle antiche fonti su Gesù e sui 
primi cristiani, mi sono accorto subito di alcuni 
problemi sollevati dalle affermazioni storiche presenti nel libro. Molti errori non solo erano palesi 
per l’esperto, ma non erano nemmeno necessari alla 
trama. Se l’autore avesse fatto qualche ricerca in più, sarebbe stato in grado di costruire con 
precisione le premesse storiche del suo racconto senza 
comprometterlo in alcun modo. Nulla gli avrebbe impedito di presentare i fatti così come sono. 
 
Poiché il Codice da Vinci vendeva già moltissimo quando uscì il mio Lost Christianities, la mia 
press agent della Oxford University Press, Tara Kennedy, 
e il mio editor e amico di sempre Robert Miller mi suggerirono di stilare un elenco dei problemi 
sollevati dal romanzo, che avrebbero passato alla sezione 
commerciale per saggiarne l’interesse. Misi insieme qualcosa in fretta e furia, basandomi 
unicamente su quanto letto nel romanzo di Dan Brown. In seguito 
questa breve lista comparve su Internet; poi fu pubblicata (con la mia benedizione ma senza 
revisione editoriale) in uno dei libri usciti di recente sul 
Codice da Vinci, curato da Dan Burstein e intitolato I segreti del Codice: le verità dietro Il Codice 
da Vinci.* Burstein è un giornalista freelance che 
ha raccolto le interessanti opinioni di esperti e non su svariati argomenti: dalla storia della Chiesa 
primitiva (il mio settore) a Leonardo da Vinci e 
alle società segrete dei cattolici romani. Riporto qui di seguito la lista dei dieci problemi storici che 
avevo individuato per il mio editore, nella stessa 
forma in cui gliel’avevo consegnata: 
 
ALCUNI ERRORI FATTUALI NEL CODICE DA VINCI 
 
1. La vita di Gesù certamente non è stata «scritta da migliaia di suoi seguaci in tutte le terre». Gesù 
non aveva migliaia di seguaci e men che meno alfabetizzati 
(p. 272). 
 
2. Non è vero, ed è improprio, dire che «più di ottanta vangeli sono stati presi in considerazione 
per il Nuovo Testamento» (p. 272). 
 
3. Non è assolutamente vero che prima del concilio di Nicea Gesù non era considerato divino 
bensì un «profeta mortale» (p. 273). La maggioranza dei cristiani, 

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fin dall’inizio del IV secolo, ne riconosceva la divinità. (Alcuni pensavano che fosse divino al 
punto da non essere affatto umano!) 
 
4. Costantino non commissionò una «nuova Bibbia» che omettesse i riferimenti ai tratti umani di 
Gesù (p. 275). Anzitutto non ne commissionò affatto una 
nuova, e inoltre, i libri che vi furono inclusi sono fitti di riferimenti ai tratti umani di Cristo (è 
affamato, stanco, si arrabbia; è turbato; sanguina, 
muore…). 
 
5. I Rotoli del Mar Morto non furono «trovati negli anni Cinquanta» (p. 275). Era il 1947. E i 
documenti di Nag Hammadi non raccontano per nulla la storia 
del Graal, né sottolineano l’umanità di Gesù. Semmai il contrario. 
 
6. Il «costume dell’epoca» non imponeva «a un ebreo di essere sposato» (p. 288). Infatti i membri 
della comunità dei Rotoli del Mar Morto erano in gran 
parte maschi celibi. 
 
7. I Rotoli del Mar Morto non sono tra «i più antichi documenti cristiani» (p. 288). Sono ebraici e di 
cristiano non hanno nulla. 
 
8. Non sappiamo niente della discendenza di Maria Maddalena e niente la collega alla «Casa di 
Beniamino». Se anche ne avesse fatto parte, ciò non farebbe 
di lei una discendente di Davide (p. 291). 
 
9. Non c’è nessun dato a confermare che Maria Maddalena era incinta all’epoca della 
crocifissione(p. 298). 
 
10. Il documento Q non è una fonte pervenuta fino a noi e nascosta dal Vaticano, né un libro forse 
scritto dallo stesso Gesù. È un ipotetico documento che 
per gli studiosi potrebbe essere stato a disposizione di Matteo e di Luca: sarebbe sostanzialmente 
una raccolta dei detti di Gesù. Gli studiosi cattolici 
ne hanno la stessa opinione dei non cattolici; non esistono segreti in merito (p. 300). 
 
Oltre ad aver compilato questa breve lista, fui intervistato da Dan Burstein per il suo libro, in 
qualità di esperto. 
 
E pensavo che sarebbe finita lì. 
 
Ma Robert Miller, il mio editor della Oxford, era sempre più convinto che i libri che avevano 
cominciato a uscire sul Codice da Vinci presentassero tutti 
qualche grave lacuna. Alcuni, come quello di Burstein, sono compilazioni a opera di persone 
interessate all’argomento ma non esperte; altri (un numero 
notevole) sono scritti da religiosi che vogliono «mettere i puntini sulle i» nel caso qualcuno dei 
loro correligionari (forse evangelici?) venga fuorviato 
dalle affermazioni del libro. Le reazioni di questo tipo lasciano il tempo che trovano. Mancava 
però la risposta di un vero esperto del settore e Miller 
mi convinse della necessità di pubblicare quella di uno storico. 
 
La ragione per cui ho accettato non sta solo nel mio interesse per quel romanzo (ci sono tanti libri 
che mi piacciono e non ho intenzione di scrivere una 
risposta a tutti quanti) o nella preoccupazione per l’impatto che potrebbe avere sulle convinzioni 
religiose di altri; il motivo è decisamente più prosaico. 

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So bene che molti imparano la storia dai romanzi e dai film. Proprio mentre il Codice da Vinci 
dava il meglio di sé in libreria, per esempio, debuttava 
il film di Mel Gibson La Passione di Cristo. È stato un successo assoluto, apprezzato soprattutto 
dalle persone interessate alla storia di Gesù che non 
sapevano con esattezza che cosa ne raccontano i vangeli. Come penseranno, per il resto della loro 
vita, alle ultime ore di Gesù? Ci penseranno alla luce 
di quello che hanno visto rappresentato sul grande schermo. Mel Gibson, molto più di Matteo, 
Marco, Luca e Giovanni, influenzerà il modo in cui la gente 
penserà alla morte di Gesù, per almeno una generazione. 
 
La capacità di registi e scrittori di condizionare i sentimenti e modificare le opinioni del pubblico 
non è di per sé né buona né cattiva; è semplicemente 
una realtà dei nostri tempi. Ma se le immagini che creano per gli spettatori o per i lettori sono 
erronee, i fatti saranno per forza travisati e la finzione 
si sostituirà alla storia. Forse non sarà un grosso problema, ma a quelli di noi che dedicano la vita 
allo studio della storia, la cosa dà un po’ sui nervi. 
 
E così ho deciso di scrivere una risposta al romanzo di Dan Brown che non avesse a che fare con la 
natura del suo racconto (come thriller mi è piaciuto 
molto), ma con le sue teorie su Gesù, Maria Maddalena, Costantino il Grande e sulla formazione 
del canone delle Scritture, tutti argomenti su cui si fonda 
la narrazione che Brown ha creato per noi. 
 
Comincerò con una breve sinossi del romanzo per rinfrescare la memoria di chi lo ha già letto (do 
per scontato che chiunque sia interessato a questo libro 
conosca già quello di Dan Brown). 
 
«Il Codice da Vinci»: breve sinossi 
 
Il Codice da Vinci ha una trama complessa e intricata, che qui illustrerò solo in breve. A Parigi, il 
famoso curatore del Louvre Jacques Saunière è vittima 
di un misterioso omicidio. A causa dei singolari simboli religiosi ritrovati sulla scena del delitto, e 
tracciati da Saunière prima di morire, viene chiamato 
a investigare un esperto di simbologia religiosa dell’università di Harvard, Robert Langdon, che si 
trova a Parigi per tenere una conferenza. A lui si 
aggiunge una crittologa che lavora per la polizia giudiziaria, Sophie Neveu. Coincidenza vuole 
che la donna sia la nipote della vittima, di cui, però, 
non aveva più notizie da ormai dieci anni. Durante le indagini, Langdon e Neveu scoprono che 
Saunière era a capo di una setta religiosa segreta conosciuta 
come il Priorato di Sion, custode del segreto sulla vera natura del santo Graal e sul luogo dove è 
nascosto. 
 
Per una serie di circostanze singolari, e sulla scia delle tracce lasciate da Saunière, Langdon e 
Neveu iniziano una ricerca, con l’obiettivo di trovare 
il misterioso e tanto agognato santo Graal. Ma sulle tracce dell’oggetto del desiderio ci sono anche 
gli assassini di Saunière, che hanno ucciso l’uomo 
tentando di scoprirne il nascondiglio. Queste figure misteriose si sono servite di alcuni membri 
dell’Opus Dei, l’ordine cattolico radicale, per arrivare 
al luogo in cui è conservato il santo Graal. 
 
Nel corso della vicenda Langdon e Neveu incontrano Sir Leigh Teabing, un ricco aristocratico 
esperto del Graal, che discute con loro i misteri legati al 

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contesto storico. In realtà il Graal non è il calice di Cristo, ma una persona: si tratta di Maria 
Maddalena, moglie e amante di Gesù, che rimase incinta 
e gli diede una figlia. Dopo la crocifissione, la donna si rifugiò in Francia e lì la discendenza divina 
di Cristo continuò nei secoli. 
 
L’esistenza di alcuni discendenti di Cristo era documentata da testi segreti che celebravano il 
principio del femminino sacro nella Chiesa delle origini: 
fra questi, numerosi vangeli primitivi che furono eliminati dalle autorità cristiane, soprattutto 
dall’imperatore Costantino, nel IV secolo dopo Cristo. 
Nel selezionare i testi da includere nel Nuovo Testamento Costantino ne fece distruggere oltre 
ottanta, elevò Gesù da semplice mortale a Figlio di Dio 
e impose il totale silenzio sulla tradizione legata a Maria Maddalena e al femminino sacro, 
demonizzandolo all’interno della cristianità e distruggendone 
la vera natura celebrativa della divinità femminile. 
 
Ma da secoli il Priorato di Sion conosce la verità su Gesù e Maria Maddalena e si riunisce in 
segreto per celebrare la loro sacra unione e per venerare 
il femminino sacro. Questa setta, di cui Jacques Saunière è stato l’ultimo capo in ordine di tempo, 
protegge la tomba di Maria Maddalena e centinaia di 
documenti che fanno luce sulla verità. 
 
Altri famosi personaggi avevano guidato il Priorato di Sion e celebrato il matrimonio tra Gesù e 
Maria Maddalena. Tra questi spicca il nome di Leonardo 
da Vinci, che ritrasse la donna nel suo celebre dipinto dell’Ultima cena e che in molte altre opere 
accennò alla vera natura di quella relazione, così 
che chiunque ne fosse stato a conoscenza si sarebbe rallegrato nel vederla ogni volta riaffermata. 
 
Con l’aiuto di Sir Leigh Teabing, a poco a poco Langdon e Neveu risolvono il mistero che avvolge 
il Graal e i documenti segreti che rivelano il suo vero 
potere. Seguendo un intricato labirinto di crittogrammi, che li conducono da un luogo all’altro, 
arrivano alla verità sul Graal e al luogo dov’è tenuto 
nascosto. 
 
Le questioni storiche sollevate 
 
Ancor prima che leggessi Il Codice da Vinci mi erano già stati sottoposti alcuni quesiti, soprattutto 
in merito al contesto storico. Quanto c’è di vero 
in ciò che si dice a proposito di Gesù e Maria Maddalena? Esistevano davvero vangeli che 
narravano la loro unione fisica segreta? Erano veramente sposati? 
È vero che Maddalena diede alla luce una bambina di cui tuttora esistono dei discendenti? Fu 
l’imperatore Costantino che fece distruggere gli altri vangeli 
e creò la Bibbia cristiana? Fu lui che eliminò dal pensiero cristiano il principio del femminino sacro 
ed elevò Gesù da uomo al rango di divinità, modificando 
così per sempre il volto della cristianità? 
 
È a questo tipo di domande che darò una risposta nei prossimi capitoli. Desidero anche elencare 
ciò di cui non mi occuperò. Non parlerò dei pregi del Codice 
da Vinci in quanto opera di narrativa, sebbene debba ammettere che mi piace molto e che, come 
detto in precedenza, si legge tutto d’un fiato. Non discuterò 
le affermazioni più recenti sull’Opus Dei, sul Priorato di Sion o sul ruolo del Vaticano, e non 
tratterò nemmeno dei dipinti e del pensiero di Leonardo 
da Vinci. 

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Mi concentrerò, invece, sui fondamenti storici del romanzo: le figure storiche di Gesù e Maria 
Maddalena, lo sviluppo della Chiesa delle origini, i primi 
vangeli cristiani, il ruolo avuto da Costantino nella formazione delle convinzioni religiose e delle 
Sacre scritture cristiane che ci sono state tramandate. 
In che misura la parte storica del romanzo è basata sui fatti e quanto sulla fantasia? Quanto c’è di 
vero nel Codice da Vinci? 
 
Per certi versi, è il romanzo stesso a sollevare la questione. A pagina 9, infatti, prima del Prologo, 
non solo c’è un elenco di dati presentati come fatti 
storici, che comprendono, tra l’altro, affermazioni sul Priorato di Sion e l’Opus Dei, ma si specifica 
anche che «Tutte le descrizioni di opere d’arte 
e architettoniche, di documenti e rituali segreti contenute in questo romanzo rispecchiano la 
realtà». 
 
Ma è veramente così? Non tratterò, ripeto, temi quali arte, architettura o rituali; mi occuperò 
invece di documenti. E come vedremo, quando Dan Brown si 
sforza di presentare i fatti in modo oggettivo, in realtà li modifica: molti di essi diventano finzione 
letteraria. L’obiettivo della mia analisi è separare 
la verità dalla finzione e i fatti storici dai voli della fantasia, per quei lettori che vogliano conoscere 
le radici documentate della cristianità e, 
soprattutto, la vita di Gesù e i testi che compongono il Nuovo Testamento. 
 
Come fare un’indagine storico-critica 
 
Prima di addentrarmi nella discussione vorrei dire due parole su come intendo procedere. 
Esistono svariati modi di accostarsi al passato, compreso quel 
mondo dell’antichità che viene descritto da opere di fantasia come Il Codice da Vinci. C’è chi per 
ricostruirlo si affida all’immaginazione, senza basare 
le proprie opinioni su alcuna (o quasi) fonte di informazione reale. C’è poi chi prende per buono 
tutto ciò che è giunto sino a noi, tentando di fonderlo 
e di trarne una sorta di sintesi. Entrambi questi approcci sono privi di fondamento critico, poiché 
non soppesano e non valutano le prove esistenti. La 
nostra unica via d’accesso passa attraverso fonti che ci dicono qualcosa del passato, ma che non 
possiamo prendere senz’altro per buone, perché spesso 
sono contraddittorie e riflettono sempre il punto di vista, i preconcetti e la visione del mondo dei 
loro autori. Il modo migliore per tentare di ricostruire 
il passato è dunque usare le nostre fonti in modo scientifico, operando cioè un’indagine storico-
critica. 
 
Per lo studioso, come per chiunque altro, è difficile ricostruire ciò che è realmente accaduto nel 
passato, per il semplice motivo che gli eventi della 
storia non possono essere provati. Questo perché una volta che un fatto si è verificato è già finito, e 
nulla si può fare affinché si ripeta. Con i miei 
studenti a volte mi capita di confrontare il modo di procedere degli storici critici e quello degli 
scienziati empirici. Le scienze empiriche per ottenere 
delle prove ricorrono a esperimenti più volte ripetuti. In altre parole, se voglio provare, per 
esempio, che nell’acqua tiepida il ferro affonda mentre 
il sapone Ivory galleggia, non devo fare altro che prendere un centinaio di tinozze d’acqua tiepida 
e iniziare a gettarvi dentro pezzi di ferro e saponette. 
Ogni volta il ferro affonderà e il sapone galleggerà. Un procedimento come questo crea una sorta 
di probabilità predittiva che consideriamo una prova, 

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una dimostrazione del fatto che se rifacciamo la stessa azione otterremo lo stesso risultato. 
 
Il procedimento non vale per la storia, perché gli eventi del passato non si possono ripetere. 
Pertanto, stabilire i livelli di probabilità richiede «prove» 
di altro tipo, diverse dalla sperimentazione che abbiamo descritto. Come la scienza, infatti, anche 
la storia è una questione di probabilità. Vi sono cose 
praticamente certe (gli Alleati hanno vinto la Seconda guerra mondiale); altre altamente probabili 
ma non altrettanto certe (George Washington portava 
la dentiera); altre poi ancora meno certe ma pur sempre probabili (Cesare attraversò il Rubicone). 
E poi vi sono veri e propri misteri (Maria Maddalena 
aveva una relazione intima con Gesù?). 
 
Cosa rende alcuni fatti più certi, o quantomeno più probabili, di altri? Sempre e comunque, il tipo 
di prova che abbiamo. Milioni di testimoni oculari possono 
confermare la vittoria degli Alleati nella Seconda guerra mondiale. Ma quante testimonianze 
abbiamo della salute dentale di Washington o delle imprese 
militari di Cesare? Davvero molto poche. E della vita di Gesù e Maria Maddalena? 
 
La verità, per quanto riguarda Maria Maddalena, è che molte delle nostre fonti sono bibliche, e 
questo pone un altro problema, che diventerà rilevante quando 
ci occuperemo delle affermazioni storiche del Codice da Vinci: in che modo il fatto che una fonte 
antica (per esempio il Vangelo di Marco) compaia nella 
Bibbia influisce sulla sua attendibilità storica? Per gli storici critici le fonti bibliche devono essere 
trattate come qualsiasi altra fonte del passato, 
devono cioè essere analizzate criticamente per verificarne l’attendibilità. Ciò significa, tra le altre 
cose, confrontarle con altre documentazioni dello 
stesso periodo per vedere, per esempio, se si contraddicono. In questo caso, lo storico deve 
decidere a quali prestar fede, e per prendere tale decisione 
deve avere delle ragioni. Non è sufficiente dire che se un fatto è registrato nella Bibbia la 
testimonianza è necessariamente corretta. E se nel rinarrare 
la storia lo scrittore biblico avesse alterato un evento storico per ragioni a noi sconosciute? D’altro 
canto, però – e questo è bene sottolinearlo – se 
esiste una fonte esterna alla Bibbia che racconta una storia diversa (per esempio il Vangelo di 
Maria), nemmeno quella fonte è necessariamente veritiera. 
Tutte le fonti devono essere valutate per verificare quanto siano attendibili. 
 
Tengo a sottolineare questo punto perché alcuni sono portati a credere a qualsiasi cosa si trovi in 
una fonte canonica (che si tratti degli scritti di Giulio 
Cesare o George Washington, oppure della Bibbia), mentre altri a qualsiasi cosa contraddica una 
fonte canonica. Quest’ultimo atteggiamento è tipico soprattutto 
di chi è affascinato dalle teorie cospiratorie, ma anche delle persone intellettualmente curiose che 
credono al detto secondo cui «sono i vincitori a scrivere 
la storia», e che sono pertanto attratte dalla possibilità di recuperare «l’altra versione» dei fatti. Gli 
storici critici non possono trattare le fonti 
in questo modo, prediligendo indistintamente una versione rispetto a un’altra. Ogni fonte deve 
invece essere soppesata e valutata con attenzione. E come 
vedremo in uno dei prossimi capitoli, questo vale anche per i documenti che riguardano un 
personaggio importante come Gesù, la cui storia è narrata in 
libri che sono entrati a far parte del Nuovo Testamento, così come in altri che ne sono rimasti fuori 
(alcuni dei quali, per esempio il Vangelo di Filippo, 
hanno un ruolo importante nel Codice da Vinci). Lo storico critico prende in considerazione tutte 
queste fonti, confrontandole attentamente per poi stabilire 

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quali siano attendibili e quali invece vadano prese con qualche riserva. 
 
A questo proposito, è bene ricordare che gran parte delle testimonianze del passato – milioni e 
milioni, di ogni epoca – sono ormai andate perdute per sempre. 
Tra queste vi sono anche quelle sulla vita di Gesù e sui suoi seguaci. Fortunatamente, oggi 
disponiamo di più fonti su Gesù e, per esempio, su Maria Maddalena, 
di quante gli studiosi potessero sognarsi di avere fino a un secolo fa. Ma probabilmente si tratta 
solo di una piccolissima parte di quelle esistite in 
passato. È dimostrato che alcune delle fonti scomparse furono distrutte da cristiani che trovavano i 
loro contenuti oltraggiosi o inopportuni, ma la maggior 
parte sono andate perse semplicemente perché, in un dato momento del passato, nessuno si è più 
preoccupato di trascriverle. 
 
Vale la pena soffermarsi anche su quest’ultimo punto: le uniche testimonianze scritte del lontano 
passato pervenute sino a noi sono copie trascritte a mano, 
realizzate ben prima che Gutenberg, nel XV secolo, inventasse la macchina da stampa. 
Nell’antichità non era difficile far sparire un documento: bastava 
non trascriverlo. A differenza di quanto suggeriscono i testi che sposano la teoria cospiratoria sul 
primo cristianesimo, e persino un romanzo storico 
come Il Codice da Vinci, esistono scarse prove dei presunti roghi di libri «pericolosi» nell’antichità. 
Se un libro era considerato scomodo, si decideva 
semplicemente di non riprodurlo. Fortunatamente, alcuni di questi testi «rari» sono stati ritrovati 
in epoca recente grazie a scoperte casuali o, talvolta, 
grazie al lavoro di esperti archeologi. 
 
Nei capitoli seguenti valuterò le affermazioni storiche del Codice da Vinci tenendo conto di tutte 
le fonti oggi esistenti: canoniche e non canoniche, ortodosse 
ed eretiche, conosciute e quasi dimenticate. Solo prendendole tutte in considerazione potremo 
comprendere con chiarezza i personaggi del passato che più 
ci interessano, anche i tre che hanno un ruolo così importante nella trama del Codice da Vinci: 
Gesù, Maria Maddalena e l’imperatore Costantino. 
 
Parte prima 
L’imperatore Costantino, il Nuovo Testamento e gli altri vangeli. 
 

Il cristianesimo primitivo e il ruolo di Costantino. 
 
Nonostante la trama intricata, Il Codice da Vinci è sostanzialmente una storia in cui si 
fronteggiano giustizia e ingiustizia, bene e male. Quindi non sorprende 
che i personaggi corrispondano alle due tipologie. Dei buoni fanno parte, senza dubbio, Robert 
Langdon e Sophie Neveu, puri di pensiero e intenzionati 
solo a scoprire la verità. Un personaggio buono ma ambiguo è il capo della polizia giudiziaria 
francese, Bezu Fache, figura burbera le cui azioni arroganti 
spesso sembrano servire a interessi personali, ma che alla fine si scopre essere dalla parte del bene. 
Da quella dei cattivi, invece, troviamo – con grande 
sorpresa – Leigh Teabing (il «Maestro», prima di rivelarsi, sembra stare dalla parte di Langdon e 
Neveu); Rémy, lo chauffeur e spia di Teabing; e il monaco 
albino Silas, che uccide su commissione per raggiungere quello che giudica un bene più alto. 
 
Non solo i personaggi del romanzo, comunque, ma anche le personalità storiche su cui si basa la 
narrazione possono essere schierate dalla parte del bene 

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o da quella del male. Gesù e Maria Maddalena, ovviamente, sono figure buone appartenenti al 
passato. D’altro canto il cattivo archetipico è Costantino, 
l’imperatore romano del IV secolo: si dice infatti che sia responsabile di molti dei mali che hanno 
afflitto la religione cristiana dai suoi tempi in poi. 
Secondo Leigh Teabing (e in una certa misura anche secondo Langdon), fu Costantino ad alterare 
per sempre l’aspetto del cristianesimo, mettendo l’accento 
sulla mascolinità, demonizzando la femminilità, attribuendo una natura divina a Gesù, profeta ma 
uomo; eliminando quindi i primi vangeli, che ne celebravano 
l’umanità, e canonizzando testi che lo presentavano come divino. Ma si tratta di un ritratto 
veritiero? 
 
La cristianità di Costantino 
 
In particolare, apprendiamo da Teabing che Costantino in realtà non si convertì mai al 
cristianesimo ma rimase pagano per tutta la vita; si limitò a sfruttare 
il cristianesimo per i suoi fini politici. Si dice che nell’anno 325 d.C. abbia convocato il concilio di 
Nicea nel tentativo di unificare i cristiani, 
costringendoli a riconoscere in Gesù un essere divino e non, come lo consideravano fino allora, 
umano. Quindi creò la Bibbia che conosciamo oggi, una Bibbia 
da cui l’elemento femminile è escluso e in cui quello maschile è esaltato, e dove l’uomo Gesù è 
proclamato Dio. 
 
Quanta parte di queste affermazioni su Costantino è realtà e quanto invece è volo della fantasia, 
invenzione a sostegno della narrazione ma priva di fondamenti 
storici? 
 
Partiamo dal problema della fede personale di Costantino. È vero che rimase pagano per tutta la 
vita e che non si convertì mai fino in fondo al cristianesimo? 
 
Riporto di seguito una conversazione chiave tra Sophie e Leigh Teabing su questo punto: 
 
«Pensavo che Costantino fosse cristiano» commentò Sophie. 
 
«Niente affatto» rispose Teabing, con un’alzata di spalle. «È stato un pagano per tutta la vita ed è 
stato battezzato sul letto di morte, quando era troppo 
debole per opporsi … Tre secoli dopo la crocifissione di Gesù Cristo, i suoi seguaci si erano 
moltiplicati in modo esponenziale. Cristiani e pagani cominciavano 
a litigare e il conflitto saliva a tali proporzioni da minacciare di spaccare Roma. Costantino allora 
pensò di prendere provvedimenti. Nell’anno 325 decise 
di unificare Roma sotto una sola religione, il cristianesimo.» 
 
Sophie era sorpresa. «Perché un imperatore pagano avrebbe dovuto scegliere come religione 
ufficiale il cristianesimo?» 
 
Teabing rise. «Costantino era anche un ottimo uomo d’affari. Vedendo che il cristianesimo era in 
ascesa, si è semplicemente limitato a puntare sul cavallo 
favorito.» (p. 272) 
 
Gli studiosi riconosceranno una parte di verità in queste affermazioni, che però nel complesso 
sono più immaginarie che reali. Il primo elemento da tenere 
in considerazione è il percorso storico del cristianesimo che ha portato alla famosa conversione di 
Costantino. 

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Le lotte tra cristiani e pagani 
 
Non è corretto affermare, come fa Teabing, che «cristiani e pagani cominciavano a litigare e il 
conflitto saliva a tali proporzioni da minacciare di spaccare 
Roma». Significherebbe dare troppo credito alla forza dei cristiani prima della conversione 
dell’imperatore, lasciando intendere che fossero numerosi almeno 
quanto i pagani e impegnati in continui attacchi e contrattacchi. La realtà era ben diversa. Prima di 
Costantino, i cristiani dell’inizio del IV secolo 
erano una piccola minoranza all’interno dell’impero e venivano perseguitati dalle maggioranze, 
pagani o autorità di governo che fossero. 
 
È meglio dedicare qualche parola alla definizione dei termini. «Pagano», in questo contesto, non è 
un termine negativo ma designa semplicemente gli aderenti 
a una qualsiasi delle religioni politeistiche dell’impero, cioè religioni i cui seguaci adoravano molti 
dèi. E poiché, con l’eccezione di ebrei e cristiani, 
tutti i sudditi imperiali ne adoravano molti, la definizione include la grande maggioranza della 
popolazione. 
 
Si adoravano divinità di ogni sorta. C’erano i «grandi dèi» della mitologia greca e romana, per 
esempio i greci Zeus, Ares e Atena o le loro controparti 
romane Giove, Marte e Minerva. Ma c’erano anche dèi per ogni località e ogni funzione: quelli che 
risiedevano nelle città piccole e grandi di tutto l’impero 
e le proteggevano (dèi diversi per luoghi diversi), quelli della famiglia e dei domestici, le divinità 
delle foreste, dei ruscelli e dei campi, dèi che 
svolgevano funzioni diverse (facevano crescere le colture, mantenevano fertile il bestiame, 
proteggevano le donne durante il parto, portavano salute, ricchezza 
e pace, facevano piccoli favori a chi li chiedeva). 
 
Durante quel periodo dell’impero romano ci fu in effetti un movimento che concepiva un dio al di 
sopra degli altri, il Dio supremo. Si sapeva che Costantino 
stesso, prima di diventare cristiano e anche dopo la conversione, adorava il «Sole invincibile» (in 
latino Sol Invictus). A volte l’imperatore, come altri, 
sembrava identificare la divinità con il dio Apollo, pure associato al sole. Ma sembra che, 
convertitosi al cristianesimo, Costantino abbia cominciato 
a pensare che in realtà si trattasse del Dio cristiano. 
 
In ogni caso, i seguaci delle religioni pagane dell’impero adoravano molti dèi nei modi che 
sembravano loro appropriati. È importante capire questo per 
dare un senso alle interazioni tra cristiani e pagani a cui si riferisce Leigh Teab-ing quando dice 
che «cominciavano a litigare» gli uni con gli altri. 
Di fatto non andò proprio così. Ci furono sì lotte violente, ma storicamente furono quasi del tutto 
unilaterali. Fu la maggioranza pagana a ingaggiare 
la lotta contro la minoranza cristiana, nel tentativo di spazzarla via. 
 
Il cristianesimo era stato perseguitato praticamente fin dall’inizio. 
(NOTA 1) 
Era nato, infatti, con la tortura e l’esecuzione del suo fondatore, Gesù. E dopo la sua morte un 
certo numero di suoi seguaci andò incontro allo stesso 
destino. A volte furono gli ebrei a perseguitare i primi cristiani, perché agli occhi di molti di loro 
erano colpevoli di bestemmiare chiamando Gesù il 

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Messia. Ma con il passare del tempo le persecuzioni furono opera, in misura sempre maggiore, dei 
pagani romani e delle autorità amministrative. 
 
Le ragioni per cui i pagani odiavano i cristiani erano legate alla concezione pagana degli dèi, di 
coloro che fornivano le cose buone della vita: salute, 
prosperità, amore, pace, fertilità e così via; e che facevano questo solo in cambio dell’adorazione, 
cioè il sacrificio di un animale o di cibo e preghiere 
recitate in loro onore. Gli dèi non erano gelosi gli uni degli altri e non insistevano perché i fedeli 
partecipassero ai riti di uno solo di loro. Erano 
tutti dèi e tutti meritavano di essere adorati. Ma che cosa accadeva quando non veniva tributato 
loro il riconoscimento dovuto? Potevano adirarsi, e quando 
succedeva erano guai. Gli dèi si vendicavano con calamità «naturali» di ogni sorta: pestilenze, 
carestie, siccità, terremoti. La spiegazione più semplice 
di questi eventi era che fossero stati gli dèi a causarli per la mancanza di attenzioni appropriate. 
Ma chi rifiutava di adorare gli dèi nel modo che richiedevano? 
I cristiani, i quali insistevano nel dire che c’era un solo Dio, il Dio di Gesù, e che bisognava adorare 
solo lui. 
(NOTA 2) 
 
Quando città o intere regioni erano colpite dal disastro, nel II e III secolo dopo Cristo, era facile 
credere che la colpa fosse dei cristiani. A volte 
questa convinzione portava a sommosse violente contro di loro e, quando la situazione sfuggiva di 
mano, le autorità romane erano costrette a intervenire 
e fare pressione sui cristiani perché rinnegassero il credo nell’unico Dio e adorassero gli dèi pagani 
come si addiceva loro. Se i cristiani rifiutavano, 
venivano puniti, a volte anche con la tortura e la morte. 
 
Ecco la reale situazione dei rapporti tra cristiani e pagani nell’impero. Non si trattava, come 
sostiene Teabing, di due fazioni in lotta. Si trattava invece 
della persecuzione della minoranza cristiana da parte della maggioranza pagana. Le persecuzioni 
dei cristiani erano giunte a un punto critico proprio prima 
dell’ingresso in scena di Costantino. Il suo predecessore, Diocleziano, governava sulla parte 
orientale dell’impero, mentre la sovranità su quella occidentale 
toccava al coreggente Massimiano. Diocleziano decise che si doveva trovare una volta per tutte 
una soluzione al problema dei cristiani, allora probabilmente 
in un numero corrispondente al 5-8 per cento della popolazione dell’impero. E così, nell’anno 303 
dell’Era comune (definizione temporale che oggi gli storici 
usano invece di «dopo Cristo»), con la collaborazione di Massimiano, diede avvio alla 
persecuzione in tutto l’impero (le prime persecuzioni erano state 
soprattutto eventi locali, non su larga scala). Furono promulgati molti editti imperiali che 
prescrivevano il rogo dei testi cristiani, la demolizione 
delle chiese, l’abolizione dei privilegi di classe per i cristiani e infine l’arresto degli alti 
rappresentanti del clero. Nel 304 d.C. un ennesimo editto 
stabilì che tutti i cittadini romani facessero sacrifici agli dèi, pena la morte o la condanna ai lavori 
forzati. I cristiani, ovviamente, non potevano 
adeguarsi senza scendere a compromessi con la loro fede. Questa, che fu chiamata «grande 
persecuzione», continuò tra alti e bassi per quasi dieci anni. 
 
Nel riassunto di Leigh Teabing è Costantino a porre fine al conflitto tra pagani e cristiani nell’anno 
325 d.C. Anche questo è inesatto. Costantino proclamò 
la sospensione delle persecuzioni nel 313 d.C., l’anno dopo la sua conversione. Per capire come ciò 
sia avvenuto, è necessario considerare proprio la conversione, 

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che fu un affare piuttosto complesso. È inconfutabile, comunque, contrariamente all’affermazione 
di Teabing, che Costantino non rimase un pagano convinto 
per tutta la vita. A detta dello stesso imperatore, la conversione coincise con un momento decisivo, 
sul campo di battaglia. 
 
La conversione di Costantino 
 
Purtroppo non disponiamo di resoconti affidabili su ciò che accadde realmente quando Costantino 
si convertì, ma solo di versioni come quella narrata dal 
suo biografo, Eusebio, un autore cristiano del IV secolo che è stato soprannominato «il padre della 
storia della Chiesa» poiché fu il primo cristiano a 
scrivere, appunto, un resoconto completo di questa vicenda dai tempi di Gesù fino ai suoi, cioè 
all’epoca di Costantino. Oltre alla Storia ecclesiastica 
in dieci volumi, Eusebio scrisse una biografia dell’imperatore. Come è facile immaginare, la 
biografia risente della prospettiva cristiana del suo autore. 
Tuttavia Eusebio sostiene di aver sentito parlare della famosa conversione da Costantino in 
persona, qualche anno più tardi. 
(NOTA 3) 
 
In ogni caso il contesto storico della conversione è chiaro. Dopo l’abdicazione volontaria di 
Diocleziano, nel 305 d.C., Costantino divenne imperatore al 
suo posto; a Roma, però, Massimiano reclamava per sé il trono imperiale, finché Costantino non lo 
sconfisse in battaglia. Ma il figlio di Massimiano, Massenzio, 
prese il controllo della città. Costantino aveva tutta l’intenzione di essere l’unico regnante e 
doveva quindi liberarsi di lui e del suo esercito. Marciò 
su Roma e al Ponte Milvio, sul Tevere, ebbe luogo una grande battaglia. In seguito Costantino 
raccontò di un segno soprannaturale che gli si era manifestato 
prima dello scontro e che l’aveva spinto ad abbracciare il cristianesimo come l’unica vera religione. 
Secondo questa versione, l’imperatore sapeva che 
avrebbe vinto la battaglia incombente solo con il sostegno della potenza divina, ma non aveva idea 
di quale fosse il dio giusto a cui appellarsi. Allora 
ebbe una visione, in pieno giorno. Nel cielo vide uno stendardo a forma di croce con scritte le 
parole «In questo segno vincerai». 
 
Confuso dal possibile significato della visione, quella notte sognò Cristo, che gli si presentò con lo 
stesso simbolo e gli disse di usarlo a protezione 
contro il nemico. Fattosi giorno, Costantino descrisse il simbolo agli artigiani che aveva fatto 
chiamare e che ne produssero una lussuosa copia in oro 
e pietre preziose. Era a forma di croce, con in cima due lettere greche, una chi e una rho, le prime 
due lettere del nome di Cristo. Secondo Eusebio, Costantino 
radunò i consiglieri religiosi perché gli spiegassero che cosa significava tutto ciò e si sentì 
rispondere che se avesse adorato il Dio cristiano ne avrebbe 
avuto la protezione in ogni circostanza. 
 
Con quel simbolo, dunque, diede battaglia a Massenzio al Ponte Milvio e ottenne una vittoria 
schiacciante, diventando imperatore d’Occidente (un altro generale, 
Licinio, era imperatore d’Oriente). 
 
Leigh Teabing ha però ragione a sostenere che da quel momento Costantino non fu propriamente 
un cristiano modello, libero da ogni residuo pagano. Anzitutto, 
gli studiosi osservano che pare continuasse a adorare il dio Sole anche dopo la «conversione»: 
sulle monete coniate durante il suo regno, per esempio, 

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fu raffigurato per altri nove anni il Sol Invictus. È possibile che l’imperatore abbia fuso la vecchia 
religione con la sua nuova fede nel Dio cristiano. 
Probabilmente non è un caso che abbia stabilito di adorarlo il giorno del Sole (la domenica, che in 
inglese è Sunday) e che la nascita di Cristo venisse 
celebrata al solstizio d’inverno. Ma in ogni caso, contrariamente a quanto afferma Teabing, di certo 
Costantino cominciò a considerarsi in qualche modo 
cristiano a partire dal momento culminante del 312 d.C. 
 
L’anno successivo Costantino si accordò con Licinio, che governava la parte orientale dell’impero, 
per proclamare su tutto il territorio la cessazione delle 
ostilità contro i cristiani. Fu necessario promulgare un editto, noto come Editto di Milano, che 
garantiva a tutti i cittadini dell’impero, cristiani, 
pagani ed ebrei, la libertà di adorare il dio o gli dèi che preferivano nei modi appropriati. Fu 
questo editto – e non il concilio convocato dodici anni 
dopo a Nicea – a porre fine ai conflitti tra pagani e cristiani. 
 
Da quel momento in poi, Costantino si considerò e fu considerato cristiano, sebbene, come già 
chiarito, per una decina d’anni ancora siano sopravvissute 
vestigia della sua precedente devozione a divinità pagane. Ma già intorno al 320 d.C. era 
fermamente convinto della fede cristiana. Leigh Teabing ha ragione 
quando afferma che fu battezzato solo sul letto di morte (nel 337 d.C.), ma non lo fu contro la sua 
volontà, come insinua il personaggio. Infatti non era 
affatto raro che i cristiani aspettassero fino alla fine a ricevere il battesimo. Già molto tempo prima, 
comunque, Costantino aveva reso nota la sua fede 
cristiana, per mezzo, tra l’altro, delle elargizioni che aveva riversato sulla Chiesa e sul clero per 
più di vent’anni. 
 
Rimane da capire perché Costantino si sia convertito al cristianesimo. È difficile dire se Teabing 
abbia ragione oppure torto affermando che l’imperatore 
aveva semplicemente deciso di «puntare sul cavallo favorito». È chiaro che Costantino intendesse 
unificare l’impero che era stato tanto a lungo diviso 
(durante i cinquant’anni precedenti l’accessione di Diocleziano, l’impero aveva visto venti 
imperatori diversi). Prese in tal senso una serie di misure 
finanziarie e politiche. E forse nel Dio cristiano vide la possibilità di dare unità culturale 
all’impero: sarebbe diventato una compagine che adorava 
l’unico Dio (il Dio cristiano e non i molteplici dèi che venivano adorati sul suo territorio), con un 
imperatore alla sua testa. Un Dio, una fede, un imperatore, 
un impero. 
 
Che la conversione di Costantino sia stata uno degli eventi più significativi della storia della civiltà 
occidentale è fuori discussione. Il cristianesimo, 
da religione di una minoranza perseguitata e odiata, divenne quella scelta dall’imperatore. La 
Chiesa godette di favori; convertirsi al cristianesimo e 
quindi rinnegare gli dèi pagani divenne una moda. La gente si convertiva in massa. Alla fine del 
IV secolo la maggioranza della popolazione era cristiana. 
Tutti gli imperatori che succedettero a Costantino, con una breve eccezione, furono cristiani. A 
cinquant’anni dalla sua morte, il cristianesimo era la 
religione ufficiale dell’impero. È stato scritto che la conversione di Costantino è «la seconda 
grande storia mai raccontata». 
(NOTA 4) 
 

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Ma la storia non si concluse con la conversione del 312 d.C. e l’editto di tolleranza del 313 d.C. 
perché, come dice anche Teabing, nel 325 d.C. accadde 
un fatto importante. Il personaggio del romanzo afferma, a torto, che solo allora Costantino cercò 
di unificare il suo impero sotto il cristianesimo. In 
realtà il processo era già in corso. Ma sfruttare il cristianesimo come mezzo di unificazione poneva 
un problema: la Chiesa stessa era disunita su molte 
questioni fondamentali, non ultime le vedute teologiche. Perché il cristianesimo potesse unificare 
l’impero, bisognava prima dare unità al cristianesimo. 
Ed ecco la vera ragione per cui Costantino convocò un concilio di vescovi cristiani (circa 200-250) 
per risolvere problemi che avevano causato controversie 
tra i fedeli; si tenne nella città di Nicea e fu perciò chiamato Concilio di Nicea. 
 
Il Concilio di Nicea 
 
Teabing cita il concilio durante la conversazione nel suo salotto con Sophie Neveu, alla quale 
spiega che fu convocato da Costantino per mettere ai voti 
il principio della divinità di Gesù come strategia di consolidamento del potere dell’imperatore. 
 
«Durante questa fusione delle religioni, Costantino sentì il bisogno di rafforzare la nuova 
tradizione cristiana, e perciò convocò una famosa riunione ecumenica 
nota come concilio di Nicea … A quella riunione» continuò Teabing «si discussero molti aspetti 
del cristianesimo, che furono decisi attraverso un voto: 
la data della Pasqua, il ruolo dei vescovi, l’amministrazione dei sacramenti e, naturalmente, la 
divinità di Gesù.» 
 
«Non capisco. La sua divinità?» 
 
«Mia cara» spiegò Teabing «fino a quel momento storico, Gesù era visto dai suoi seguaci come un 
profeta mortale: un uomo grande e potente, ma pur sempre 
un uomo. Un mortale.» 
 
«Non il figlio di Dio?» 
 
«No» disse Teabing. «Lo statuto di Gesù come “Figlio di Dio” è stato ufficialmente proposto e 
votato dal Concilio di Nicea.» 
 
«Un attimo. Lei mi dice che la divinità di Gesù è stata il risultato di un voto?» 
 
«E per di più un voto con una maggioranza assai ristretta» aggiunse Teabing … «Appoggiando 
ufficialmente Gesù come Figlio di Dio, Costantino lo ha trasformato 
in una divinità che esiste al di fuori del mondo, un’entità il cui potere non si può contraddire.» 
(pp. 273-74) 
 
Ancora una volta, Teabing mescola realtà e finzione. Costantino effettivamente convocò il Concilio 
di Nicea e uno degli argomenti discussi era davvero la 
divinità di Gesù. Ma il concilio non si era riunito per decidere se Gesù fosse divino o meno, come 
sostiene Teabing. Semmai il contrario: tutti i partecipanti 
– come del resto praticamente tutti i cristiani del mondo di allora – concordavano già sulla divinità 
di Gesù, il Figlio di Dio. Oggetto di dibattito era 
invece come interpretare tale divinità alla luce del fatto che Gesù era anche umano. Inoltre, se c’era 
un unico Dio, come era possibile che sia Gesù sia 
Dio fossero Dio? 

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Ecco quali furono le questioni discusse a Nicea; non se Gesù fosse divino. E certamente non ci fu 
alcun voto per stabilirne la divinità: era cosa risaputa 
da tutti i cristiani, fin dai primi anni della diffusione della nuova religione. 
 
La divinità e l’umanità di Gesù 
 
In effetti, il quadro che Teabing presenta a Sophie durante la discussione sulla natura divina di 
Gesù è piuttosto confuso. Da un lato afferma che quel 
principio non fu accettato fino al Concilio di Nicea, nel 325 d.C.; dall’altro sostiene che Costantino 
incluse nel canone delle Scritture solo i vangeli 
che dipingevano Gesù come divino, escludendo quelli che invece lo presentavano come umano. 
Ma se la divinità di Gesù non fosse stata riconosciuta dai cristiani 
fino al Concilio (come dice Teabing), come era possibile che i Vangeli di Matteo, Marco, Luca e 
Giovanni lo rappresentassero come divino già nel I secolo? 
 
Anche prescindendo da questa incongruenza, l’interpretazione di Teabing è sbagliata su tutti i 
punti chiave: prima di Nicea i cristiani accettavano già 
la divinità di Gesù; i vangeli del Nuovo Testamento lo dipingono tanto umano quanto divino; i 
vangeli che non furono inclusi nel Nuovo Testamento lo dipingono 
tanto divino quanto umano, o anche più divino che umano. I primi due punti saranno argomento 
di questo capitolo e il terzo dei successivi. 
 
Gli studiosi che si occupano della storia della teologia cristiana troveranno quantomeno strana 
l’affermazione di Teabing secondo cui prima del Concilio 
di Nicea i cristiani non consideravano Gesù divino. I più antichi scritti cristiani pervenuti sino a 
noi sono quelli dell’apostolo Paolo, molti dei quali 
fanno parte del Nuovo Testamento. Paolo scrisse le sue lettere venti o trent’anni dopo la morte di 
Gesù (250 anni prima del Concilio di Nicea) e non c’è 
alcun dubbio che il loro autore ritenesse Gesù Cristo, per qualche verso, divino. Come afferma in 
una delle prime lettere, quella ai Filippesi: 
 
Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura 
divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza 
con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; 
apparso in forma umana… (Fil 2, 5-7) 
 
Per Paolo – e presumibilmente per i Filippesi a cui scriveva – Cristo aveva «forma» divina ed era, 
per qualche verso, uguale a Dio, nonostante si fosse 
fatto uomo. 
 
Insegnamenti simili si trovano anche in altri scritti del Nuovo Testamento. In tutti, uno degli 
appellativi più frequenti di Gesù è «Figlio di Dio». Dunque 
l’epiteto non gli fu certo attribuito sulla base di un voto al Concilio di Nicea, centinaia di anni 
dopo! Il vangelo più antico, quello di Marco, si apre 
con l’esposizione dell’argomento: «Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio» (Mc 1, 1). 
(NOTA 5) 
L’ultimo dei quattro vangeli canonici, quello di Giovanni, è anche più esplicito. Gesù non è solo il 
Figlio di Dio – sebbene sia anche il Figlio di Dio 
(si veda Gv 1, 18; 3, 16-18) – ma per qualche verso è Dio stesso. 
 
Ecco che cosa afferma l’inno in apertura del Vangelo di Giovanni: 

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In principio era il Verbo, 
 
e il Verbo era presso Dio 
 
e il Verbo era Dio. 
 
Egli era in principio presso Dio: 
 
tutto è stato fatto per mezzo di lui, 
 
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. (Gv 1, 1-3) 
 
E chi è, per Giovanni, questo «Verbo» che in principio era presso Dio e che era esso stesso Dio? 
Non ci sono dubbi sulla sua identità, perché alla fine 
dell’inno leggiamo: 
 
E il Verbo si fece carne 
 
e venne ad abitare in mezzo a noi; 
 
e noi vedemmo la sua gloria, 
 
gloria come di unigenito dal Padre, 
 
pieno di grazia e verità! 
 
… 
 
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo (Gv 1, 14.17). 
 
Per l’autore, già nel I secolo, Gesù Cristo è un essere divino (il «Verbo») attraverso cui Dio ha 
creato il mondo, un essere che ha rivelato Dio al suo 
popolo, poiché era egli stesso una divinità scesa dal cielo e fattasi carne. 
 
Ecco perché in questo vangelo Gesù può rivendicare l’uguaglianza con Dio. In un punto dice: «Io e 
il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10, 30). E per questa 
ragione nel Vangelo di Giovanni i seguaci di Gesù ne riconoscono la natura divina, compreso, alla 
conclusione del racconto, il dubbioso Tommaso, che lo 
vede resuscitato dai morti e proclama: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20, 28). 
 
Tuttavia, il riconoscimento della divinità di Gesù non è circoscritto a Paolo e ai vangeli, ma è anzi 
un punto di vista comune tra gli autori cristiani 
dei primi secoli. Il martire cristiano Ignazio di Antiochia, uno dei più antichi autori al di fuori del 
Nuovo Testamento (morto nell’anno 110 d.C.), ha 
scritto nel suo personalissimo stile poetico: 
 
Non c’è che un solo medico, materiale e spirituale, generato e ingenerato, fatto Dio in carne, vita 
vera nella morte, nato da Maria e da Dio, prima passibile 
poi impassibile, Gesù Cristo nostro Signore (Ignazio, Agli Efesini, 7, 2). 
 

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Fin dall’inizio – fin dai primissimi scritti cristiani giunti a noi (e quindi ben prima di Costantino) – 
fu del tutto ovvio considerare Gesù, per qualche 
verso, divino. Ma c’era sempre una difficoltà: la maggior parte dei cristiani pensavano anche che 
Gesù fosse umano. Come poteva essere umano se era divino? 
Era una questione con cui i cristiani avevano dovuto misurarsi per secoli e in un certo senso il 
Concilio di Nicea fu convocato proprio per risolverla. 
 
Prima di discutere il problema specifico, però, vorrei sottolineare che la maggior parte dei primi 
cristiani credevano nella doppia natura di Gesù, umana 
e divina. È importante non dimenticarlo perché nel Codice da Vinci Teab-ing dice che, prima di 
Nicea, tutti i cristiani vedevano in Gesù un uomo e non 
un essere divino, con l’eccezione, evidentemente, degli autori dei quattro vangeli che sono entrati 
a far parte del Nuovo Testamento, i quali lo raffigurano, 
sempre secondo Teabing, come divino. Ho già spiegato che qui il personaggio sbaglia su tutta la 
linea, soprattutto quando sostiene che i vangeli del Nuovo 
Testamento non descrivono Gesù come un essere umano. Semmai è vero il contrario: appare 
chiaro anche a una semplice lettura che Gesù è molto umano. 
 
Nel primo vangelo in ordine di composizione, quello di Marco, è chiamato Figlio di Dio, ma viene 
descritto piuttosto come un profeta ebraico paragonabile 
ad altri. Conduce una vita completamente umana (in particolare, Marco non parla di una nascita 
miracolosa), mangia, beve, si arrabbia, sperimenta l’angoscia, 
soffre, sanguina e muore. Cos’altro potrebbe essere, se non umano? Lo stesso si può dire di tutti e 
quattro i vangeli, perfino di quello di Giovanni, che 
si spinge oltre gli altri nella raffigurazione della divinità di Gesù. Anche in questo testo Gesù è 
totalmente umano, è stanco, affamato, triste e così 
via. 
 
La risoluzione della tensione tra umanità e divinità di Gesù 
 
Posto che già le fonti più antiche presentano un Gesù umano e divino al tempo stesso, come 
risolvono la dicotomia? E cioè: come può Gesù essere Dio se è 
anche un uomo? Il problema diede del filo da torcere ai cristiani, i quali riconoscevano che 
umanità e divinità sono due cose ben diverse: Dio può essere 
un uomo tanto quanto l’uomo può essere un sasso. 
 
I primi cristiani risolvevano il problema in modi diversi. Alcuni, di certo, sostenevano che Gesù 
fosse talmente umano da non essere davvero divino e altri 
che fosse così divino da non essere veramente umano. Ma nel II secolo questi due punti di vista 
cominciarono a essere considerati eresie (cioè false dottrine). 
Un esempio della prima opzione è il gruppo di cristiani del II secolo che gli studiosi chiamano 
«adozionisti»: ritenevano che Gesù fosse umano in ogni 
senso, generato dall’unione sessuale di Maria e Giuseppe, e nato come nascono tutti gli uomini. A 
renderlo diverso, secondo l’adozionismo, era il fatto 
di essere più giusto degli altri uomini. Di conseguenza, Dio lo scelse come «Figlio», cioè lo adottò, 
nel momento del suo battesimo, quando una voce dal 
cielo dichiarò: «Tu sei mio Figlio, oggi ti ho generato» (si veda Sal 2, 7). In quanto uomo adottato 
da Dio come figlio, secondo gli adozionisti, a Gesù 
fu assegnata la missione divina di offrirsi in sacrificio per i peccati altrui. E Gesù la compì, 
adempiendo con fede al comando di Dio. Come ricompensa 
per la sua fedeltà, Dio lo resuscitò dai morti e lo portò alla sua destra, dove ora vive nella pienezza 
della potenza, in attesa di tornare come giudice 

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sulla terra. 
 
I cristiani di oggi forse saranno stupiti da questa interpretazione e si chiederanno perché gli 
adozionisti non abbiano letto il Nuovo Testamento; sarebbe 
bastato a far capire loro che stavano interpretando male (Gesù infatti era nato da una vergine ed 
era figlio di Dio). Tuttavia la ragione per cui non leggevano 
il Nuovo Testamento è palese: non esisteva ancora. Tutti i libri che lo compongono (gli scritti di 
Paolo e i vangeli, per esempio) erano già stati scritti 
ma non erano ancora stati raccolti in un canone e chiamati Nuovo Testamento. La formazione del 
canone fu il risultato delle controversie, tra cui quelle 
dei primi secoli sull’identità di Gesù. 
 
Altri cristiani del II e III secolo appoggiavano la corrente di pensiero opposta, che insisteva 
nell’affermare che Gesù fosse talmente divino da non poter 
essere davvero umano. Qualcuno chiama i suoi seguaci «docetisti» (dal termine greco dokeo, che 
significa «sembrare» o «apparire») perché affermavano che 
Gesù avesse le sembianze di un essere umano, ma in realtà non lo fosse. Era completamente 
divino. Quindi Gesù sembrava avere carne e sangue umani, emozioni 
e fragilità umane e la capacità umana di soffrire e morire, ma era solo apparenza. 
 
La maggior parte dei cristiani rifiutavano la posizione tanto degli adozionisti quanto dei docetisti 
e insistevano invece nell’affermare che per qualche 
verso Gesù fosse sia umano (come credevano i primi) sia divino (come credevano i secondi). Ma 
come poteva possedere entrambe le nature contemporaneamente? 
È su questo che i primi cristiani ebbero le divergenze più interessanti, proprio quelle che finirono 
per condurre al Concilio di Nicea. 
 
Prima di allora furono elaborate alcune soluzioni affascinanti al problema della doppia natura di 
Gesù e a quello correlato di come poteva essere Dio se, 
posto che c’era un unico Dio e non due, Dio Padre era già Dio a sua volta. Come poteva essere? 
Una prima soluzione fu dire che Gesù era Dio Padre fattosi 
umano. In questo modo Gesù era sia Dio che uomo (perché si era davvero fatto uomo) e si 
preservava l’unicità di Dio, anche se Gesù era Dio e Dio era Dio, 
perché erano un’entità unica. 
 
Alla fine anche questa interpretazione venne bollata come eresia (insieme a quella di adozionisti e 
docetisti) per diverse ragioni. I suoi oppositori facevano 
notare che Dio Padre era superiore a tutto e al di sopra di limitazioni come la mortalità, la 
sofferenza e la morte. Dire che Gesù era Dio Padre, dunque, 
equivaleva a dire che Dio Padre aveva sofferto. Gli oppositori chiamarono la corrente 
Patripassianesimo («il Padre soffre») e la misero in ridicolo, senza 
degnarla di troppa considerazione. Fecero notare, per esempio, che quando Gesù pregava (si veda 
Gv. 17), ovviamente non parlava con se stesso. 
 
Ma allora come poteva essere Dio e uomo contemporaneamente? E come potevano essere Dio sia 
lui, sia Dio, appunto (sia lo Spirito Santo) se c’era un unico 
Dio? Erano pochi i cristiani disposti a concedere che ci fosse più di un Dio. Si trattava di un 
concetto pagano. Ma come potevano restare monoteisti se 
ammettevano la divinità di Cristo? 
 
Ario e il Concilio di Nicea 
 

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Una delle soluzioni al problema condusse infine al Concilio di Nicea. All’inizio del IV secolo, negli 
stessi anni della conversione di Costantino, ad Alessandria 
d’Egitto, importante centro della cristianità, viveva un famoso maestro di nome Ario. 
(NOTA 6) 
Questi cercò di risolvere il problema dell’identità di Cristo affermando che in principio c’era solo 
Dio Padre. Ma a un certo punto dell’eternità collocato 
nel passato, Dio generò suo Figlio e attraverso questo Figlio di Dio, Cristo, tutte le cose furono 
create. Quindi Cristo era un essere divino, ma subordinato 
a Dio Padre in quanto sua prima creatura. E Cristo era colui che aveva creato tutto il resto. Poi si 
fece umano nascendo dalla Vergine; morì per i nostri 
peccati, resuscitò dai morti e continua a dimorare con Dio, come suo Figlio, nei cieli. 
 
Questa soluzione al problema dell’identità di Cristo riscosse moltissimi consensi, in parte perché 
preservava tutte le affermazioni riguardanti Dio (c’è 
un unico Dio; si è manifestato a noi attraverso Cristo) e Gesù (è divino; si è fatto uomo) a cui i 
cristiani non volevano rinunciare. Ma altri cristiani 
la osteggiarono perché, a loro parere, Cristo diventava un subordinato di Dio Padre e non Dio in 
pienezza. Uno degli oppositori di Ario era un giovane 
decano della Chiesa alessandrina che sarebbe diventato una delle figure più importanti nella storia 
della cristianità del IV secolo: un uomo di nome Atanasio. 
Insieme ai suoi correligionari Atanasio proponeva un’interpretazione paradossale di Cristo come 
divino e umano. Cristo era sempre esistito – non aveva 
cominciato a esistere in un certo momento – ed era in sé pienamente divino (e non per 
derivazione). Era costituito, infatti, della stessa sostanza di Dio 
Padre. È questa interpretazione che portò da ultimo alla dottrina ortodossa della Trinità, secondo 
cui l’unico Dio è costituito da tre persone. Tutte e 
tre sono uguali nella sostanza e sono coeterne, ma non costituiscono tre dèi: Dio è uno e si 
manifesta in tre persone. 
 
A noi, oggi, tali controversie possono sembrare incomprensibili. Ma ad Alessandria e in altre parti 
del mondo cristiano dell’inizio del IV secolo il dibattito 
era rovente e poteva condizionare l’unità della Chiesa, perché intorno alla questione di un Gesù 
solo «simile» a Dio, in quanto creato come divinità secondaria, 
o «della stessa sostanza» di Dio e quindi coeterno sorgevano polemiche e scoppiavano scontri e 
perfino episodi di violenza. I teologi posteriori hanno 
osservato che le due posizioni per cui si combatteva si riducevano alla differenza di una i: una 
fazione affermava che Gesù era simile a Dio (in greco 
homoiousios) e l’altra che era della stessa sostanza di Dio (in greco homoousios). Ma a quei tempi 
la i in questione aveva l’effetto di una bomba. 
 
Che cosa ha a che vedere con Costantino tutto questo? Come abbiamo visto – e come ci indica 
anche Leigh Teab-ing – Costantino voleva che il cristianesimo 
lo aiutasse a unificare il suo impero. Ma come poteva, se era diviso al suo interno su quella che 
allora era considerata una questione teologica fondamentale 
(anzi, forse in un certo modo la questione teologica per eccellenza), cioè la natura di Dio? 
Costantino, che voleva l’unità della Chiesa perché voleva 
l’unità dell’impero, convocò un concilio per decidere della questione posta da Ario: se cioè Cristo 
fosse una creatura divina del Padre o se fosse coeterno 
e uguale a Dio. 
 
Il Concilio di Nicea si riunì nel 325 d.C. per discuterne. 
(NOTA 7) 

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Contrariamente a quanto afferma Leigh Teabing, non ci fu un «voto» con una maggioranza assai 
ristretta. La grande maggioranza dei 200 o 250 vescovi presenti 
si schierarono con Atanasio e contro Ario, cioè con la versione che sarebbe diventata quella dei più 
(sebbene i dibattiti siano continuati per decenni 
anche dopo il concilio). E ancora più importante è il fatto che, a differenza di quanto dice Teab-ing, 
non si trattò di un voto sulla divinità di Gesù, 
cosa in cui i cristiani credevano già da duecentocinquant’anni. L’unico dubbio riguardava il come 
lo fosse ed è su questo che il Concilio di Nicea fu chiamato 
a decidere. 
 
Costantino secondo Teabing 
 
Nei capitoli successivi sarà utile considerare altri commenti di Teabing su Costantino. Sostiene, 
per esempio, che sia stato l’imperatore in persona ad 
assemblare la Bibbia cristiana come la conosciamo oggi – i ventisette libri del Nuovo Testamento – 
nel tentativo di garantire l’unità della Chiesa, che 
perseguiva in quanto forza unificante del suo impero. L’affermazione, come vedremo, è 
completamente errata; la formazione del canone neotestamentario fu 
un processo lungo, iniziato secoli prima di Costantino e non completato fino a ben dopo la sua 
morte. E l’imperatore non ebbe voce in capitolo. Tra l’altro, 
i quattro vangeli che consideriamo parte del Nuovo Testamento erano già ben affermati prima 
della sua conversione e gli «altri» vangeli erano già stati 
banditi dai leader cristiani come prodotti eretici e non, invece, vietati da Costantino. 
 
Inoltre, Teabing sostiene che l’imperatore abbia forgiato una forma virilizzata di cristianesimo, 
eliminando e perfino demonizzando l’elemento femminile; 
e che quindi la dottrina vera, in cui si celebrava il femminino sacro, sia andata perduta, 
sopravvivendo solo in marginali società segrete come il Priorato 
di Sion. Come vedremo, nemmeno questo ha una parvenza di veridicità storica e rappresenta 
piuttosto un volo della fantasia, utile ai fini della finzione 
narrativa del Codice da Vinci ma privo di qualunque rapporto con i fatti della storia. 
 
Prima di dedicarci a questi argomenti, però, è importante esaminare gli altri documenti del primo 
cristianesimo a cui Teabing, e in misura minore Robert 
Langdon, fanno riferimento nel romanzo. Si tratta di documenti che oggi conosciamo grazie ai 
recenti ritrovamenti dei Rotoli del Mar Morto e della biblioteca 
di Nag Hammadi, illuminanti per quanto riguarda la vera natura del cristianesimo. Questi 
documenti saranno l’oggetto del prossimo capitolo. 
 

Il ritrovamento dei Rotoli del Mar Morto e della biblioteca di Nag Hammadi. 
 
Quando Leigh Teabing, nel suo salotto, spiega a Sophie Neveu la «reale» natura di Cristo, osserva 
che, sebbene i vangeli del Nuovo Testamento presentino 
un Gesù divino e non umano (concetto, come abbiamo già visto, errato), al tempo dei primi 
cristiani esistevano altri vangeli che fornivano un ritratto 
storico più accurato e presentavano Gesù come uomo. Il personaggio dice che questi vangeli sono 
stati scoperti in un’epoca relativamente recente, tra i 
reperti archeologici dei Rotoli del Mar Morto e tra i documenti dissotterrati vicino a Nag 
Hammadi, in Egitto. Si tratta di alcuni dei racconti evangelici 
più antichi su Gesù, che possono servire a correggere la visione canonica. 
 

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Ma le affermazioni di Teabing sui Rotoli del Mar Morto e sulla cosiddetta biblioteca di Nag 
Hammadi sono vere? Oppure fanno parte della finzione narrativa 
del Codice da Vinci? 
 
Ecco le parole di Teabing a Sophie: 
 
«Fortunatamente per gli storici» disse Teabing «alcuni dei vangeli che Costantino cercò di 
cancellare riuscirono a sopravvivere. I Rotoli del Mar Morto 
furono trovati verso il 1950 in una caverna nei pressi di Qumran, nel deserto di Giudea. E abbiamo 
anche i Rotoli copti scoperti nel 1945 a Nag Hammadi. 
Oltre a raccontare la vera storia del Graal, questi documenti parlano del ministero di Cristo in 
termini profondamente umani. Naturalmente, il Vaticano, 
per non smentire la sua tradizione di disinformazione, ha cercato di impedire la diffusione di 
questi testi.» (p. 275) 
 
Purtroppo, buona parte delle affermazioni di Teabing sono storicamente inesatte. 1) Come 
vedremo più avanti, Costantino non cercò di cancellare nessuno 
dei vangeli più antichi. 2) I Rotoli del Mar Morto non contengono vangeli, né alcun documento che 
parli di Cristo o del cristianesimo; sono testi ebraici. 
3) Furono scoperti nel 1947, non negli anni Cinquanta. 4) I documenti copti di Nag Hammadi sono 
libri e non rotoli (una differenza importante per la storia 
dei primi libri cristiani). 5) Né questi né i Rotoli del Mar Morto parlano del Graal. 
(NOTA 1) 
6) Né parlano del ministero di Gesù «in termini profondamente umani»; anzi, il Gesù delle fonti di 
Nag Hammadi è anche più divino di quello dei vangeli 
del Nuovo Testamento. 7) Il Vaticano non ha avuto nulla a che vedere con l’insabbiamento dei due 
ritrovamenti. 
 
Con questo non voglio dire che la scoperta dei Rotoli del Mar Morto e della biblioteca di Nag 
Hammadi non sia importante per comprendere il Gesù storico 
e i racconti che lo riguardano. Semmai, il contrario: si è trattato di scoperte importantissime, ma 
non per le ragioni esposte da Teabing. Per apprezzarne 
appieno l’importanza, dobbiamo considerare i due ritrovamenti separatamente. Cominceremo dal 
più famoso, quello dei Rotoli del Mar Morto. 
 
I Rotoli del Mar Morto 
 
Il ritrovamento 
 
Senza dubbio, quello dei Rotoli del Mar Morto è stato il ritrovamento di manoscritti più 
importante dell’epoca moderna. 
(NOTA 2) 
La storia della loro scoperta è interessante perché fu del tutto involontaria. All’inizio del 1947 un 
pastore beduino, un ragazzo di nome Muhammad edh-Dhib 
(che significa Muhammad il Lupo) portò un gregge di pecore e capre ad abbeverarsi a una 
sorgente nel deserto di Giudea, vicino alle antiche rovine note 
con il nome di Qumran, sulla costa nordoccidentale del Mar Morto, circa quindici chilometri a sud 
di Gerico e venticinque a est di Gerusalemme. Uno dei 
suoi animali si era allontanato e il ragazzo si mise a cercarlo. Avendo notato l’apertura di una 
grotta nella parete di roccia sopra di lui, ci lanciò 
un sasso e sentì che aveva colpito qualcosa. Il giorno successivo tornò con un amico per indagare e 
all’interno della grotta i due trovarono delle grosse 

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giare di terracotta contenenti rotoli intatti, avvolti in teli di lino. 
 
Informarono gli anziani e le giare, insieme al loro contenuto, vennero recuperate. I beduini 
capirono subito che potevano avere un valore e decisero di 
venderle. Le giare contenevano sette rotoli completi, che furono venduti in due lotti, quattro 
all’arcivescovo siro-ortodosso di Gerusalemme e tre a uno 
studioso dell’Università ebraica di Gerusalemme. Anni dopo, nel 1955, il neonato stato di Israele 
acquistò il primo lotto, portando tutti i rotoli nelle 
mani delle autorità israeliane. 
 
Ma ai beduini non sfuggì che, come quella, anche le altre grotte della zona potevano custodire 
antichi tesori. Nelle immediate vicinanze ci sono infatti 
circa trecento tra grotte e aperture. Negli anni Cinquanta sia beduini che archeologi professionisti 
le esplorarono minuziosamente. In undici di esse furono 
trovati resti di manoscritti, la maggior parte dei quali non intatti, a differenza dei primi sette, ma 
in forma di frammenti. Una delle grotte, chiamata 
Grotta 4 (poiché era la quarta grotta in cui erano stati ritrovati dei reperti), era piena di pezzetti di 
manoscritti deteriorati dal tempo: circa quindicimila 
frammenti per un totale di seicento testi. Ricomporli fu un compito piuttosto arduo, paragonabile 
a un puzzle di cui la maggior parte delle tessere siano 
mancanti e quelle rimaste siano state mescolate a casaccio. 
 
Ma ne valeva davvero la pena, perché i documenti – sia i primi sette sia i manoscritti e i frammenti 
rinvenuti nelle altre grotte – sono antichissimi. Molti 
contenevano documenti sull’ebraismo antico per cui non c’erano altre fonti: i manoscritti infatti 
risalgono a circa duemila anni fa. Furono compilati e 
utilizzati da una setta di ebrei vissuti più o meno all’epoca di Gesù, in un insediamento oggi noto 
come le rovine di Qumran, non lontano dalle grotte. 
 
Il ritrovamento è molto significativo perché ci fornisce informazioni fondamentali sui mutamenti 
in corso all’interno dell’ebraismo nei secoli a cavallo 
dell’inizio dell’era cristiana. È inoltre utile per capire il cristianesimo non, come sostiene Teabing, 
perché si tratta di vangeli ma perché i documenti 
raccontano dell’ebraismo dei tempi di Gesù. 
 
Il contenuto dei Rotoli 
 
Che genere di testi sono trascritti sui rotoli scoperti nelle undici grotte vicino all’insediamento di 
Qumran? A costo di ripetermi, mi sembra importante 
ribadire che non si tratta affatto di documenti cristiani: sono tutti testi ebraici, scritti da ebrei, 
copiati da ebrei e usati da ebrei all’epoca di Gesù 
(tra il 150 a.C. e il 70 d.C.). 
(NOTA 3) 
 
Tra i documenti più significativi dobbiamo ricordare le copie dei libri della Bibbia ebraica (l’Antico 
Testamento cristiano). Alcune sono quasi complete 
(per esempio uno dei sette rotoli ritrovati per primi nella Grotta 1 riporta il testo di Isaia). Nel 
complesso, i rotoli rinvenuti nelle undici grotte 
contengono tutti i libri della Bibbia ebraica, con l’eccezione di Ester. La scoperta dei manoscritti 
biblici è particolarmente significativa perché prima 
la copia più antica della Bibbia in nostro possesso risaliva all’anno 1000; le copie presenti tra i 
Rotoli del Mar Morto sono invece antecedenti di un 

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millennio o più rispetto a qualunque documento noto. Ci permettono quindi di stabilire con quale 
grado di fedeltà siano stati trascritti nei secoli i testi 
della Bibbia ebraica. Si è così scoperto che, secolo dopo secolo, alcuni sono stati copiati con grande 
accuratezza (per esempio Isaia), mentre altri (tra 
cui i libri di Samuele) hanno subito interventi più significativi con il trascorrere del tempo. 
 
La maggior parte dei libri scoperti nelle altre grotte vicino a Qumran non ci erano noti. Si tratta 
insomma di una vera e propria biblioteca di testi ebraici 
che fino ad allora non si conoscevano. Sono scritti soprattutto in ebraico (la lingua delle Scritture), 
in qualche caso in aramaico (la lingua quotidiana 
dell’epoca) e più raramente in greco (il linguaggio dei commerci e della cultura internazionale). Si 
tratta di commentari ai testi biblici, che i compilatori 
interpretavano e di cui spiegavano il significato per la vita della comunità loro contemporanea. Gli 
scritti non miravano tanto a dimostrare che cosa l’autore 
del testo biblico avesse voluto dire alla comunità dei suoi tempi; cercavano piuttosto di dimostrare 
come gli autori biblici avessero riferito profezie 
che stavano avverandosi molti secoli dopo proprio nella comunità di Qumran. 
 
Tra i documenti di Qumran sono presenti altri libri che gli studiosi hanno chiamato «settari», a 
significare che riguardano la vita della comunità: regole 
di comportamento, requisiti di ammissione, punizioni per la violazione della politica comune e 
così via. Gli esperti sono concordi nel sostenere che la 
comunità fosse costituita da un gruppo di ebrei noti da altre fonti antiche come Esseni. La lettura 
dei libri «settari» chiarisce che la comunità degli 
Esseni era caratterizzata dalla massiccia presenza di uomini celibi che avevano dedicato la propria 
vita alla purezza, nella convinzione che la fine del 
mondo fosse vicina. Credevano che presto Dio sarebbe intervenuto nella storia per rovesciare le 
forze del male e per premiare i giusti. 
 
Alcuni libri riportano le preghiere e i salmi della comunità, componimenti poetici molto simili ai 
Salmi della Bibbia ebraica; altri forniscono una rigida 
interpretazione della legge di Mosè, mostrando ai membri della comunità come vada letta e 
seguita; altri ancora sono visionari e descrivono cosa succederà 
alla fine del mondo, quando le forze del bene (schierate con i membri della comunità) daranno 
battaglia alle forze del male (il diavolo e i suoi rappresentanti 
terreni, come per esempio gli eserciti romani), rovesciandole per preparare la venuta del regno di 
Dio sulla terra. 
 
Nel complesso, si tratta di scoperte molto significative per capire l’ebraismo dei tempi di Gesù, 
anche se non fanno mai riferimento a lui in particolare 
o ai suoi seguaci, contrariamente a quanto sostiene Leigh Teabing. 
 
Senza dubbio l’aspetto più importante dei Rotoli del Mar Morto è il fatto che evidenzino la 
centralità dell’apocalittica ebraica nell’ambiente di Gesù. 
Data l’importanza del pensiero apocalittico per comprendere la figura del Cristo (argomento di 
uno dei prossimi capitoli) e per chiarire il suo rapporto 
con le donne (un elemento chiave del Codice da Vinci), è opportuno spiegare che cosa fu 
l’apocalittica secondo quanto si legge nei Rotoli del Mar Morto 
e in altri documenti ebraici dello stesso periodo. 
 
I Rotoli del Mar Morto e l’apocalittica ebraica 
 

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Apocalittica è un termine che gli studiosi moderni utilizzano per indicare una visione del mondo 
antica. Deriva dal greco apokalypsis, che significa «rivelazione». 
I sostenitori di questa visione del mondo credevano che Dio avesse «rivelato» loro quei segreti 
celesti che potevano aiutarli a dare un senso alle realtà 
terrene; in particolare, credevano che Dio avesse rivelato loro che cosa sarebbe accaduto nel 
prossimo futuro, quando sarebbe intervenuto per distruggere 
il male del mondo e fondare il suo regno del bene. 
 
All’epoca di Gesù, gli apocalittici appartenevano a tutti i ceti. Alcuni erano membri di sette come 
gli Esseni, altri erano farisei, altri erano figure 
profetiche (come Giovanni Battista) e i loro seguaci, altri ancora non erano legati a nessuna 
fazione, ma condividevano semplicemente questa visione del 
mondo (proprio come oggi ci sono cristiani che non appartengono a nessuna confessione). 
 
Dai Rotoli del Mar Morto e da altri documenti ebraici antichi si deduce con chiarezza che, 
qualunque fosse il partito di appartenenza, gli apocalittici 
sottoscrivevano quattro principi fondamentali: 
 
1. Dualismo. L’apocalittica ebraica sostiene che ci sono due componenti essenziali nella realtà: le 
forze del bene e le forze del male. Dalla parte del 
bene, naturalmente, c’è Dio. Ma Dio ha un nemico personale: il diavolo (prima dell’apocalittica 
non ci sono riferimenti a questa figura nei testi ebraici, 
come del resto nella maggior parte della Bibbia). Dio ha i suoi agenti, gli angeli, e il diavolo pure, i 
demoni. Con Dio si schierano i poteri sovrumani 
della giustizia e della vita; con il diavolo si schierano il peccato e la morte. Gli apocalittici 
ritenevano che fossero forze reali operanti nel mondo. 
Il peccato non è solo qualcosa di male che capita di fare ogni tanto: è una forza cosmica, schierata 
contro Dio, che cerca di ingannare l’uomo per spingerlo 
ad agire contro il volere divino. Perché ci sono persone che «non riescono a trattenersi» dal fare ciò 
che sanno essere sbagliato? Perché il peccato le 
ha soggiogate. Anche la morte non è spiegabile solo come ciò che accade quando si esala l’ultimo 
respiro o la mente smette di funzionare; è una forza cosmica 
operante nel mondo, che cerca di catturare l’uomo e che, quando ci riesce, lo annienta. 
 
Per gli apocalittici ebraici, tutte le cose e tutte le persone del mondo sono schierate con le forze del 
bene o con quelle del male. Non esiste un terreno 
neutrale e tutti debbono scegliere da che parte stare. 
 
Inoltre, per loro questo dualismo cosmico si declina all’interno di uno scenario storico in cui c’è 
una radicale scissione tra l’età presente e quella futura. 
Il presente è in mano alle forze del male, ecco perché nel mondo c’è tanto dolore e tanta 
sofferenza, carestie, malattie, guerre e calamità naturali, per 
non parlare delle esperienze più comuni di odio, solitudine e morte. Ma in futuro tutto ciò che è 
male sarà distrutto e rimarrà solo il bene; non ci saranno 
più fame, pena, sofferenza, dolore o morte, ma solo il volere di Dio, che regnerà sovrano sulla 
terra. 
 
2. Pessimismo. Poiché la dottrina degli apocalittici sostiene che l’epoca presente è malvagia, non 
nutre alcuna speranza di poter migliorare la sorte degli 
uomini hic et nunc. Le cose vanno male e possono solo andare peggio, man mano che il diavolo e i 
suoi scagnozzi acquisiscono un potere sempre maggiore. 

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Non si può cambiare in meglio la situazione migliorando l’assistenza sociale, aumentando il 
numero degli insegnanti o dei tutori dell’ordine: il potere 
delle forze del male è in aumento e continuerà a crescere fino al termine di quell’epoca, quando, 
letteralmente, scoppierà l’inferno. 
 
3. Vendetta. Ma la fine di quell’epoca non rappresenterà la fine della storia. Perché quando la 
situazione sarà definitivamente compromessa, Dio in persona 
interverrà a beneficio di chi si è schierato con lui. Rovescerà con il suo giudizio apocalittico le forze 
del male, distruggendo il diavolo e tutti i suoi 
poteri e portando sulla terra il suo regno benigno. 
 
Nella vendetta di Dio rientra anche la resurrezione dei morti. Il giudizio di Dio, quindi, non 
riguarderà solo i vivi ma tutti, anche i morti, che risorgeranno 
fisicamente per affrontarlo. Quindi nessuno deve pensare di potersi schierare in vita con le forze 
del male per ottenere prosperità e potere e poi farla 
franca dopo la morte. Ciò non è possibile perché Dio resusciterà tutti e li condannerà alla 
punizione eterna per il male compiuto, senza possibilità di 
attenuarla in nessun modo. 
 
D’altro canto, chi si è schierato con Dio e ha sofferto di conseguenza sarà resuscitato dai morti per 
ricevere la ricompensa eterna (non può esserci che 
sofferenza per chi si schiera con il bene, perché sono le forze del male a controllare il mondo). 
Quindi chi soffre nel presente può sperare nella futura 
vendetta, nel regno ormai imminente. Ma quando verrà? 
 
4. Imminenza. L’apocalittica ebraica sostiene che il giudizio finale verrà molto presto. Prestissimo. 
Le cose non possono andare peggio di come vanno e 
quanto prima Dio interverrà per rovesciare le forze del male e fondare il suo regno. Ma quando 
succederà? «In verità vi dico: vi sono alcuni qui presenti, 
che non morranno senza aver visto il regno di Dio venire con potenza.» Sono parole di Gesù (Mc 
9, 1). Dunque lo stesso Gesù era un apocalittico e professava 
un punto di vista simile a quello degli Esseni della comunità del Mar Morto, anche se con tutta 
probabilità non ne faceva parte né ebbe mai contatti con 
loro. In un altro passo Gesù afferma: «In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che 
tutte queste cose siano avvenute» (Mc 13, 30). 
 
Quindi Gesù ha in comune con gli Esseni di Qumran una visione apocalittica. Ma le differenze 
sono numerose e per questa ragione gli studiosi affermano unanimi 
che non apparteneva alla comunità. Gli Esseni di Qumran, per esempio, volevano preservarsi puri 
isolandosi dalle influenze inquinanti del mondo; Gesù invece 
si circondava continuamente di «esattori delle tasse e peccatori» e non si interessava della sua 
purezza personale né del rispetto rigoroso della legge 
mosaica a cui esortavano gli Esseni. Semmai il contrario: spesso era accusato di lassismo nei 
confronti della legge (per esempio, di quella che prescriveva 
di rispettare il sabato). Ma un tratto fondamentale lo accomuna alla comunità del Mar Morto: è un 
dualista, crede nelle forze del bene e del male (lo si 
vede spesso combattere contro il demonio, per esempio), nell’imminenza della venuta del regno di 
Dio (Mc 1, 15; 9, 1; 13, 30), nella futura risurrezione 
dai morti e così via. 
 
In questo senso Leigh Teabing ha ragione: i Rotoli del Mar Morto ci illuminano sulla vera natura 
di Gesù. Ma non, come afferma il personaggio del romanzo, 

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perché contengono testi esplicitamente cristiani (si è visto che sono in tutto e per tutto ebraici) e 
nemmeno perché contengono vangeli più veritieri di 
quelli del Nuovo Testamento: infatti tra le centinaia di documenti rinvenuti a Qumran non ci sono 
vangeli. Né perché ritraggono un Gesù più umano di quello 
dei vangeli canonici, in quanto i Rotoli non dicono proprio nulla su Gesù. Ne chiariscono la natura 
solo perché aiutano a chiarire in quale contesto vivevano 
Gesù e i primi cristiani: un contesto denso dell’attesa apocalittica che quell’età malvagia volgesse 
presto al termine e che Dio intervenisse a giudicare 
il mondo prima di instaurare il suo regno eterno e benigno. 
 
La biblioteca di Nag Hammadi 
 
Nel Codice da Vinci Leigh Teabing, quando cerca di convincere Sophie Neveu che i primi 
documenti sul Cristo lo ritraggono in termini più umani che divini, 
decide di mostrarle le prove. Discutono dell’argomento nello studio di lui e Teabing prende da 
uno scaffale un libro intitolato I vangeli gnostici, dicendo 
che contiene «fotografie di brani ingranditi di antichi documenti». Quindi informa Sophie: 
«Queste sono fotocopie dei Rotoli di Nag Hammadi e del Mar Morto 
… i più antichi documenti cristiani» (p. 288). 
 
Abbiamo già detto che i Rotoli del Mar Morto non sono antichi documenti cristiani. Specifico 
anche che il libro citato da Teabing non contiene foto di antichi 
documenti ma è uno studio dei testi di Nag Hammadi della famosa autrice Elaine Pagels (citata 
anche nel libro di Dan Burstein I segreti del Codice). Ciononostante, 
Teabing fa un’affermazione importante: la biblioteca di Nag Hammadi conteneva davvero scritti 
gnostici, alcuni dei quali significativi per capire come 
Gesù era visto nella Chiesa primitiva. Peccato che Gesù non vi sia affatto presentato in termini 
umani. 
 
Anche in questo caso, è meglio cominciare dicendo come avvenne la scoperta della biblioteca. 
Siccome nel Codice da Vinci ha un ruolo più importante rispetto 
a quella dei Rotoli del Mar Morto, la presenterò in modo più dettagliato. Si trattò di un altro 
ritrovamento assolutamente fortuito, simile a quello di 
Qumran, ma avvenne un anno e mezzo prima e in un’altra parte del mondo, non nel deserto di 
Giudea vicino al Mar Morto, ma in quello egiziano sulle sponde 
del Nilo. 
 
Il ritrovamento 
 
La biblioteca fu rinvenuta nel dicembre 1945 da sette contadini beduini che stavano scavando alla 
ricerca di sabakh, un concime ricco di azoto, vicino alla 
parete rocciosa di Jabal al-Tarif, lungo l’alto corso del Nilo. 
(NOTA 4) 
Usavano il concime sulle colture del piccolo villaggio di al-Qasr, al di là del fiume rispetto a quello 
più grande della zona, Nag Hammadi, circa quattrocentocinquanta 
chilometri a sud del Cairo e sessanta a nord di Luxor e della Valle dei Re. Il leader del gruppetto, 
l’uomo che si assunse la responsabilità dei reperti 
e che in seguito divulgò i dettagli della scoperta, si chiamava niente meno che Mohammed Ali. Ma 
fu il fratello più giovane a ritrovare i documenti, accorgendosi 
di aver colpito con il piccone un oggetto duro. Si trattava di uno scheletro umano. 
(NOTA 5) 

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Scavando nelle immediate vicinanze, i contadini dissotterrarono una grossa giara di terracotta alta 
una sessantina di centimetri e sigillata da una ciotola. 
 
Mohammed Ali e i suoi compagni erano riluttanti ad aprirla, per paura che contenesse un genio 
malvagio; ma dopo attenta riflessione, conclusero che avrebbe 
anche potuto contenere dell’oro e senza indugiare oltre la frantumarono con i picconi. 
Conclusione: niente genio e niente oro. C’era solo una manciata 
di vecchi libri rilegati in pelle, di ben scarsa utilità per un gruppo di beduini analfabeti. 
 
Ali distribuì i ritrovamenti, strappando i libri in modo che ognuno ricevesse la parte che gli 
spettava. Ma gli altri non erano interessati, così Ali avvolse 
il malloppo nel suo turbante e, tornato a casa, lo ripose nel capanno dove teneva gli animali. 
Quella sera sua madre prese alcuni dei fogli sgualciti per 
accendere il fuoco su cui avrebbe cotto la cena. 
 
A questo punto la storia si complica e si mescola con la vita reale in un modo quasi irreale. Tra 
Mohammed Ali e la sua famiglia e una tribù di uno dei 
villaggi vicini era in corso una faida. Tutto era cominciato sei mesi prima, quando il padre di Ali, 
guardiano di notte incaricato di custodire dei macchinari 
per l’irrigazione importati dalla Germania, aveva sparato a un intruso, uccidendolo, e il giorno 
dopo era stato assassinato a sua volta dai familiari della 
vittima. Parecchie settimane dopo la scoperta dei vecchi libri, Mohammed Ali e i suoi fratelli 
vennero a sapere che l’assassino del genitore dormiva sul 
ciglio della strada, accanto a un vaso di melassa di zucchero di canna. Afferrati i picconi, andarono 
a cercarlo e, trovatolo, lo colpirono a morte. Quindi 
gli squarciarono il petto e ne estrassero il cuore ancora caldo per mangiarlo, atto estremo della 
vendetta di sangue. 
 
Ma c’era un inconveniente – per la verità, in questa storia ce n’è più di uno – e cioè il fatto che la 
vittima era figlio di uno sceriffo del luogo. Mohammed 
Ali aveva cominciato a pensare che forse i vecchi libri che avevano trovato potevano valere 
qualcosa e temeva che, essendo lui e i suoi fratelli i principali 
sospettati dell’omicidio, la sua casa sarebbe stata perquisita alla ricerca di indizi. Quindi diede al 
prete copto del paese uno dei libri perché lo custodisse 
fino a quando le acque non si fossero calmate. 
 
Si dà il caso che il cognato del sacerdote fosse un professore itinerante di inglese e storia. Era suo 
ospite una volta alla settimana, durante il giro 
delle scuole parrocchiali della zona. L’insegnante di storia capì che il libro poteva davvero essere 
una scoperta importante – almeno abbastanza da guadagnarci 
dei soldi – e andò al Cairo per cercare di venderlo. Ma il tentativo non ebbe il successo sperato: il 
libro fu confiscato dalle autorità. Alla fine gli 
fu comunque permesso di venderlo al Museo Copto. 
 
Il direttore del museo aveva un’idea più che precisa del libro e, per farla breve, insieme a Jean 
Doresse, un giovane studioso francese di antichità che 
aveva conosciuto a Parigi – e il direttore doveva conoscerlo piuttosto bene, visto che in precedenza 
aveva chiesto la mano della donna che poi era diventata 
la signora Doresse – riuscì a reperire la maggior parte dei volumi rimanenti e ad acquistarli per il 
museo. 
 
Il contenuto della raccolta 

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Si può dire che questi antichi libri rappresentino la più significativa raccolta di scritti cristiani 
perduti rinvenuti nell’epoca moderna: in totale quarantasei 
trattati, la maggior parte dei quali ci erano del tutto sconosciuti. 
(NOTA 6) 
Fanno parte del ritrovamento molti vangeli di Gesù che nessuno studioso occidentale aveva mai 
avuto occasione di leggere e libri della cui esistenza nell’antichità 
si aveva notizia ma che erano andati perduti mille e cinquecento anni fa, tra cui i vangeli scritti da 
figure come il discepolo Filippo (che Leigh Teabing 
cita quando parla dell’importanza di Maria Maddalena), speculazioni mistiche sull’inizio del 
regno divino e sulla creazione del mondo, riflessioni metafisiche 
sul significato dell’esistenza e sulla gloria della salvezza, esposizioni di importanti dottrine 
religiose e attacchi polemici ad altri cristiani per la 
loro ostinazione nell’eresia. 
 
I documenti sono scritti in copto, un’antica lingua egiziana. Ma ci sono valide ragioni per ritenere 
che gli originali fossero in greco. I libri, rilegati 
in cuoio, furono prodotti nella seconda metà del IV secolo: lo si deduce dalla costa delle legature, 
rafforzata da frammenti di carta, alcuni dei quali 
provengono da ricevute datate 341, 346 e 348 d.C. Quindi i libri devono essere posteriori alla data 
del 348 d.C. 
 
La datazione dei libri, ovviamente, non coincide con quella dei documenti che vi sono contenuti, 
nella stessa misura in cui la Bibbia che tengo sulla scrivania 
è stata pubblicata nel 1998 ma contiene documenti che risalgono a diciannove secoli prima. Lo 
stesso vale per i testi di Nag Hammadi: furono scritti ben 
prima della fine del IV secolo, a cui invece risalgono i libri rinvenuti. Molti esistevano già nel II 
secolo dopo Cristo, se non prima. 
 
Non sappiamo con esattezza da chi furono scritti né perché furono nascosti ai piedi della parete 
rocciosa di Jabal al-Tarif, proprio sopra l’ansa del Nilo 
a nord di Luxor. È significativo che, ad appena quattro chilometri e mezzo, si trovi il monastero 
cristiano fondato nel IV secolo dal famoso monaco San 
Pacomio. Gli studiosi ritengono che i libri possano provenire dalla biblioteca del monastero, teoria 
suffragata dalle scritte leggibili sui frammenti di 
carta della legatura. Ma perché i monaci si sarebbero disfatti dei libri? 
 
Come vedremo nel dettaglio in uno dei prossimi capitoli, la fine del IV secolo fu un momento 
significativo nella storia della formazione del canone neotestamentario. 
Fu nel 367 d.C. che il potente vescovo di Alessandria, Atanasio (che abbiamo già conosciuto nel 
capitolo precedente) scrisse una lettera alle chiese egiziane 
sottoposte alla sua giurisdizione, in cui delineava in termini molto severi i confini canonici delle 
Scritture. 
(NOTA 7) 
È questa la prima occasione a noi nota in cui qualcuno abbia decretato che i ventisette libri oggi 
facenti parte del canone, e non uno di più, dovessero 
essere considerati Scritture. Inoltre Atanasio raccomandò di non leggere altri libri definiti «eretici». 
È possibile che i monaci del monastero pacomiano 
vicino a Nag Hammadi si sentissero sotto pressione e avessero epurato la loro biblioteca per 
conformarsi ai dettami del potente vescovo di Alessandria? 
In tal caso, perché non bruciarono i libri, invece di seppellirli? È possibile che i monaci avessero a 
cuore quei libri e perciò avessero deciso di nasconderli 

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in un luogo sicuro, in attesa che la situazione mutasse e si potesse riportarli nella biblioteca dei 
testi sacri a beneficio dei posteri? Non lo sapremo 
mai. 
 
La biblioteca di Nag Hammadi e lo gnosticismo nel cristianesimo primitivo 
 
Nel Codice da Vinci Leigh Teabing fa riferimento al Vangelo di Filippo e ad altri libri della 
raccolta come ai «vangeli gnostici». Che cosa significa? 
 
Gnosticismo è un termine usato dagli studiosi per raggruppare una serie di dottrine religiose del II 
e III secolo. Il nome deriva dalla parola greca gnosis, 
cioè «conoscenza». Sono dette gnostiche le religioni che mettono l’accento sulla necessità, per 
l’uomo, della vera conoscenza per essere salvato e, in 
particolare, predicano la vera conoscenza di se stessi. Solo quando si conosce veramente se stessi si 
può essere liberati dai mali di questo mondo, che 
sono poi quelli dell’esistenza materiale, perché per gli gnostici il mondo della materia è di per sé 
malvagio e lo spirito intrappolato nel corpo (materiale, 
malvagio) deve fuggirlo. La fuga è possibile appunto con la reale conoscenza di se stessi. 
 
Sebbene tra i credi e le pratiche dei diversi gruppi gnostici vi fossero notevoli differenze (come del 
resto oggi tra i gruppi che si definiscono cristiani), 
sembra che la maggior parte degli gnostici dell’antichità condividessero un certo numero di 
importanti principi: 
 
1. Il mondo. Abbiamo visto che l’apocalittica ebraica è dualista e sostiene quindi che nella realtà vi 
siano due componenti fondamentali: il bene e il male. 
Gli gnostici sono ancora più estremi nel loro dualismo, in quanto credono che il mondo fisico sia 
di per sé malvagio, in contrapposizione con il mondo 
dello spirito, che è buono. 
 
2. Il regno divino. Quindi non può essere stato il vero Dio a creare il mondo materiale. Dio è 
unicamente spirito. Secondo i miti gnostici – alcuni dei 
quali sono conservati nei trattati di Nag Hammadi – nell’eternità trascorsa il vero Dio generò altre 
divinità che a loro volta, a coppie, generarono una 
prole. Ma nel regno divino si verificò una catastrofe quando una delle entità divine (spesso 
chiamata Sophia, divinità femminile il cui nome significa 
«saggezza») si separò dalle altre e generò in autonomia un altro essere divino. Questi, nato al di 
fuori del regno divino, era malvagio. Con i suoi scagnozzi, 
creò il mondo materiale per imprigionarvi la divinità caduta (Sophia). 
 
3. Gli esseri umani. Sophia fu quindi catturata e imprigionata nel mondo materiale e nel corpo 
degli uomini. Molti uomini, secondo gli gnostici, hanno in 
sé questa scintilla divina e aspirano a fuggire dal mondo. Altri non la possiedono e sono come gli 
animali, che alla morte semplicemente cessano di esistere. 
 
4. La salvezza. La scintilla divina posseduta dagli esseri umani può essere liberata solo se si 
apprende qual è la sua origine, come è arrivata lì dove 
si trova e come può ritornare al suo luogo di provenienza. La liberazione da questo mondo 
materiale e malvagio, in altre parole, è possibile solo attraverso 
la liberazione della conoscenza (gnosi). 
 

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5. La Chiesa. Molti gnostici credono che chi ha fede in Cristo e compie opere buone può avere una 
piccola quota di salvezza al momento della morte (contrariamente 
agli altri, che semplicemente cessano di esistere). Ma la vera e gloriosa vita dopo la morte sarà 
riservata agli gnostici, coloro che possiedono la scintilla 
divina e che hanno maturato una conoscenza piena dei segreti della salvezza. 
 
6. Il redentore divino. Ma questa conoscenza non può essere raggiunta soltanto con la 
comprensione del mondo. Deve provenire dall’esterno del mondo stesso, 
da un redentore divino che porterà la conoscenza della salvezza dall’alto. Per gli gnostici cristiani 
(c’erano anche gnostici non cristiani che spiegavano 
la salvezza in maniera diversa) Cristo è colui che viene dall’alto per portare la conoscenza. I 
diversi gruppi gnostici interpretano la figura di Cristo 
in modi diversi. Alcuni di loro sono docetisti e affermano che Cristo, essere divino, è venuto sulla 
terra con sembianze umane ma, a causa della sua divinità, 
non è realmente carne e sangue. Altri gnostici credono che Cristo sia un essere divino incarnatosi 
nel corpo dell’essere umano Gesù nel momento del battesimo; 
abitando il corpo di Gesù, ha insegnato ai suoi seguaci la verità che porta alla salvezza, quindi 
prima della sua morte lo ha lasciato. Ecco perché Gesù 
sulla croce ha gridato: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Per alcuni gnostici, 
quindi, l’elemento divino avrebbe realmente abbandonato Gesù 
sulla croce. 
 
Ho elencato questa serie di dogmi non perché il lettore si faccia una cultura sullo gnosticismo 
antico, ma per il semplice fatto che, nel romanzo di Brown, 
Leigh Teabing afferma che i vangeli gnostici di Nag Hammadi ritraggono Cristo più come uomo 
che come Dio, contrariamente a quelli del Nuovo Testamento. 
Spero che la presentazione sia servita a chiarire due cose. Da un lato, che Teabing ha ragione a 
sostenere che questi documenti gnostici presentano Cristo 
in maniera diversa rispetto al Nuovo Testamento; dall’altro però che ha torto, in quanto afferma 
che la differenza consiste nella rappresentazione di un 
Gesù completamente umano. Si tratta dell’esatto contrario. Questi scritti non sottolineano affatto 
la divinità di Gesù, nemmeno quello citato da Teabing, 
il Vangelo di Filippo, né altri (tra cui quello davvero importante per il Codice da Vinci, il Vangelo 
di Maria, che non fu rinvenuto a Nag Hammadi ma altrove). 
Alcuni testi immaginano un Cristo divino che ha assunto sembianze umane; altri, più numerosi, 
vedono l’essere umano Gesù come tale, ma non attribuiscono 
importanza tanto alla sua natura umana, quanto alla sua natura di temporanea dimora del Cristo 
divino, venuto a portare la salvezza attraverso la rivelazione 
della verità sulla condizione umana a chi è in grado di raggiungere la conoscenza, che porta a sua 
volta alla liberazione. 
 
Conclusione 
 
Per riassumere, Leigh Teabing ha ragione a sottolineare l’importanza dei ritrovamenti del Mar 
Morto e di Nag Hammadi per capire come i primi cristiani vedevano 
Gesù. Per gli storici e i critici, questi documenti costituiscono una fonte validissima per la 
comprensione del contesto dell’epoca di Gesù e dei suoi 
seguaci anche dopo la crocefissione. Ma è importante sapere che cosa ci dicono di quel contesto. Il 
travisamento o la falsificazione delle fonti antiche 
è un errore grave quanto ignorarle del tutto. E Teabing commette numerosi errori fondamentali 
quando afferma l’importanza di queste scoperte archeologiche 

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moderne. I Rotoli del Mar Morto sono ebraici, non cristiani, e sono importanti soprattutto perché 
ci forniscono una chiave per conoscere il contesto in 
cui la figura di Gesù si è manifestata. Tuttavia non citano mai Gesù né tanto meno sottolineano 
qualche lato della sua natura. Alcuni dei documenti di 
Nag Hammadi, dal canto loro, sono cristiani e citano Gesù. Ne fanno parte i vangeli non canonici 
che adottano una prospettiva gnostica. Lungi però dal 
presentare un Gesù umano, questi documenti sono più interessati alle sue qualità divine. 
 
Nel prossimo capitolo esamineremo alcuni di questi vangeli – testi primitivi che non furono 
inclusi nel canone neotestamentario – in modo da capire meglio 
fino a che punto Teabing sia fuori strada quando afferma che i vangeli scartati dalla Chiesa 
primitiva ritraggono un Gesù più umano di quello dei quattro 
testi canonici. È tutto il contrario: sono i vangeli del Nuovo Testamento a dipingere un Gesù 
umano, mentre gli altri si spingono a rappresentazioni sovrumane. 
Questo vale non solo per i documenti di Nag Hammadi, ma anche per gli altri vangeli – gnostici e 
non – riscoperti in epoca moderna. 
 

Gli altri vangeli. 
 
Come abbiamo visto, una delle questioni storiche fondamentali sollevate da Leigh Teabing nel 
Codice da Vinci riguarda un antico «insabbiamento». A suo parere, 
la Chiesa delle origini tentò di trasformare Gesù da uomo in figura divina, ma il compito fu 
difficile perché gran parte dei primi vangeli raffigurava 
Gesù in tutta la sua natura umana e non divina. La soluzione fu scontata: la Chiesa scelse i quattro 
Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, che presentano 
Gesù come divino, asserisce Teabing, e distrusse tutte le altre testimonianze precedenti che 
garantivano una maggiore precisione storica. 
 
Come spiega il personaggio a Sophie Neveu nel suo studio: 
 
«Gesù Cristo è una figura storica di enorme influenza, forse il leader più enigmatico e seguito che 
il mondo abbia conosciuto … Com’è comprensibile, la 
sua vita è stata scritta da migliaia di suoi seguaci in tutte le terre … Più di ottanta vangeli sono 
stati presi in considerazione per il Nuovo Testamento, 
tra cui quelli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni.» (pp. 271-272; corsivi miei) 
 
In seguito, sempre nello studio di Teabing, la conversazione prosegue, ma si sposta sul problema 
cruciale della relazione tra Gesù e Maddalena, così come 
viene presentata nei vangeli: 
 
«Come ho detto» spiegò Teabing «la Chiesa delle origini doveva convincere il mondo che il 
profeta mortale Gesù era un essere divino. Di conseguenza, ogni 
vangelo che descriveva gli aspetti terreni della vita di Gesù doveva essere omesso dalla Bibbia. 
Purtroppo per quei vecchi correttori, un tema terreno 
particolarmente preoccupante continuava a presentarsi nei vangeli. Maria Maddalena.» Fece una 
breve pausa. «O, più in particolare, il suo matrimonio con 
Gesù Cristo.» (p. 286; corsivi dell’autore) 
 
Il racconto di Teabing presenta numerosi errori dal punto di vista storico. Come vedremo in un 
capitolo successivo, le parole e l’operato di Gesù non furono 

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affatto registrate da «migliaia» di persone durante la sua vita; al contrario, non ci sono prove che 
qualcuno abbia registrato gli episodi della sua vita 
mentre era ancora vivo. E non si prese in considerazione il fatto di includere ottanta vangeli nel 
Nuovo Testamento. Inoltre, non è corretto dire che quelli 
di Matteo, Marco, Luca e Giovanni furono «tra» quelli inclusi, poiché furono i soli a essere inclusi. 
 
A prescindere da questi errori fattuali, il commento di Teabing solleva una serie di interessanti 
quesiti storici: quali altri vangeli extratestamentari 
effettivamente esistono ancora oggi? Raffigurano Gesù come umano o piuttosto come divino? 
Dicono davvero che era sposato con Maria Maddalena? 
 
In questo capitolo prenderò in considerazione molti degli altri vangeli pervenuti sino a noi. Come 
ho già detto, Teabing sbaglia quando asserisce che ne 
furono esaminati altri ottanta da inserire nel Nuovo Testamento. In verità non sappiamo 
nemmeno quanti ne siano stati scritti, e oggi non ce ne sono ottanta, 
anche se si conosce l’esistenza di almeno una ventina di essi. La maggior parte sono giunti a noi 
solo in tempi piuttosto recenti, perché rinvenuti accidentalmente, 
come, per esempio, quelli ritrovati nella biblioteca di Nag Hammadi nel 1945. Un punto su cui 
Teabing invece non si sbaglia, è che la Chiesa ha canonizzato 
i quattro vangeli ed escluso tutti gli altri, proibendo di usarli e talvolta distruggendoli, in modo 
che la maggioranza dei cristiani nel corso della storia 
della Chiesa avesse accesso unicamente alle testimonianze neotestamentarie su Gesù. Tuttavia, 
non si può dire che gli altri vangeli, quelli scartati, siano 
forse più accurati dal punto di vista storico, né si può affermare che raffigurino un Gesù più 
umano e sposato con Maria Maddalena. Semmai è vero il contrario: 
come indicato nel capitolo precedente, la maggior parte di questi testi presenta un Gesù ancor più 
divino dei quattro che costituiscono il canone, e in 
nessuno di quelli extracanonici si fa riferimento al fatto che Gesù fosse sposato, né tanto meno con 
Maria Maddalena, una dei suoi seguaci. 
 
Affronteremo molti di questi argomenti nei prossimi capitoli. Per il momento esamineremo alcuni 
dei primi vangeli extracanonici per vedere in che modo viene 
rappresentato Gesù, se, cioè, come umano o come superumano. In questa analisi non mi occuperò 
di tutti quelli a nostra disposizione, perché possono essere 
reperiti altrove. 
(NOTA 1) 
Intendo semplicemente fornire un breve assaggio dei libri che non rientrano nel canone. 
Comincerò con un vangelo in cui ci si potrebbe aspettare di incontrare 
un Gesù estremamente umano, poiché è la cronaca della sua infanzia. Ma sfortunatamente per la 
tesi di Teabing, anche questo primo documento presenta un 
Gesù superumano, piuttosto che il contrario. 
 
Il Vangelo dello Pseudo Tommaso 
 
Il testo chiamato Vangelo dello Pseudo Tommaso 
(NOTA 2) 
(da non confondersi con il Vangelo di Tommaso scoperto vicino a Nag Hammadi) affronta la vita 
di Gesù da bambino. 
(NOTA 3) 
Alcuni studiosi fanno risalire il documento ai primi anni del II secolo dopo Cristo, facendone 
quindi uno dei primi vangeli extracanonici sopravvissuti. 

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Le storie in questo resoconto ci forniscono divertenti episodi dell’operato di Gesù in tenera età. Ma 
al di là della narrazione si cela una domanda che 
incuriosisce molti cristiani: «Se Gesù era il Figlio di Dio, e da adulto era capace di compiere 
miracoli, com’era da bambino?». Scopriamo che era un po’ 
troppo vivace. 
 
Il racconto si apre con Gesù che ha cinque anni ed è intento a giocare nel guado di un torrente il 
giorno del sabato. Dopo aver raccolto dell’acqua fangosa 
e creato una piccola diga, ordina che l’acqua diventi pura, e così accade. Poi, sulla riva, plasma dei 
passeri con l’argilla. Un Giudeo che passa di lì 
lo vede: Gesù ha lavorato e quindi ha infranto la legge, secondo la quale non si lavora di sabato. 
L’uomo corre immediatamente ad avvisare Giuseppe che 
si reca sul posto e rimprovera il figlio per aver profanato il sabato. Ma invece di scusarsi o pentirsi 
per aver commesso un peccato, Gesù batte le mani 
e ordina agli uccellini di volare via. Loro prendono vita e s’involano cinguettando, eliminando così 
le prove della sua malefatta (Vangelo dello Pseudo 
Tommaso 2). Già da bambino, Gesù è capace di donare la vita e non soggiace alle leggi e ai 
regolamenti degli uomini. 
 
Si potrebbe pensare che grazie ai suoi poteri soprannaturali Gesù sarebbe potuto essere un 
compagno di giochi utile e divertente per gli altri bambini del 
suo paese. Pare invece che andasse in collera facilmente e che fosse meglio non farlo arrabbiare. 
Un compagno di giochi prende un ramo di salice per far 
scorrere l’acqua pura raccolta da Gesù. Ciò lo irrita, e lui grida: «Malvagio, empio e insensato, che 
fastidio ti davano le fosse e le acque? Ecco, ora 
anche tu seccherai come un albero e non porterai né foglie, né radici, né frutto». Le sue parole si 
dimostrano attendibili: «E subito quel ragazzo seccò 
tutto» (Vangelo dello Pseudo Tommaso 3, 1-3). Gesù torna a casa, ma «i genitori del ragazzo 
disseccato presero su il figlio piangendo la sua tenera età». 
Vanno poi da Giuseppe a lamentarsi: «Hai un bel figlio, che fa simili cose!» (Vangelo dello Pseudo 
Tommaso 3, 3). Per il lettore è chiaro: Giuseppe ha 
un figlio dai poteri soprannaturali che non ha ancora imparato a controllare la sua rabbia. 
 
Ciò emerge nuovamente nel passo successivo: quando un altro bambino correndo lo urta per 
errore, Gesù dice irritato: «Non proseguirai la tua strada!». Il 
bambino cade morto. (Vangelo dello Pseudo Tommaso 4, 1) (poi però Gesù lo resusciterà, insieme 
ad altri contro cui ha inveito in diverse occasioni). E 
la collera di Gesù non è indirizzata solo contro i coetanei. Giuseppe lo manda a scuola per 
imparare a leggere, ma il figlio si rifiuta di recitare l’alfabeto. 
L’insegnante lo invita a collaborare, fino a che Gesù ribatte, sfidandolo con disprezzo: «Se sei 
veramente un maestro e se conosci bene le lettere, dimmi 
il valore dell’alfa e io ti dirò quello della beta». Profondamente turbato, l’insegnante dà uno 
scappellotto al bimbo, l’unico errore madornale in una 
gloriosa carriera di insegnamento: Gesù lo secca immediatamente. Giuseppe, addolorato, ordina 
subito alla madre: «Non lasciarlo uscire fuori dalla porta, 
perché tutti quelli che lo fanno irritare cadono morti» (Vangelo dello Pseudo Tommaso 14, 1-3). 
 
A un certo punto del racconto la reputazione di Gesù fa sì che venga accusato ogni volta che 
succede qualcosa. Mentre gioca con un gruppo di bambini su 
un tetto, uno di loro, Zenone, cade accidentalmente e muore. Gli altri corrono via spaventati, Gesù 
invece si sporge a guardare. Accorrono i genitori di 

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Zenone e cosa pensano? Loro figlio è a terra, morto, e Gesù è sul tetto: questo bambino dotato di 
poteri soprannaturali deve averne combinata un’altra 
delle sue. Lo accusano di aver ucciso il figlio, anche se questa volta è innocente. Gesù balza dal 
tetto, si avvicina al morto e grida: «“Zenone, levati 
su e dimmi: sono io che ti ho buttato giù?”. E quello levatosi su subitamente disse: “No, Signore, 
tu non mi hai buttato giù, ma mi hai risuscitato”» (Vangelo 
dello Pseudo Tommaso 9, 1-3). 
 
Con il trascorrere del tempo Gesù inizia a usare i suoi poteri per aiutare gli altri: salva il fratello 
dal morso letale di una vipera, guarisce i malati, 
restituisce salute e vita a quelli contro cui ha imprecato o che aveva disseccato prima. Ma si 
dimostra anche estremamente utile in casa e nella bottega 
del padre: una volta Giuseppe sbaglia a tagliare un listello e rischia di perdere un cliente 
importante, allora Gesù pone rimedio alla situazione con un 
miracolo. Il racconto si conclude con Gesù dodicenne al tempio, circondato da scriba e farisei, una 
situazione familiare per chi legge il Nuovo Testamento 
poiché viene descritta nel secondo capitolo del Vangelo di Luca. 
 
Per quanto interessante sia questo vangelo, non si può certo dire che il suo autore abbia tentato di 
fornirci un quadro storicamente accurato dell’infanzia 
di Gesù. È difficile stabilire se le storie dovessero essere interpretate alla lettera in quanto fatti 
successi al giovane Gesù, o se invece fossero divertenti 
voli di fantasia. In ogni caso il Gesù qui rappresentato non è semplicemente umano, è un bambino 
prodigio dotato di poteri soprannaturali. 
 
Il Vangelo di Pietro 
 
Un racconto del tutto diverso, conosciuto come il Vangelo di Pietro, si occupa non dell’infanzia di 
Gesù bensì delle sue ultime ore. Non disponiamo dell’intero 
testo di questo vangelo, ma solo di un frammento rinvenuto nel 1886 nella tomba di un monaco 
cristiano dell’VIII secolo, sepolto nell’Alto Egitto. Rimane 
il fatto che questo materiale frammentario è molto antico e probabilmente risale all’inizio del II 
secolo dopo Cristo. Ciò significa che il Vangelo di 
Pietro è uno dei primi resoconti sulla vita di Gesù, per essere precisi sulla sua morte e risurrezione, 
pervenuti sino a noi oltre al Nuovo Testamento. 
Ancora una volta, da questo documento ci si potrebbe aspettare un Gesù molto umano, e invece 
vengono ulteriormente enfatizzati i suoi poteri soprannaturali. 
(NOTA 4) 
 
Il frammento del vangelo inizia con queste parole: «Ma dei Giudei nessuno si lavò le mani: né 
Erode né alcuno dei suoi giudici. E Pilato, visto che essi 
non volevano lavarsi, se ne andò». Questo inizio è significativo per due ragioni: appena prima di 
entrare nel vivo della narrazione, mostra che il vangelo 
conteneva una descrizione di Pilato che si lava le mani, un episodio che nel Nuovo Testamento si 
trova solo nel Vangelo di Matteo. Presenta però una differenza 
sostanziale: nel Vangelo di Matteo non si dice che qualcuno rifiuta di lavarsi le mani. Qui Erode, il 
«re dei Giudei», e i suoi giudici, a differenza di 
quanto fatto dal governatore romano Pilato, rifiutano di dichiararsi innocenti per l’uccisione di 
Gesù. Ciò lascia intendere un aspetto importante del 
resto del racconto, e cioè che i responsabili della morte di Gesù sono i Giudei, e non i romani. 
Questo vangelo frammentario è più ferocemente antisemita 
di uno qualsiasi dei quattro vangeli del Nuovo Testamento. 

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La narrazione prosegue con la richiesta di Giuseppe di Arimatea di avere la salma di Gesù, il 
dileggio di Gesù e la sua crocifissione. Queste cronache sono 
molto simili a ciò che si legge nei vangeli canonici, e al tempo stesso diverse. Al decimo versetto, 
per esempio, si dice che Gesù è crocifisso tra due 
malfattori, proprio come negli altri vangeli; ma poi si trova un riferimento insolito: «Taceva, come 
se non sentisse alcun dolore». Quest’ultima affermazione 
potrebbe certamente essere intesa in senso docetistico: forse Gesù non sentiva davvero alcun 
dolore perché lui non conosceva il dolore. Un altro versetto 
fondamentale è quello in cui Gesù è in punto di morte e lancia un «grido di abbandono» usando 
parole simili, ma non uguali, a quelle riportate dal Vangelo 
di Marco: «O forza mia, o forza mia, mi hai abbandonato!» (v. 19; cfr. Mc 15, 34). Poi però si dice 
sia stato «assunto» in cielo, sebbene il suo corpo 
sia rimasto sulla croce. Allora in questo frangente Gesù piange la dipartita del Cristo divino dal 
suo corpo prima della morte, proprio come pensano alcuni 
gnostici cristiani? 
 
Dopo la morte di Gesù il racconto procede con la descrizione della sepoltura e poi, in prima 
persona, con il dolore dei discepoli: «Digiunavamo e stavamo 
seduti lamentandoci e piangendo notte e giorno, fino al sabato» (v. 27). Come nel Vangelo di 
Matteo, gli anziani si recano da Pilato e gli chiedono di 
mettere dei soldati di guardia al sepolcro. Questo vangelo, tuttavia, fornisce dettagli più precisi. Il 
centurione incaricato è Petronio che, con molti 
altri soldati, fa rotolare una pietra davanti al sepolcro e vi pone sette sigilli, poi tutti insieme 
piantano una tenda e fanno la guardia. 
 
Arriva, quindi, il passo forse più sorprendente della testimonianza, un vero e proprio resoconto 
della risurrezione di Gesù e dell’uscita dal sepolcro, 
parte che non è presente negli altri primi vangeli. Si raduna una folla da Gerusalemme e dintorni 
per vedere il sepolcro. Durante la notte i presenti odono 
trambusto e vedono i cieli spalancarsi. Scendono due uomini avvolti da una gran luce: la pietra 
davanti al sepolcro rotola via e i due entrano. I soldati 
di guardia svegliano il centurione che esce per vedere l’incredibile spettacolo. Dal sepolcro 
compaiono tre uomini, le teste di due di loro raggiungono 
il cielo. Stanno sorreggendo il terzo, la cui testa oltrepassa i cieli. Dietro di loro appare una croce e 
poi una voce dai cieli dice: «L’hai annunciato 
ai dormienti?» e la croce risponde: «Sì» (vv. 41-42). 
 
Un Gesù gigante e una croce che parla e cammina: non si può certo dire che sia un racconto 
limitato, concentrato sui tratti umani di Gesù. 
 
I soldati corrono da Pilato e gli riferiscono l’accaduto. Gli anziani lo pregano di non lasciar 
trapelare quanto è successo per paura di essere lapidati, 
una volta che i Giudei si renderanno conto di quanto hanno fatto gli anziani condannando a morte 
Gesù. Pilato ordina ai suoi di non dire nulla, ma solo 
dopo aver ricordato agli anziani che la crocifissione è colpa loro e non sua. All’alba del giorno 
seguente, ignara di quanto successo, Maria Maddalena 
va al sepolcro con altre donne per dare alla salma di Gesù una sepoltura più adeguata, ma trova il 
sepolcro vuoto e un giovinetto che le annuncia che il 
Signore è risuscitato e se n’è andato. (Questo è l’unico passo in cui si cita Maria Maddalena, non si 
dice nulla riguardo a una sua relazione «particolare» 

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con Gesù.) Il manoscritto termina con un brano che sembra descrivere l’apparizione di Gesù ad 
alcuni discepoli (forse simile a quanto si dice nel Vangelo 
di Giovanni 21, 1-14): «Ma io, Simone Pietro, e mio fratello Andrea, prese le nostre reti, ci 
dirigemmo verso il mare, ed era con noi Levi, figlio di Alfeo, 
che il Signore…» (v. 60). Il manoscritto si interrompe qui. 
 
Questo testo è chiamato Vangelo di Pietro a causa di quest’ultimo versetto: è scritto in prima 
persona da qualcuno che afferma di essere Pietro. Ma è ovvio 
che non sia stato scritto davvero da Simon Pietro, poiché sembra essere stato redatto all’inizio del 
II secolo dopo Cristo (da qui l’accentuato antisemitismo 
citato in precedenza), molto tempo dopo la morte di Pietro. Tuttavia rimane una delle prime 
testimonianze extracanoniche degli ultimi giorni di Gesù. Sfortunatamente 
per la tesi di Leigh Teabing, non mette in evidenza la natura umana di Gesù e non menziona una 
relazione intima, e men che meno coniugale, tra lui e Maria 
Maddalena. Lei è, più semplicemente, la prima persona che, insieme alle altre donne, arriva al 
sepolcro dopo la morte di Gesù, proprio come riferito dai 
quattro vangeli. 
 
Teabing, di certo, non parla direttamente del Vangelo dello Pseudo Tommaso o di quello di Pietro, 
conosciuti prima della scoperta della biblioteca di Nag 
Hammadi, ma cita vangeli «gnostici» che sono stati rinvenuti in quell’occasione. Sono forse questi 
vangeli scoperti più recentemente a sostenere la sua 
tesi sulla natura umana di Gesù e sul matrimonio con Maria Maddalena? 
 
L’Apocalisse copta di Pietro 
 
Uno dei documenti provenienti dalla biblioteca di Nag Hammadi contiene uno dei resoconti più 
interessanti sulla morte di Gesù. Questo testo non è un vangelo 
bensì un’apocalisse (una rivelazione della verità); è falsamente attribuito a Pietro, anche se l’autore 
di fatto è anonimo. Una delle caratteristiche più 
singolari è che questo documento gnostico è stato chiaramente scritto in risposta ai cristiani che 
attaccavano lo gnosticismo, quelli che alla fine fissarono 
il canone del Nuovo Testamento. Tuttavia piuttosto che contrastare l’affermazione che Gesù era 
divino, l’autore li attacca perché ritenevano che Gesù fosse 
umano. Questo per dimostrare che il testo in questione smentisce ciò che afferma Leigh Teabing e 
cioè che i vangeli gnostici fornivano un ritratto più 
umano e meno divino di Gesù. 
 
Il libro inizia con gli insegnamenti del «Salvatore», che informa Pietro che ci sono molti falsi 
maestri che sono «ciechi e sordi», che bestemmiano la verità 
e annunciano un insegnamento cattivo. 
(NOTA 5) 
A Pietro, invece, verrà data la conoscenza segreta, la gnosi (Apocalisse di Pietro, 73). Poi Gesù 
prosegue raccontandogli che i suoi avversari sono «privi 
di conoscenza», cioè di gnosi. Come mai? Perché loro «aderiranno al nome di un uomo morto». In 
altre parole, credono che sia la morte terrena di Gesù ad 
avere importanza ai fini della salvezza. Per l’autore, quelli che affermano ciò «bestemmiano la 
verità e annunzieranno un insegnamento cattivo» (Apocalisse 
di Pietro 74). 
 
Certamente chi crede in un uomo morto si aggrappa alla morte, non alla vita immortale. Queste 
anime sono morte e sono state create per morire. 

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Non tutte le anime provengono dalla verità, né tutte provengono dall’immortalità. In questi eoni – 
a nostro modo di vedere – ogni anima è destinata alla 
morte perché è sempre schiava, essendo stata creata per (soddisfare) i suoi desideri, e distruzione 
eterna è la sua parte: in essa si trova e da essa proviene. 
Esse (le anime) amano le creature della materia venute nell’esistenza con loro. Ma le anime 
immortali, o Pietro, non sono così. Tuttavia fino a quando 
non sarà giunta l’ora della morte (l’anima immortale) apparirà simile alla mortale (Apocalisse di 
Pietro 75). 
 
Gli gnostici nel mondo, d’altro canto, potrebbero sembrare gente comune, e invece sono diversi, 
non si aggrappano alle cose materiali e non vivono seguendo 
i loro desideri. Le loro anime sono immortali, anche se questo non è ampiamente conosciuto: 
«Persone che non conoscono i (veri) misteri, parlano di cose 
che non capiscono, si vantano di essere gli unici a conoscere il mistero della verità» (Apocalisse di 
Pietro 76). Chi sono questi che non riescono a capire, 
che non insegnano la verità? «Ma vi saranno ancora altri, tra coloro che non sono nel nostro 
numero, che si chiameranno “vescovi” e anche “diaconi”, quasi 
che essi abbiano ricevuto da Dio la piena autorità … Sono canali senz’acqua!» (Apocalisse di Pietro 
79). 
 
Certamente non è un complimento per i leader delle Chiese cristiane: non sono fonti di conoscenza 
e saggezza bensì fiumi in secca. 
 
Ma allora qual è questa conoscenza per le anime immortali, non legata alle cose materiali, mal 
interpretata dai leader ignoranti della Chiesa? È la conoscenza 
della vera natura di Gesù stesso e della sua crocifissione, che erroneamente si pensa sia riferita alla 
morte umana di Cristo per i peccati dell’umanità. 
Ma in realtà il Cristo vero non può essere afflitto dal dolore fisico, dalla sofferenza e dalla morte. 
Lui è al di sopra di tutto ciò. È stato crocifisso 
semplicemente il suo involucro fisico, non il Cristo divino. 
 
In una scena coinvolgente, Pietro assiste alla crocifissione e ammette di essere confuso da ciò che 
vede: 
 
Quando egli diceva queste cose, io lo vidi come ghermito da essi, e dissi: «Che cosa vedo, Signore? 
Sei proprio tu quello che afferrano, sebbene tu ti intrattenga 
con me? O ancora, chi è quello che sereno e sorridente è sull’albero? È un altro al quale colpiscono 
mani e piedi? 
 
La replica di Gesù è sbalorditiva e spiega il vero significato della crocifissione: 
 
Il Salvatore mi rispose: «Colui che tu hai visto sull’albero sereno e sorridente, è il Gesù vivente. Ma 
colui al quale sono trafitti mani e piedi con chiodi, 
costui è la sua parte corporea, cioè il suo sostituto esposto a vergogna: è colui che venne a sua 
somiglianza. «Guarda a lui e a me!» (Apocalisse di Pietro 
81). 
 
Non stanno giustiziando Cristo, dunque, ma solo la sua sembianza fisica, umana. Il Gesù vivente 
trascende la morte poiché le è superiore, ride in faccia 
a quelli che credono di fargli del male e pensano che lo spirito divino in lui possa soffrire e morire. 
Lo spirito di Gesù è superiore al dolore fisico 

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e alla morte, così come lo è lo spirito di quelli che comprendono chi sia lui veramente, che sanno 
veramente chi sono: spiriti incarnati in una sembianza 
fisica, che non possono soffrire e morire. Poi la visione prosegue: 
 
Ed io vidi avvicinarsi a noi uno che rassomigliava a lui, proprio a colui che era sorridente 
sull’albero. Egli era (pieno) di uno Spirito santo, egli è 
il Salvatore … Ed egli mi disse: «Coraggio! Tu, infatti, sei colui al quale fu dato di conoscere, senza 
velo, questi misteri. Colui, infatti che hanno 
inchiodato è il primogenito, la casa dei demoni, e il vaso di pietra nel quale (essi) abitano, è l’uomo 
di Elohim [il Dio di questo mondo], l’uomo della 
croce, colui che è sotto la legge. Quello, invece, che sta presso di lui, è il Salvatore vivente: il primo, 
in lui, è colui che afferrarono e rilasciarono, 
colui che, allegro, guarda coloro che gli fecero violenza, mentre tra loro erano divisi. Perciò egli 
ride della loro intellettuale cecità. … Quello che 
è soggetto al soffrire verrà; il corpo è un sostituto. Ma quello che essi hanno rilasciato era il mio 
corpo incorporeo» (Apocalisse di Pietro 82). 
(NOTA 6) 
 
Il corpo è solo un involucro che appartiene al creatore di questo mondo [= Elohim; una parola 
ebraica del Vecchio Testamento che significa Dio]. La verità 
è al suo interno e non può essere scalfita dal dolore fisico. Questo vale per Gesù e per quelli tra i 
suoi seguaci che possiedono la vera conoscenza. Chi 
è privo della vera gnosi crede di poter uccidere Gesù. Ma il Gesù vivente è superiore a tutto ciò e 
lo schernisce. Chi però è veramente oggetto della sua 
derisione? Quelli che credono che la morte dell’uomo Gesù sia la chiave di accesso alla salvezza. 
Un’idea assurda, ridicola, risibile. La salvezza non 
viene attraverso il corpo, viene liberandosene. Non è il Gesù morto a salvare, è quello vivo. I 
cosiddetti credenti che non capiscono, non traggono beneficio 
dalla morte di Gesù ma ne sono derisi. 
 
E così questo vangelo non presenta un Gesù più umano rispetto ai vangeli neotestamentari. Il vero 
significato di Gesù trascende totalmente la sua umanità. 
Ma gli altri libri provenienti dalla biblioteca di Nag Hammadi, tra cui quelli chiamati vangeli, 
supportano la tesi di Leigh Teabing? 
 
Il Vangelo copto di Tommaso 
 
Il vangelo più famoso tra quelli rinvenuti nella biblioteca di Nag Hammadi è senza dubbio il 
Vangelo di Tommaso, da non confondersi con il Vangelo dello 
Pseudo Tommaso citato in precedenza. Data la sua importanza rispetto agli altri presi in 
considerazione, mi soffermerò più a lungo su questo testo per 
spiegarne il messaggio. 
 
Dal momento della sua scoperta, il Vangelo di Tommaso ha alimentato numerosi dibattiti. Una 
delle questioni cardine è se sia meglio considerarlo un vangelo 
«gnostico» oppure no. A mio parere, pur non spiegando ai lettori il sistema gnostico in maniera 
chiara e coerente, il Vangelo di Tommaso comunque ne presuppone 
l’esistenza, pressappoco come l’ho descritto nel II capitolo. In questo Vangelo Gesù è la creatura 
divina che rivela il sapere segreto che può portare 
alla liberazione dal male di questo mondo materiale. Non è rappresentato come un semplice 
maestro bensì come un rivelatore divino: questo ritratto deriva 
dal modo gnostico di intendere il mondo e il nostro posto in esso. 

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Prima di descrivere gli insegnamenti presenti nel Vangelo di Tommaso, vorrei soffermarmi sul 
carattere del documento nel suo complesso. 
(NOTA 7) 
A differenza del Vangelo di Pietro, quello di Tommaso è un testo completo: ha un inizio, un corpo 
centrale e una fine. Consta di 121 detti di Gesù e di 
poco altro. Non vi si narrano episodi della sua vita: nessun miracolo, nessun viaggio, nessun 
processo, nessuna morte o risurrezione, nessun tipo di racconto. 
La maggior parte dei detti sono introdotti dalle parole «Gesù disse…», seguite da un altro verso 
che inizia allo stesso modo. Talvolta c’è uno scambio 
di battute tra Gesù e i discepoli, perché gli uni domandano e l’altro risponde o viceversa. 
L’organizzazione del testo non rispetta alcuna struttura prefissata; 
alcuni detti sono tra loro simili perché trattano dello stesso argomento o ruotano intorno alle stesse 
parole chiave, ma per la maggior parte la sequenza 
sembra del tutto casuale. 
 
Più della metà dei detti presenti nel Vangelo di Tommaso somigliano a quelli citati nei vangeli del 
Nuovo Testamento: 83 su 121, a una prima conta. In alcuni 
casi le somiglianze sono quasi corrispondenze. Nel detto che segue, per esempio, si può ritrovare 
la famosa parabola del granello di senape: 
 
I discepoli domandarono a Gesù: «Dicci a che cosa è simile il Regno dei Cieli». Egli rispose: «Esso 
è simile a un granello di senapa. Questo è il più piccolo 
di tutti, ma quando cade sulla terra arata produce un alto tronco e diviene riparo per gli uccelli del 
cielo» (v. 23; cfr. Mc 4, 30-31). 
 
E, forse in un’esposizione più concisa che nel Nuovo Testamento, il commento sul cieco che guida 
un altro cieco: 
 
Gesù disse: «Se un cieco conduce un altro cieco cadono ambedue in un fosso» (v. 39; cfr. Mt 15, 14). 
 
Un numero consistente di detti non somiglia affatto a ciò che dice Gesù nei vangeli canonici, 
eccezion fatta per qualche frase. Cito solo altri due esempi 
lampanti: 
 
Gesù disse: «Questo cielo passerà e passerà quello che vi sta sopra, e i morti non vivranno e i vivi 
non moriranno. In questi giorni in cui voi vi nutrite 
di cose morte, le rendete cose di vita: che farete quando sarete nella Luce, nel giorno in cui, 
essendo uno, diverrete due? Quando diverrete due, cosa 
farete?»(v. 11-12). 
 
I discepoli dissero: «Quando ti manifesterai a noi, e quando ti vedremo?». Gesù rispose: «Quando 
vi spoglierete senza provare vergogna, e vi toglierete 
gli abiti e li deporrete ai vostri piedi come i bambini, e li calpesterete. Allora [vedrete] il Figlio 
dell’Essere Vivente e non avrete paura» (v. 42). 
 
Come vanno interpretati questi detti peculiari? Cosa significano? 
 
Possiamo iniziare ad analizzare questo vangelo prendendo in considerazione il suo incipit 
particolare che rivela l’obiettivo dell’autore e mostra come egli 
sia consapevole dell’importanza della sua raccolta di detti e, di conseguenza, di come si possa 
ottenere la vita eterna: 

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Queste sono le parole segrete che Gesù il Vivente ha detto e che Didimo Giuda Tommaso ha 
scritto. Egli disse: «Chiunque trova la spiegazione di queste parole 
non gusterà la morte» (incipit, v. 1). 
 
I detti hanno la pretesa di essere segreti; non sono scontati, banali e non si spiegano da sé. Sono 
occulti, misteriosi, enigmatici. Gesù ha pronunciato 
queste parole e Didimo Giuda Tommaso le ha scritte. E per avere la vita eterna bisogna scoprire il 
loro vero significato. 
 
Questo è un vangelo che non sottolinea l’importanza della morte dell’uomo Gesù e della sua 
risurrezione necessaria per la salvezza. Morte e risurrezione 
non vengono infatti raccontate, e tanto meno enfatizzate. La salvezza non deriva dal fatto di 
credere nella passione di Cristo ma dall’interpretazione 
dei suoi detti. 
 
Quindi, se la loro comprensione è la chiave di accesso alla vita eterna, come dobbiamo 
interpretarli? Come ho già detto in precedenza, è mia opinione – 
e, guarda caso, anche quella di Leigh Teabing – che dietro al Vangelo di Tommaso vi sia una 
visione gnostica del mondo. Non che l’autore stia tentando 
di propinare tale visione del mondo o di spiegarne le basi mitologiche, o la complessità. Ma i detti 
di questo vangelo, a mio parere, hanno più senso se 
ci si accosta a loro avendo percepito all’interno di quale milieu gnostico stava scrivendo l’autore. 
 
Per esempio, il primo detto afferma che chi riuscirà a interpretare i detti segreti di Gesù non 
conoscerà la morte. Per questo motivo i detti sono segreti 
(non accessibili a chiunque, ma solo a chi sa della loro esistenza), e la loro interpretazione, cioè 
capire che cosa significano, è ciò che permette di 
sottrarsi alla morte terrena. Il secondo detto invita a cercare e trovare. La conoscenza va ricercata, e 
quando si capisce che tutto ciò che si pensava 
di sapere riguardo al mondo è sbagliato, si rimane turbati. Ma poi ci si rende conto di ciò che è 
vero a questo mondo e si rimane esterrefatti. E quando 
accade, si torna al regno divino da cui si proviene e si regna insieme a tutti gli altri esseri divini su 
ciò che esiste. 
 
O, come recita un altro detto, «Colui che ha conosciuto il mondo ha trovato un cadavere, e chi ha 
trovato un cadavere, il mondo non è degno di lui» (v. 
61). Il mondo terreno infatti è morto, non c’è vita in esso. La vita implica lo spirito. Una volta 
compreso che cosa sia veramente il mondo, cioè morte, 
si è superiori al mondo stesso e ci si eleva. Ecco perché chi assimila questo concetto «non gusterà 
la morte» (v. 1). 
 
Raggiungere la consapevolezza della mancanza di valore del mondo materiale, e rifuggerlo, è 
come spogliarsi della materia, cioè del corpo, e liberarsi dalle 
costrizioni che esso impone. Ne scaturisce quindi un’immagine efficace della salvezza: «Quando vi 
spoglierete senza provare vergogna, e vi toglierete gli 
abiti e li deporrete ai vostri piedi come i bambini, e li calpesterete. Allora [vedrete] il Figlio 
dell’Essere Vivente e non avrete paura» (v. 42). Salvarsi 
significa liberarsi del corpo. 
 
Secondo questo vangelo, gli spiriti umani non hanno avuto origine dal mondo materiale ma da 
quello celeste: 

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Gesù disse: «Se vi domandano: “Di dove siete venuti?” rispondete: “Siamo venuti dalla Luce, dove 
la Luce si è originata da se stessa” … Se vi domandano: 
“Che cosa siete voi?” rispondete: “Noi siamo i figli e gli eletti del Padre Vivente”» (v. 55). 
 
Quindi si è generati dal mondo celeste, dalla Luce, che non conosce ostilità, divisioni, oscurità; noi 
stessi proveniamo dall’unico Dio e siamo gli eletti, 
è lui la nostra destinazione finale: 
 
Gesù disse: «Beati voi, solitari ed eletti, perché troverete il Regno! Infatti da esso voi siete usciti e 
in esso tornerete di nuovo» (v. 54). 
 
È sorprendente che il mondo materiale abbia avuto origine come luogo di prigionia per gli spiriti 
divini, ma, per quanto sorprendente, le cose non sarebbero 
potute andare diversamente, visto che gli spiriti umani hanno origine come risultato della 
creazione della materia: «Se la carne è venuta nell’esistenza 
per opera dello spirito, è un miracolo; ma se lo spirito per opera della carne, questo è un miracolo 
di un miracolo. E io mi meraviglio di come una così 
grande ricchezza [cioè lo spirito] abbia preso dimora in tale povertà [cioè il mondo materiale/il 
corpo]» (v. 34). 
 
Per gli spiriti, essere intrappolati in questo mondo materiale è come essere ubriachi e non riuscire 
a pensare lucidamente, o come essere ciechi e non riuscire 
a vedere. Secondo questo vangelo, Gesù è venuto dal mondo celeste per portare la conoscenza che 
fa riflettere e la brillante intuizione necessarie alla 
salvezza, e coloro che erano intrappolati ne avevano un estremo bisogno: 
 
Gesù disse: «Ho preso posto al centro dell’universo e nella carne mi sono manifestato a costoro. 
Ma li ho trovati tutti ubriachi: non ho trovato in mezzo 
a loro nemmeno uno che avesse sete. E l’anima mia si è addolorata per i figli dell’uomo, perché 
essi sono ciechi nel cuore, e poiché sono venuti al mondo 
nudi, essi cercano di uscire di nuovo nudi dal mondo. Ma ora essi sono ubriachi. Quando avranno 
smaltito il vino, allora si pentiranno» (v. 33). 
 
Perché, allora, «i morti non vivranno e i vivi non moriranno»? (v. 11) Perché i morti sono 
semplicemente materia e ciò che non è materia ma spirito non 
può morire. Come mai «nel giorno in cui, essendo uno, diverrete due»? (v. 12). Perché un tempo 
eravate uno spirito unico ma, rimanendo intrappolati nel 
corpo, siete diventati due – un corpo e uno spirito – non un essere unico. Lo spirito deve liberarsi 
per poi tornare a essere di nuovo uno. 
 
Per salvezza, dunque, non si intende salvezza in questo mondo, ma da questo mondo. Il mondo 
stesso, quest’esistenza materiale, non è stato creato buono 
(contrariamente alle dottrine dei cristiani ortodossi). È una catastrofe cosmica, e ottenere la 
salvezza significa evitarlo. Per questo motivo, il Regno 
di Dio non è qualcosa che arriva in questo mondo, un’entità fisica che possa essere veramente 
presente nel mondo fatto di materia. È qualcosa di spirituale, 
all’interno di esso: 
 
Se coloro che vi guidano vi dicono: «Ecco! Il Regno è nel cielo», allora gli uccelli del cielo vi 
saranno prima di voi. Se essi vi dicono: «Il Regno è nel 

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mare», allora i pesci vi saranno prima di voi. Ma il Regno è dentro di voi ed è fuori di voi. Quando 
conoscerete voi stessi, sarete conosciuti e saprete 
che siete Figli del Padre Vivente (v. 3). 
 
Poiché questo mondo è un luogo da rifuggire, nessuno dovrebbe essere legato alle cose materiali: 
«Non datevi pensiero dal mattino alla sera e dalla sera 
al mattino di che cosa indosserete» (v. 41). Invece, tutto ciò che il mondo offre, tutte le ricchezze 
che può fornire, dovrebbero essere rifiutate per 
sfuggire da esso: «Chi ha conosciuto il mondo ed è diventato ricco, rinunci al mondo!» (v. 117). E 
così non ci si dovrebbe legare a nulla di materiale, 
come indicato nel più conciso e significativo dei versi di questo vangelo: «Siate dei viandanti!» (v. 
47). Lungi dal voler enfatizzare la vita umana hic 
et nunc – o, di conseguenza, un Gesù dalla natura umana – questi detti sottolineano il bisogno di 
fuggire dalle insidie di questo mondo. 
 
La chiave per la salvezza fornita da Gesù è avere la giusta conoscenza, la gnosi, la consapevolezza 
di chi si è veramente: 
 
Quando conoscerete voi stessi, sarete conosciuti e saprete che siete Figli del Padre Vivente. Ma se 
non conoscerete voi stessi, allora sarete nella privazione 
e sarete voi stessi privazione (v. 3). 
 
Gesù stesso è colui che può fornire questa consapevolezza, la conoscenza che lo spirito umano è 
divino, proprio come lui, ed è infatti una cosa unica con 
Gesù: «Colui che berrà dalla mia bocca diventerà come me, nello stesso modo che io diventerò 
come lui, e le cose nascoste gli saranno rivelate» (v. 115). 
Gesù è colui che porterà la conoscenza necessaria affinché gli spiriti divini si riuniscano con il 
regno da cui provengono. Ecco perché Gesù non è «uno 
che divide» (v. 79) ma che unisce. 
 
Questo sottolineare il fatto di diventare una cosa sola, riunita con il regno divino in cui non ci sono 
conflitti né divisioni, è il motivo per cui il testo 
enfatizza particolarmente l’unità, l’unicità, la solidarietà: «Poiché molti che sono i primi saranno 
gli ultimi e diventeranno uno solo» (v. 4). «Beati 
voi, solitari ed eletti, perché troverete il Regno!» (v. 54). O, come indica Gesù quando i discepoli 
chiedono «Se saremo piccoli, entreremo nel Regno?» 
(v. 27): 
 
Quando farete in modo che due siano uno, e farete sì che l’interno sia come l’esterno e l’esterno 
come l’interno, e l’alto come il basso, e quando farete 
del maschio e della femmina una cosa sola, cosicché il maschio non sia più maschio e la femmina 
non sia più femmina, e quando metterete un occhio al posto 
di un occhio e una mano al posto di una mano e un piede al posto di un piede, un’immagine al 
posto di un’immagine, allora entrerete (v. 27). 
 
Riportare le cose alla loro unità originaria, in cui non ci sono parti ma solo il tutto, non c’è un alto 
o un basso, un fuori o un dentro, non c’è uomo 
né donna. È qui che coloro i quali sono stati separati dal regno divino trovano la salvezza. 
 
Forse è questa idea che può dare un senso al verso 121, che è probabilmente la parte più peculiare 
e di certo quella più controversa del Vangelo di Tommaso, 
in cui Maria Maddalena appare in modo preminente, anche se non come moglie e amante di Gesù: 

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Simone Pietro disse loro: «Maria si allontani di mezzo a noi, perché le donne non sono degne della 
vita!». Gesù disse: «Ecco, io la trarrò a me in modo 
da fare anche di lei un maschio, affinché anch’essa possa diventare uno spirito vivo simile a voi 
maschi. Perché ogni donna che diventerà maschio entrerà 
nel Regno dei Cieli» (v. 121). 
 
Il detto è stato fonte di parecchia costernazione, in particolare per le studiose femministe della 
Chiesa primitiva, che sono inclini a pensare, e a ragion 
veduta, che lo gnosticismo accettava più volentieri le donne e i loro ruoli di leadership all’interno 
della Chiesa rispetto ai cristiani ortodossi (si 
veda qui il capitolo VIII). Ma allora, le donne, tra cui Maddalena, devono diventare uomini per 
entrare nel Regno? 
 
È virtualmente impossibile comprendere ciò che il detto vuole significare senza riconoscere che 
nell’antichità, al tempo in cui è stato scritto questo testo, 
le relazioni tra i sessi erano intese in modo diverso rispetto a oggi. Oggi si tende a pensare 
all’uomo e alla donna come a due varianti della stessa cosa. 
Ci sono gli esseri umani, e possono essere o maschi o femmine. Nell’antichità, invece, l’uomo e la 
donna non erano due diverse varianti, ma due livelli 
diversi dell’essere umano. 
(NOTA 8) 
 
Come sappiamo grazie a medici-scrittori, filosofi, poeti, nel mondo greco e romano le donne erano 
considerate uomini imperfetti, che non si erano sviluppati 
completamente. Durante la gravidanza non avevano sviluppato il pene, e anche dopo la nascita 
non erano cresciute correttamente: non diventavano muscolose, 
non avevano la barba, la voce era bassa. Le donne erano concepite, molto letteralmente, come il 
sesso debole. E in un mondo permeato da un’ideologia di 
potere e dominazione, ciò le rendeva necessariamente subordinate all’uomo. 
 
Tutto il mondo, si credeva, opera secondo un continuo di perfezione. Le cose prive di vita sono 
meno perfette di quelle viventi, le piante meno perfette 
degli animali, questi meno perfetti degli umani; le donne meno perfette degli uomini; e l’uomo 
meno perfetto degli dèi. Raggiungere la salvezza, essere 
uniti a Dio, imponeva agli uomini di migliorarsi. Ma affinché una donna si migliorasse, era 
necessario raggiungere la fase successiva del continuo e quindi 
diventare un uomo. 
(NOTA 9) 
E così la salvezza per il Vangelo di Tommaso, che presuppone l’unione di tutte le cose in modo 
che non ci sia distinzione tra alto e basso, interno ed esterno, 
uomo e donna, impone che tutti gli spiriti divini tornino al loro luogo di origine. Ma perché le 
donne raggiungano la salvezza è ovvio e necessario che 
prima diventino uomini. La conoscenza che rivela Gesù rende possibile questa trasformazione, e 
così ogni donna che diventa uomo, comprendendo questi insegnamenti, 
entrerà nel Regno dei Cieli. 
 
Mentre alcuni testi gnostici celebrano il femminino sacro, come vedremo in seguito, questo sembra 
enfatizzare il fatto che l’elemento femminile debba superare 
se stesso per diventare maschile. Un messaggio che Leigh Teabing non avrebbe certamente voluto 
mettere in risalto! 
 

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Desidero sottolineare che in questo testo Gesù viene dipinto non come un buon maestro, ma come 
un rivelatore divino, portatore lui stesso della conoscenza 
necessaria alla salvezza, sia degli uomini che delle donne. «Quando vedete Colui che non è nato 
da donna [ovvero Gesù stesso, che era umano solo in apparenza], 
prostratevi col viso a terra e adoratelo: Egli è il vostro Padre» (v. 16). O come si dice in seguito nel 
vangelo, «Io sono la Luce: quella che sta sopra 
ogni cosa; io sono il Tutto: il Tutto è uscito da me e il Tutto è ritornato in me. Fendi il legno, e io 
sono là; solleva la pietra e là mi troverai» (v. 
84). Gesù è il tutto presente in ogni cosa, che permea il mondo e tuttavia arriva sul mondo come 
luce che guida lo spirito fuori dalle tenebre per farlo 
ritornare al cielo, acquisendo la consapevolezza necessaria alla salvezza. 
 
Conclusione 
 
In questo capitolo sono stati presi in esame solo quattro dei primi vangeli extracanonici. In uno dei 
prossimi capitoli, quando si analizzerà il ruolo di 
Maria Maddalena nella vita di Gesù e la storia della Chiesa primitiva, verranno presi in 
considerazione un altro paio di vangeli molto importanti, quello 
di Filippo e quello di Maria. Ve ne sono certamente altri che non sono stati e non saranno 
considerati; anche se Leigh Teabing si sbaglia quando dice che 
erano più di ottanta, basati sulle «migliaia» di scritti prodotti su Gesù quando era ancora in vita. 
Simili vangeli, tuttavia, in generale sono posteriori 
a quelli che sono stati analizzati in questo capitolo e anche più largamente ispirati dalla leggenda e 
dal mito. Teabing ha ragione quando dice che molti 
vangeli non furono inclusi nel Nuovo Testamento, che tutti quanti sono stati considerati sacri da 
vari gruppi cristiani in epoche diverse, e che alla fine 
solo quattro sono entrati a far parte del canone. Dice nuovamente la verità quando afferma che i 
padri della Chiesa proibirono ai fedeli l’uso dei testi 
scartati. Ma commette un errore dicendo che se questi testi scartati fossero stati inclusi nel Nuovo 
Testamento, avremmo avuto un’immagine di Gesù più 
umana. Anzi, è proprio vero il contrario. I vangeli extracanonici tendono a fornire un’immagine 
più divina della natura di Gesù. 
 
Ma allora come è stato possibile che i Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni siano stati inclusi 
nel Nuovo Testamento e tutti gli altri scartati? È 
stato veramente l’imperatore Costantino a decidere, come sostiene Teabing? A questa domanda 
risponderò nel prossimo capitolo. 
 

Costantino e la formazione del canone neotestamentario. 
 
Abbiamo visto che Leigh Teabing aveva ragione quando diceva che i quattro vangeli canonici – di 
Matteo, Marco, Luca e Giovanni – non sono testimonianze 
originali sulla vita di Gesù e nemmeno gli unici a disposizione dei primi cristiani. Altri vangeli 
godevano infatti di ampia diffusione e non furono inclusi 
nel Nuovo Testamento, ma Teab-ing sbaglia ad affermare con sicurezza che ne furono vagliati 
«più di ottanta». Ma allora quali furono i motivi dell’inclusione? 
Perché alla fine ne furono scelti solo quattro? In che modo fu operata la selezione? Da chi fu 
eseguita? Con quali motivazioni? Quando? 
 
Secondo Teabing le risposte non lasciano dubbi: fu l’imperatore Costantino a prendere la 
decisione nel IV secolo; il personaggio lo dice apertamente mentre 

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conversa con Sophie Neveu nel suo studio: 
 
«Più di ottanta vangeli sono stati presi in considerazione per il Nuovo Testamento, tra cui quelli di 
Matteo, Marco, Luca e Giovanni.» 
 
«Chi ha scelto quali vangeli includere?» chiese Sophie. 
 
«Aha!» esclamò Teabing con entusiasmo. «Ecco la fondamentale ironia del cristianesimo! La 
Bibbia, come noi la conosciamo oggi, è stata collazionata dall’imperatore 
romano pagano Costantino il Grande.» (p. 272) 
 
Come afferma in seguito lo stesso Teabing, Costantino aveva la necessità di creare questa «nuova» 
Bibbia per dimostrare attraverso le Scritture la giustezza 
della sua convinzione: la natura di Gesù era divina e non umana. Questo portò alla formazione del 
canone (una raccolta di testi sacri) neotestamentario 
e alla distruzione di tutte le testimonianze scritte escluse: 
 
Per riscrivere i libri di storia, Costantino sapeva di dover fare un colpo di mano. Dalla sua 
decisione nacque il momento più importante della storia cristiana 
… Costantino commissionò e finanziò una nuova Bibbia, che escludeva i vangeli in cui si parlava 
dei tratti umani di Cristo e infiorava i vangeli che ne 
esaltavano gli aspetti divini. I vecchi vangeli vennero messi al bando, sequestrati e bruciati (p. 
275). 
 
La teoria cospiratoria di Teabing sulla formazione del canone è affascinante, ma per gli storici che 
conoscono il vero processo di selezione somiglia più 
all’invenzione che alla realtà. La storia, come si è già visto, dice che l’imperatore Costantino non 
ebbe nulla a che fare con l’istituzione del canone: 
non fu lui a scegliere quali libri includere e quali scartare, e non ordinò la distruzione dei vangeli 
esclusi (non ci furono roghi di libri per ordine 
imperiale). La creazione del canone neotestamentario fu, invece, un processo lungo e lento, che 
ebbe inizio nei secoli prima di Costantino e che si concluse 
solo molto tempo dopo la sua morte. Per quanto ci è dato sapere attraverso le fonti storiche, 
l’imperatore non vi prese parte. 
 
In questo capitolo esamineremo questo processo nella sua interezza, per vedere come 
effettivamente ebbe origine il canone delle Sacre scritture cristiane, 
quando ebbe luogo la selezione e chi fu coinvolto. 
 
Ma un punto della tesi di Teabing è senz’altro corretto: il canone non piovve dal cielo subito dopo 
la morte di Gesù. Come dice a Sophie Neveu in una delle 
sue frasi più memorabili: 
 
Teabing sorrise. «E tutto quel che lei deve sapere sulla Bibbia può essere riassunto con le parole 
del grande dottore canonico Martyn Percy.» Si schiarì 
la gola e declamò: «“La Bibbia non ci è arrivata per fax dal Cielo”». 
 
«Scusi?» 
 
«La Bibbia è un prodotto dell’uomo, mia cara, non di Dio. La Bibbia non è caduta magicamente 
dalle nuvole.» (p. 271) 
 

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Invece che apparire già fatto e finito, il canone fu il risultato di un lungo processo in cui i cristiani 
passarono al vaglio numerosi scritti e decisero 
quali includere e quali scartare. L’operazione durò molti anni, di fatto secoli, e non fu 
(contrariamente a quanto sostiene Teabing) la decisione di un 
singolo o di un solo gruppo di persone, un consiglio ecumenico, per esempio: fu il risultato di 
discussioni, di dibattiti lunghi e talvolta serrati, di 
profondi disaccordi e, pur essendo iniziato secoli prima, si concluse solo molto tempo dopo 
l’epoca di Costantino. 
 
Gli inizi della formazione del canone 
 
Oggi può sembrare strano, ma nell’antichità difficilmente una religione si affidava alle scritture 
sacre per usarle come modello di riferimento per la fede 
e il culto. Se si esclude il giudaismo, pare che nessuna religione all’interno dell’Impero romano 
utilizzasse i libri in questo modo; ciò non significa 
che le religioni fossero sprovviste di fede e culto, ma piuttosto che la fede e il culto non erano 
radicati in testi sacri considerati «istruzioni» divine. 
Anche l’Iliade e l’Odissea di Omero, libri fondamentali dal punto di vista culturale, non furono 
considerate modelli ma furono semplicemente apprezzate 
per ciò che erano: un’ottima raccolta di storie, ricche di descrizioni mitologiche degli dèi. 
 
L’unica religione a possedere delle scritture sacre era il giudaismo: gli ebrei avevano 
effettivamente una selezione di libri (un canone) che ritenevano 
fosse stata data loro da Dio, e questi testi definivano chi era Dio, spiegavano come egli avesse 
comunicato con la sua gente (gli ebrei) nel corso della 
storia, aiutavano a stabilire in che modo praticare il culto e preparavano alla vita comunitaria. Ai 
tempi di Gesù, il canone delle Scritture ebraiche 
(che i cristiani avrebbero poi chiamato Antico Testamento) non era ancora stato inciso nella pietra, 
e quindi gli ebrei consideravano autorevoli una moltitudine 
di testi. Ciononostante, vi era ampio accordo sul nucleo del canone, la Torah (parola ebraica che 
significa «legge» o «guida») che è composta da quelli 
che ora sono i primi cinque libri della Bibbia: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio. 
Questi cinque testi, talvolta chiamati Pentateuco, cioè 
«cinque libri», erano considerati sacra rivelazione divina da tutti gli ebrei, e raccontavano che Dio 
aveva creato il mondo, aveva scelto Israele quale 
popolo eletto e aveva dialogato con i suoi antenati, i patriarchi e le matriarche della fede tra cui 
Abramo, Sara, Isacco, Rebecca, Giacobbe, Rachele, 
Mosè e altri ancora. Ma, fatto ancor più importante, questi libri contenevano le leggi che Dio aveva 
dato a Mosè sul monte Sinai: norme che indicavano 
di venerarlo offrendo sacrifici al tempio, e di osservare precetti alimentari e festività (tra cui il 
sabato), ma che regolavano anche il comportamento 
verso il prossimo. 
(NOTA 1) 
 
A ben guardare, sembra quasi inevitabile che alla fine i cristiani avrebbero avuto un canone di 
scritture sacre, perché la cristianità ha avuto inizio con 
Gesù, un maestro ebreo che considerava autorità la Torah ebraica, ne seguiva i precetti, ne 
osservava le leggi e ne insegnava il significato ai discepoli. 
I primi cristiani, ovviamente, erano seguaci di Gesù, e quindi sin dalle origini avevano un canone 
sacro che secondo loro conteneva libri dati da Dio, 
quello delle Sacre scritture ebraiche. All’interno dell’Impero romano, in cui la maggior parte dei 
testi non aveva una simile funzione, questo rendeva 

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la loro religione insolita, e tuttavia non unica: riconoscendo un canone, i cristiani stavano 
semplicemente seguendo l’esempio degli ebrei. 
 
Ma i cristiani avrebbero rotto con le loro radici ebraiche, e quando lo fecero ovviamente iniziarono 
a raccogliere da soli testi sacri che alla fine sarebbero 
stati selezionati e inclusi in un canone distinto, marcatamente cristiano, più tardi conosciuto come 
Nuovo Testamento. 
(NOTA 2) 
 
La creazione di un canone neotestamentario iniziò proprio al tempo del Nuovo Testamento, 
ovvero durante il I secolo dopo Cristo. È opportuno fornire alcune 
date fondamentali per avere una base storica comune. 
 
Si pensa che Gesù di Nazaret abbia iniziato la sua vita pubblica alla fine degli anni Venti del I 
secolo dopo Cristo e che sia stato giustiziato dai romani 
intorno al 30 d.C. Le prime testimonianze scritte cristiane furono compilate subito dopo, mentre i 
primi documenti cristiani tuttora esistenti sono quelli 
dell’apostolo Paolo, che risalgono pressappoco al 50-60 d.C. Le prime cronache della vita di Gesù 
pervenute sino a noi sono i vangeli canonici, che si 
dice siano stati scritti tra il 70 e il 95 d.C. Gli altri libri del Nuovo Testamento sono più o meno 
dello stesso periodo, e si suppone che l’ultimo testo 
a fare la sua comparsa sia stata la Seconda lettera di Pietro, del 120 d.C. Dunque i libri del Nuovo 
Testamento e altra letteratura cristiana delle origini 
che fu esclusa dal canone sono databili all’incirca tra il 50 e il 120 d.C. 
 
Sembra che già in quel periodo i cristiani ponessero sullo stesso livello alcune autorevoli fonti 
cristiane e la Bibbia ebraica. La prova viene proprio 
da parti del Nuovo Testamento: per esempio si lascia intendere che le parole e gli insegnamenti di 
Gesù agli inizi fossero ritenuti autorevoli quanto le 
Sacre scritture, e proprio Gesù forse avvalorò questa idea con il suo modo di insegnare. Secondo 
alcuni dei primi testi pervenuti sino a noi, come il Vangelo 
di Matteo, quando Gesù interpretava la legge di Mosè, per esempio, la poneva sullo stesso piano 
dei propri insegnamenti. 
(NOTA 3) 
Mosè diceva: «Non uccidere» e Gesù interpreta queste parole come: «Chiunque si adira con il 
proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio»; Mosè ordinava: 
«Non commettere adulterio», Gesù replica: «Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già 
commesso adulterio con lei nel suo cuore»; Mosé diceva: «Non 
giurare il falso» e Gesù insiste: «Non giurate affatto». I seguaci di Gesù ritenevano le sue 
interpretazioni personali autorevoli quanto le leggi di Mosè 
(si veda Mt 5, 21-48). 
 
Ulteriori prove sono fornite in seguito nel periodo del Nuovo Testamento. Nella Prima lettera a 
Timoteo, falsamente attribuita all’apostolo Paolo (molti 
studiosi ritengono che l’abbia scritta e firmata a suo nome un seguace), l’autore ordina ai suoi 
lettori cristiani di pagare il loro predicatore e poi 
cita «le Sacre scritture» per dimostrare quanto affermato (1 Tm 5, 18). 
(NOTA 4) 
Il fatto interessante è che riporta due passi: uno dalla legge di Mosè e l’altro dalle parole di Gesù 
(«Il lavoratore ha diritto al suo salario», si veda 
Lc 10, 7), lasciando intendere che le parole di Gesù hanno lo stesso valore delle Sacre scritture. 
 

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E lo stesso accade per i testi dei suoi seguaci. L’ultimo libro del Nuovo Testamento a essere scritto, 
come ho indicato, è la Seconda lettera di Pietro. 
È curioso notare come l’autore (che si firma con lo pseudonimo di Pietro, sebbene il vero Pietro 
fosse morto molto tempo prima) faccia riferimento ai falsi 
maestri che interpretano in modo errato le «lettere di Paolo» e dica: «Al pari delle altre Scritture» 
(2 Pt 3, 16). Evidentemente questo cristiano anonimo 
riteneva che le lettere di Paolo fossero «Sacre scritture». 
 
Ciò che voglio dire è che tra la fine del I secolo e l’inizio del II, centinaia di anni prima di 
Costantino, i cristiani avevano già cominciato a considerare 
autorità canonica alcuni testi e quindi a scegliere quali dovessero far parte del canone. 
 
Le ragioni alla base della formazione del canone 
 
Ma cosa spingeva questo movimento a considerare alcuni libri autorità canoniche? Come si può 
dedurre osservando le citazioni nel paragrafo precedente, i 
cristiani si erano abituati a citare alcuni testi per stabilire il credo e per regolare la vita 
comunitaria. Quando Gesù morì e non poté più istruire gli 
apostoli, si presentò la necessità di conservare i suoi insegnamenti per i posteri, e allorché anche 
gli apostoli iniziarono a mancare, i loro scritti 
dovettero essere raccolti perché depositari della vera dottrina. 
 
La necessità divenne ancora più impellente a causa delle profonde diversità che iniziarono a 
emergere all’interno del mondo cristiano nel I secolo dopo 
Cristo, e che si palesarono nel secolo successivo. Oggi si pensa alla cristianità come a qualcosa di 
eterogeneo, ed è corretto, visto che la visione della 
fede tra chi si professa cristiano varia sensibilmente: basta pensare alle differenze tra romani 
cattolici e battisti, greci ortodossi e mormoni, testimoni 
di Geova ed episcopaliani, o tra presbiteriani del New England e addestratori di serpenti 
appalachiani. Per quanto significativa possa essere oggi la varietà 
all’interno del mondo cristiano, è nulla se confrontata con la situazione nei primi secoli di 
esistenza della Chiesa. 
 
Solo nel II secolo, per esempio, sappiamo di persone che si professavano fedeli e che credevano in 
cose che oggi sarebbero ritenute dai più estremamente 
bizzarre. C’erano, com’è ovvio, i monoteisti, altri che credevano in due divinità (il Dio del Vecchio 
Testamento e il Dio di Gesù), ma anche alcuni cristiani 
secondo i quali ce n’erano 12, 30, persino 365! Qualcuno sosteneva che il mondo fosse stato creato 
dall’unico vero Dio, altri da una divinità secondaria, 
altri ancora da un essere malvagio. Alcune comunità erano convinte che la natura di Gesù fosse sia 
interamente umana, sia del tutto divina; un altro gruppo, 
come si è visto, asseriva che Gesù era così umano da non poter essere divino; ma altri ancora 
sostenevano che si trattava di due individui: l’uomo Gesù 
e il Cristo divino. C’erano cristiani secondo i quali la morte di Gesù aveva determinato la salvezza 
del mondo, altri sostenevano che non aveva nulla a 
che vedere con la salvezza del mondo e altri ancora ritenevano che Gesù non fosse mai morto. 
 
Come ho indicato in precedenza, questi gruppi, in particolare quelli che rimanevano fedeli agli 
insegnamenti più eccentrici, non avevano la possibilità 
di consultare un proprio Nuovo Testamento per stabilire chi avesse ragione e chi torto, perché non 
c’era alcun Nuovo Testamento. Ognuno di essi aveva dei 

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propri testi sacri – vangeli, atti, lettere, apocalissi – la cui paternità veniva attribuita agli apostoli, e 
insisteva nel ritenere che dovessero essere 
riconosciuti quale autorità scritturale dai cristiani desiderosi di sapere come comportarsi e in cosa 
credere. La lotta per imporre le proprie Sacre scritture 
fu un vero e proprio conflitto tra diversi gruppi di cristiani in competizione fra loro per stabilire in 
modo univoco la natura della cristianità per i 
posteri. Solo uno di essi la spuntò, fissò il credo cristiano (quello, cioè, che emerse dal Concilio di 
Nicea) e decise quali testi accogliere nel canone 
delle Sacre scritture. Contrariamente a quanto affermato da Teabing, la decisione non fu presa 
dall’imperatore Costantino ma dai leader cristiani che vinsero 
le prime dispute sulla fede e sul culto. 
(NOTA 5) 
 
Serapione e il Vangelo di Pietro 
 
Per farsi un’idea di come abbia avuto luogo il processo di formazione del canone, si può prendere 
in considerazione un aneddoto raccontato da Eusebio, il 
«Padre della storia della Chiesa», menzionato qui nel I capitolo. Come detto nel passo citato, 
Eusebio scrisse la storia della Chiesa cristiana dai giorni 
di Gesù sino ai suoi (l’epoca di Costantino). Nei dieci volumi dell’opera riferisce numerosi episodi 
sulla vita dei primi cristiani e sui loro conflitti, 
anche quelli legati alla teologia e al canone delle Sacre scritture; ma c’è una storia in particolare che 
permette di comprendere l’intera vicenda. 
 
Nel capitolo III mi sono occupato di uno dei primi vangeli pervenuti sino a noi, il Vangelo di 
Pietro, conosciuto prima della sua scoperta nel 1886 grazie 
a un brano della Storia ecclesiastica di Eusebio. L’autore racconta di Serapione, famoso vescovo di 
Antiochia vissuto nella seconda metà del II secolo, 
che aveva giurisdizione sulle chiese della Siria e talvolta le visitava per tenerle sotto controllo. Un 
giorno si recò in una chiesa nel villaggio di Rhossus 
e venne a sapere che i cristiani del luogo usavano per i loro riti di culto un vangelo scritto da 
Pietro. Lui non aveva nulla in contrario, poiché un vangelo 
scritto dall’apostolo Pietro poteva di certo essere letto in chiesa. Ma quando dopo i suoi viaggi fece 
ritorno ad Antiochia, molti informatori gli riferirono 
che il cosiddetto Vangelo di Pietro conteneva della falsa teologia: secondo loro era uno scritto 
docetistico in cui la natura di Gesù era considerata non 
del tutto umana (si veda la discussione precedente sul docetismo). 
 
Quando lo venne a sapere, Serapione se ne procurò una copia e vide che c’erano effettivamente 
numerosi passi che potevano essere interpretati alla luce 
del docetismo. Scrisse quindi un saggio breve «Sul cosiddetto Vangelo di Pietro» e lo inviò alla 
comunità di Rhossus, ordinando che il vangelo in questione 
non fosse più impiegato per i riti comunitari. 
 
L’episodio è molto interessante perché mostra in dettaglio come i cristiani decidevano l’inclusione 
di un libro nelle Sacre scritture e come stabilivano 
se potesse essere usato in chiesa per guidare e istruire. Sia la comunità di Rhossus sia Serapione 
concordarono nell’affermare che un testo apostolico, 
cioè scritto da uno dei seguaci di Gesù (o perlomeno da un loro compagno), poteva essere 
accettato. Ma lo stesso doveva essere anche «ortodosso», doveva, 
cioè, fornire un’interpretazione corretta degli insegnamenti di Cristo: se non rispettava questa 
regola era giudicato non apostolico, poiché si riteneva 

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che gli apostoli fossero affidabili interpreti del vero significato degli insegnamenti di Gesù. 
Secondo Serapione il cosiddetto Vangelo di Pietro non era 
ortodosso e quindi non poteva essere stato scritto dall’apostolo. Per questa ragione non lo si 
sarebbe dovuto usare per i riti di culto cristiani e, in 
altre parole, andava escluso dal canone. 
 
Tutto questo si verificò un secolo e mezzo prima di Costantino. 
 
Ireneo e i quattro vangeli 
 
Ma è vero che Costantino ebbe l’ultima parola sull’inclusione dei quattro vangeli nel Nuovo 
Testamento, come dice Leigh Teabing? All’inizio del IV secolo 
esistevano davvero tanti vangeli largamente riconosciuti, tra cui i quattro scelti da Costantino per 
il canone finale delle Sacre scritture? 
 
Anche questa è un’opinione poco esatta dal punto di vista storico. Non solo alcuni testi «eretici», 
come il Vangelo di Pietro, furono esclusi dalla maggioranza 
dei cristiani già nel II secolo, ma anche l’inclusione dei quattro vangeli canonici – quelli di Matteo, 
Marco, Luca e Giovanni – fu decisa molto prima 
dell’età di Costantino. 
 
Si può risalire alle origini del canone dei quattro vangeli grazie ad alcuni scrittori ecclesiastici del 
II secolo. Uno degli autori più famosi di quell’epoca 
era un uomo che passò alla storia come san Giustino martire e che fu giustiziato perché cristiano 
nella seconda metà del II secolo, all’epoca in cui Serapione 
inviava la lettera ai cristiani di Rhossos. Per fortuna esistono lunghi scritti di Giustino in cui egli 
tenta di spiegare ai detrattori eruditi della cristianità 
che, contrariamente all’opinione comune, essa non costituiva una minaccia per l’unità dell’impero 
e che i cristiani non erano soliti violare le regole 
della pubblica decenza, come talvolta si faceva credere: di fatto i cristiani, afferma Giustino, 
rappresentavano l’unica vera religione data dall’unico 
vero Dio. 
 
Mentre tenta di dimostrare la sua tesi, Giustino cita qualche volta testi cristiani precedenti, tra cui i 
vangeli, senza però chiamarli così, ma definendoli 
semplicemente «memorie degli apostoli», e senza precisare che erano solo quattro. 
 
Di circa trent’anni dopo, intorno al 180 d.C., sono gli scritti di un altro importante autore cristiano 
di nome Ireneo. Il divario cronologico tra i due 
autori è stato di fondamentale importanza per la storia della cristianità poiché fu proprio in quel 
lasso di tempo che iniziarono a proliferare le eresie 
gnostiche (ognuna con una propria teologia), e che l’eminente maestro cristiano Marcione 
(denunciato da Giustino e Ireneo come arcieretico) diffuse ampiamente 
i suoi insegnamenti. Marcione affermava l’esistenza di due dèi, il Dio degli ebrei e il Dio di Gesù, 
che lo aveva mandato sulla terra come un fantasma 
(Marcione era infatti un doceta) per salvare gli uomini dal Dio iracondo degli ebrei. 
(NOTA 6) 
 
Come potevano gli avversari degli gnostici e di Marcione (e degli altri cosiddetti falsi maestri) 
convincere chi leggeva che la loro religione era quella 
«vera»? In altre parole, come facevano i leader cristiani a contrastare le nozioni teologiche degli 
altri e a dimostrare che le loro erano quelle di Gesù 

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e seguaci? Il modo più facile era certamente cercare sostegno nei testi degli apostoli. Dato che negli 
anni intercorsi tra Giustino e Ireneo la minaccia 
rappresentata dai falsi maestri eretici, come gli gnostici e Marcione, si era aggravata, non 
sorprende che Ireneo avesse un’idea più precisa di quali libri 
riconoscere come Sacre scritture: unicamente i Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni. 
Chiunque scelga di utilizzarne uno solo (Marcione, per esempio, 
si servì solo di quello di Luca; alcuni gnostici solo di quello di Giovanni) e chiunque ne includa un 
altro (per esempio quello di Pietro o quello di Tommaso) 
non è sulla retta via. 
 
Come argomenta la sua tesi Ireneo? Facendo notare che la Terra ha quattro angoli, su cui soffiano i 
quattro venti che portano la verità del vangelo cristiano, 
che deve quindi essere fondato su quattro pilastri: Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Quattro angoli 
della Terra, quattro venti e quattro vangeli: cosa c’è 
di più naturale? 
(NOTA 7) 
 
Scritti ammessi nel canone dalla Chiesa primitiva 
 
La prima lista canonica, un elenco di libri che secondo un autore anonimo dovevano essere accolti 
nel canone cristiano, risale pressappoco al tempo di Ireneo. 
Il documento, il canone Muratori, deve il suo nome allo studioso Ludovico Antonio Muratori che 
lo scoprì in una biblioteca di Milano. Sebbene il manoscritto 
risalga all’VIII secolo, la lista canonica sembra sia stata compilata originariamente a Roma alla fine 
del II secolo. 
(NOTA 8) 
 
Purtroppo l’incipit originale del testo è andato perso, ma a giudicare dall’inizio del frammento, ci 
sono pochi dubbi su quali fossero i primi libri descritti: 
«… ai quali era comunque presente e così li inserì [nel suo racconto]. Il terzo libro è il Vangelo 
secondo Luca». 
(NOTA 9) 
L’autore prosegue descrivendo chi fosse Luca e parlando del «quarto vangelo», che «è quello di 
Giovanni». In altre parole, l’elenco comincia analizzando 
quattro vangeli, dei quali il terzo e il quarto sono quelli di Luca e Giovanni, ed è evidente che 
nell’incipit si esaminassero quelli di Matteo e di Marco, 
di cui rimane solo l’ultima parte della frase conclusiva. 
 
Il canone Muratori comprende quindi solo e unicamente i quattro vangeli che alla fine furono 
accolti nel Nuovo Testamento. Dopo aver affrontato il Vangelo 
di Giovanni, vengono citati gli Atti degli apostoli e le lettere di Paolo: nove indirizzate a sette 
chiese (a Corinzi, Efesini, Filippesi, Colossesi, Galati, 
Tessalonicesi e Romani) – due delle quali (ai Corinzi e ai Romani) furono scritte due volte – e 
quattro individuali (una a Filemone, una a Tito e due a 
Timoteo). Il frammento comprende quindi tutte e tredici le lettere paoline, ma esclude 
esplicitamente la lettera «ai Laodiceani» e quella «agli Alessandrini», 
entrambe «falsamente attribuite a Paolo per promuovere l’eresia di Marcione» perché, come 
afferma l’autore con un’immagine memorabile, «non possono essere 
accettate dalla Chiesa cattolica poiché non è appropriato che il fiele sia mischiato al miele». (Si noti 
che questi libri non dovevano essere bruciati, 
più semplicemente non dovevano essere letti e, presumibilmente, copiati). 
 

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Vengono poi definite accettabili le lettere di Giovanni, la Sapienza di Salomone (un libro che 
evidentemente non fu incluso nel Nuovo Testamento), l’Apocalisse 
di Giovanni e l’Apocalisse di Pietro (da non confondersi con l’Apocalisse copta di Pietro di cui si è 
parlato nel capitolo precedente), e ciò indica che 
alcuni cristiani non volevano che quest’ultima fosse letta in chiesa. Il canone afferma che un libro 
intitolato Il pastore di Erma andrebbe letto, ma non 
come testo sacro, perché «Erma l’ha scritto di recente, ai giorni nostri, nella città di Roma, mentre 
la cattedra [il seggio vescovile] della Chiesa della 
città di Roma era occupata dal vescovo Pio, suo fratello». In altre parole, è un prodotto recente 
(pressappoco dei «giorni nostri»), non è stato scritto 
da un apostolo (ma dal fratello di un vescovo) e quindi non può essere accolto. 
 
L’elenco si conclude con altri testi scartati: «Non accettiamo nulla che provenga da Arsinoo, 
Valentino o Milziade, il quale ha anche scritto un nuovo 
libro di salmi per Marcione insieme a Basilide, fondatore asiano dei Catafrigi…». Il frammento si 
conclude come era iniziato: con una frase a metà. 
 
Eseguendo un rapido calcolo, risulta che questo autore del II secolo accettò 22-23 dei 27 libri che 
alla fine diventarono canonici. I documenti esclusi 
sono la lettera agli Ebrei, la lettera di Giacomo, la prima e la seconda lettera di Pietro e una delle 
lettere di Giovanni (ne accetta due su tre, senza 
però indicare quali). Inoltre, accetta la Sapienza di Salomone e provvisoriamente, registrando un 
certo dissenso, l’Apocalisse di Pietro. Infine, vengono 
respinti alcuni scritti perché non rispettano i criteri di canonicità da lui stabiliti o perché ritenuti 
eretici, come le lettere agli Alessandrini e ai 
Laodiceani create da Marcione e attribuite a Pietro, e altri falsi attribuiti agli gnostici e ai 
montanisti. 
 
I criteri di inclusione 
 
Quali sono questi criteri? Pare siano gli stessi impiegati per una numerosa serie di autori del II e III 
secolo. Per essere accolto nel canone delle Sacre 
scritture un libro doveva essere: 
 
1. Antico. Un testo sacro doveva risalire all’incirca all’epoca di Gesú: è per questo che Il pastore di 
Erma, un prodotto recente, non poteva essere accettato. 
 
2. Apostolico. Un testo autorevole doveva essere scritto da un apostolo, o perlomeno da un suo 
compagno, quindi il canone Muratori accetta il Vangelo di 
Luca (scritto dall’amico di Paolo), quello di Giovanni e gli scritti di Paolo, ma rifiuta gli scritti dei 
Marcioniti falsamente attribuiti a Paolo. Un 
criterio simile è stato applicato al Vangelo di Pietro: all’inizio era accettato dai cristiani di Rhossus 
per la sua origine apostolica, ma quando si stabilì 
che non poteva essere opera di Pietro fu decretato inammissibile. 
 
3. Cattolico. Per essere accolti nel canone, i testi dovevano essere ampiamente accettati dalle 
Chiese ufficiali: in altre parole, dovevano essere «cattolici», 
termine greco che significa «universale»; da qui derivano le disquisizioni del canone Muratoriano 
sullo status dell’Apocalisse di Pietro. 
 
4. Ortodosso. Di gran lunga il criterio più importante, concerneva la natura delle opinioni espresse 
in un libro e, per certi versi, era supportato da altri 

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requisiti: se un testo non era ortodosso non era né ovviamente apostolico («ovviamente», vale a 
dire per la persona giudicante), né antico (era stato creato 
di recente), né tanto meno cattolico (nel senso che non sarebbe stato accettato dalle altre Chiese 
ortodosse). Da qui il comportamento di Serapione riguardo 
al Vangelo di Pietro. Ma come faceva questi a sapere che non era opera dell’apostolo? Perché 
conteneva qualcosa che appariva come una cristologia docetistica 
e, ovviamente, Pietro non avrebbe mai potuto scrivere nulla di simile. 
 
Eusebio e il canone all’inizio del IV secolo 
 
Dopo la creazione del canone Muratori, alla fine del II secolo, negli ambienti cristiani continuarono 
per molto tempo ad accendersi dibattiti su quali dovessero 
essere le Sacre scritture del Nuovo Testamento. Ma in fondo, nonostante le affermazioni di Leigh 
Teabing, quasi tutti all’interno della Chiesa ortodossa 
concordavano nel dire che dovessero essere inclusi i quattro Vangeli, gli Atti, le tredici Lettere 
paoline, la prima lettera di Pietro e la prima lettera 
di Giovanni. Sugli altri testi le opinioni erano divergenti. 
 
Che il problema non fu risolto nemmeno ai tempi di Costantino risulta evidente dagli scritti di 
Eusebio, il «Padre della storia della Chiesa» vissuto all’inizio 
del IV secolo, che in un passo della Storia ecclesiastica decide di discutere del canone e mostra, 
oltre ogni ragionevole dubbio, che le dispute erano 
tutt’altro che concluse persino un secolo e mezzo dopo il canone Muratori. 
(NOTA 10) 
 
L’intenzione dichiarata è di «riepilogare gli scritti del Nuovo Testamento» (Storia ecclesiastica) ma 
il compito è difficile, poiché, come fa notare Eusebio, 
molte delle questioni importanti erano ancora oggetto di dibattito. Per ovviare al problema, lo 
scrittore crea quattro categorie di testi. I primi li definisce 
«autentici», intendendo dire che erano stati accettati da tutti all’interno della tradizione ortodossa 
(l’unica di cui si occupa a questo punto): i quattro 
Vangeli, gli Atti, le Lettere di Paolo (tra cui quella agli Ebrei), la prima lettera di Giovanni e la 
prima lettera di Pietro e, «se sembra bene», dice, 
l’Apocalisse di Giovanni. Ovviamente, persino i libri riconosciuti non lo sono universalmente, 
come commenta poi parlando dell’Apocalisse, «su cui riferiremo 
al momento opportuno le diverse opinioni». 
 
La seconda categoria è costituita dagli scritti che sono ancora «oggetto di controversia», quelli che 
potrebbero essere considerati canonici a buon diritto, 
ma il cui status viene ancora dibattuto da qualcuno. Di questo gruppo fanno parte la lettera di 
Giacomo, quella di Giuda, la seconda di Pietro e la seconda 
e terza di Giovanni. 
 
Eusebio cita quindi i testi che considera «spuri», parola che normalmente significa «falsi», ma che 
in questo contesto assume il valore di «non autentico 
ma talvolta considerato canonico». Tra questi include gli Atti di Paolo, Il pastore di Erma, 
l’Apocalisse di Pietro, la lettera di Barnaba, la Didaché 
degli apostoli e il Vangelo degli Ebrei. Stranamente Eusebio inserisce in questa categoria, «se 
sembra il caso», anche l’Apocalisse di Giovanni, e dico 
stranamente perché ci si aspetterebbe che fosse ritenuta «oggetto di controversia» piuttosto che 
«spuria». 
 

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Per concludere, l’autore fornisce un elenco di libri che essendo eretici non possono essere accettati: 
i Vangeli di Pietro, Tommaso e Mattia, e gli Atti 
di Andrea e di Giovanni. 
 
Costantino commissiona cinquanta Bibbie cristiane 
 
Il canone, dunque, non fu completato nemmeno ai tempi di Costantino. Anche se tutti i cristiani 
«ortodossi» concordavano nel ritenere scritture sacre i 
quattro Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, Costantino non ebbe nulla a che fare con 
questa decisione. 
 
Una sola fonte accenna a un coinvolgimento dell’imperatore nella formazione del canone cristiano, 
e forse Leigh Teabing allude proprio a questa quando, 
parlando con Sophie Neveu, commenta: «Costantino commissionò e finanziò una nuova Bibbia, 
che escludeva i vangeli in cui si parlava dei tratti umani di 
Cristo» (p. 275). 
 
In Sulla vita di Costantino, Eusebio racconta che nell’anno 331 d.C. l’imperatore gli richiese 
personalmente cinquanta copie della Bibbia cristiana per 
le chiese che stava facendo costruire nella capitale dell’impero, Costantinopoli. Questi libri 
sarebbero stati «scritti in modo leggibile su pergamena 
di qualità in un formato che possa essere trasportato facilmente, da scribi professionisti che siano 
molto abili nella loro arte». 
(NOTA 11) 
Eusebio commenta che una volta ricevuto l’ordine si mise immediatamente all’opera, chiaramente 
usando lo scriptorium (un locale riservato alla trascrizione 
dei manoscritti) nella chiesa natale di Cesarea. 
 
L’ordine di Costantino non implicava di decidere quali vangeli escludere (quelli che 
sottolineavano i tratti umani di Gesú) e quali includere (solo quelli 
che enfatizzavano la sua natura divina), e nulla indica, contrariamente a quanto sostenuto da 
Teabing, che ciò portò all’eliminazione degli altri vangeli. 
L’imperatore aveva bisogno di alcune bibbie per le sue chiese e le commissionò a Eusebio, la cui 
chiesa natale era ben equipaggiata per eseguire il compito. 
Il contenuto delle bibbie non era fonte di preoccupazione, in quanto sia Costantino che Eusebio 
evidentemente sapevano quali libri sarebbero stati appropriati: 
di sicuro i quattro vangeli accettati da tutti i cristiani ortodossi e probabilmente altri testi. Ci sono 
due magnifici manoscritti biblici risalenti a 
quel periodo, il codice Sinaitico e il codice Vaticano: per alcuni studiosi sono due delle copie che 
Eusebio aveva preparato per ordine di Costantino. 
 
Conclusioni: il canone definitivo 
 
Come abbiamo visto, Leigh Teabing aveva ragione nel sostenere che «la Bibbia non ci è arrivata 
per fax dal Cielo»: il Nuovo Testamento fu realizzato in 
un lungo lasso di tempo e fu il risultato di numerose e protratte divergenze tra i cristiani per 
decidere quali libri includere e quali scartare. Teabing 
sbaglia a pensare che Costantino fu coinvolto nel processo, o che una qualsiasi figura, benché fosse 
un imperatore, potesse «riscrivere» la Bibbia cristiana 
da un giorno all’altro: il processo di formazione ebbe inizio secoli prima di Costantino, e 
l’istituzione del canone neotestamentario esisteva virtualmente 
un secolo e mezzo prima dell’epoca dell’imperatore. 

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D’altro canto, è altrettanto sorprendente che la questione non fu risolta nemmeno ai tempi di 
Costantino, né da lui né dal Consiglio di Nicea da lui indetto 
(che di fatto non si occupò del canone), e ciò è dimostrato dal fatto che nemmeno Eusebio aveva 
un canone definitivo: lo status di alcuni libri era ancora 
incerto, e tale sarebbe rimasto nei decenni a venire. 
 
Alcuni si meravigliano quando scoprono che l’odierno canone fatto di ventisette testi fu stabilito 
solo trecento anni dopo che furono scritti i libri del 
Nuovo Testamento. A quanto ci risulta, la prima volta che una persona stilò l’elenco dei libri 
canonici definendoli tali fu verso la fine del IV secolo, 
circa cinquant’anni dopo la morte di Costantino. In un capitolo precedente abbiamo incontrato 
Atanasio, che da giovane fu una voce importante al Concilio 
di Nicea e in seguito diventò vescovo di Alessandria, nonché una figura di rilievo all’interno della 
cristianità mondiale. Ogni anno, in qualità di vescovo, 
scriveva una lettera alle chiese d’Egitto sotto la sua giurisdizione in cui fissava per loro la data di 
celebrazione della Pasqua (era questa la prassi, 
prima che i calendari stabilissero certe ricorrenze con anni di anticipo), e forniva qualsiasi 
consiglio pastorale ritenesse opportuno. Nella sua trentanovesima 
lettera, scritta nel 367 d.C., incluse tra i consigli una lista di testi che lui riteneva adatti alla lettura 
in chiesa come le scritture canoniche. Elencò 
ventisette libri del Nuovo Testamento, non uno di più, non uno di meno: e questo segnò la fine del 
processo di formazione del canone della Bibbia cristiana. 
I dibattiti sull’argomento continuarono per decenni, ma alla fine la maggioranza dei cristiani 
approvò il canone redatto da Atanasio, e per certi versi 
fu lui l’autorità che dichiarò quali libri avrebbero formato il canone del Nuovo Testamento e quali 
sarebbero stati esclusi. 
 
Parte seconda 
Gesù e Maria Maddalena. 
 

Le fonti storiche su Gesù. 
 
Come abbiamo visto, all’inizio del Codice da Vinci Dan Brown dichiara che «tutte le descrizioni di 
opere d’arte e architettoniche, di documenti e rituali 
segreti contenute in questo romanzo rispecchiano la realtà» (p. 9). Il mio interesse per il libro non è 
dovuto alla descrizione delle opere d’arte, delle 
architetture o dei rituali segreti, bensì ai documenti citati dall’autore. Il problema è che la maggior 
parte dei lettori non ha le basi necessarie per 
valutare le affermazioni di Brown a proposito, per esempio, dei vangeli apocrifi, della formazione 
del canone delle Sacre scritture e del ruolo di Costantino 
nel mettere insieme la Bibbia cristiana. Ho quindi ritenuto importante fare chiarezza, per quanto 
possibile, e procedere a un’analisi critica per separare 
storia e finzione letteraria. Gran parte di ciò che Brown afferma a proposito dei primi documenti 
cristiani, soprattutto per bocca di Leigh Teabing, esperto 
del Graal, è appunto finzione e non può essere considerato verità storica. 
 
Questo è tanto più vero quando nel romanzo si descrivono le fonti di cui disponiamo per capire la 
figura storica di Gesù. Come vedremo in uno dei prossimi 
capitoli, lo sfondo storico della narrazione è costituito da numerose affermazioni su chi fu e cosa 
fece realmente Gesù, prime fra tutte quelle secondo 

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cui si sposò ed ebbe rapporti sessuali con Maria Maddalena, generando una figlia. Tali 
affermazioni, senza le quali la storia narrata perderebbe le proprie 
fondamenta, si basano in apparenza su testimonianze documentarie. La tesi centrale del libro è che 
per avere un resoconto storicamente accurato della vita 
di Gesù non ci si può affidare ai quattro vangeli del Nuovo Testamento, perché esistono altre fonti 
del tutto attendibili, migliaia di cronache scritte 
proprio ai suoi tempi. Come afferma Leigh Teabing durante una conversazione con Sophie Neveu: 
 
«Gesù Cristo è una figura storica di enorme influenza, forse il leader più enigmatico e seguito che 
il mondo abbia conosciuto … la sua vita è stata scritta 
da migliaia di suoi seguaci in tutte le terre … Più di ottanta vangeli sono stati presi in 
considerazione per il Nuovo Testamento, tra cui quelli di Matteo, 
Marco, Luca e Giovanni.» (p. 271-72) 
 
Come abbiamo già visto, la seconda affermazione – che a contendersi un posto nella Bibbia 
cristiana furono oltre ottanta vangeli – non è corretta. E la 
prima? Che ne è stato delle migliaia di cronache scritte durante la vita di Gesù? Più avanti, 
Teabing dice che furono messe al bando e distrutte quando 
Costantino formò il canone del Nuovo Testamento: 
 
«Dato che, quando Costantino aveva innalzato la condizione di Gesù, erano passati quasi quattro 
secoli dalla morte di Gesù stesso, esistevano migliaia di 
documenti che parlavano della sua vita di uomo mortale. Per riscrivere i libri di storia, Costantino 
sapeva di dover fare un colpo di mano. Dalla sua decisione 
nacque il momento più importante della storia cristiana … Costantino commissionò e finanziò una 
nuova Bibbia, che escludeva i vangeli in cui si parlava 
dei tratti umani di Cristo e infiorava i vangeli che ne esaltavano gli aspetti divini. I vecchi vangeli 
vennero messi al bando, sequestrati e bruciati.» 
(p. 275) 
 
Secondo Teabing, però, non tutti questi primi documenti andarono distrutti. Una misteriosa setta, 
il cosiddetto Priorato di Sion, ne custodì migliaia attraverso 
i secoli, insieme ai resti di Maria Maddalena. Conservati in «quattro enormi bauli», sono noti come 
i «Documenti puristi». Come Teabing spiega poi a Sophie, 
questo tesoro comprende 
 
«... migliaia di pagine di documenti risalenti a prima di Costantino, scritti dai primi seguaci di 
Gesù, in cui gli viene reso omaggio come maestro e profeta 
assolutamente umano. Inoltre si dice faccia parte del tesoro il leggendario Documento Q, un 
manoscritto la cui esistenza è ammessa persino dal Vaticano. 
A quanto si dice, è un libro con gli insegnamenti di Gesù, forse scritto da lui stesso.» (p. 300) 
 
Incredula, Sophie domanda: 
 
«Scritto da Cristo?» 
 
«Certo» rispose Teabing. «Perché Gesù non avrebbe dovuto tenere un diario della sua 
predicazione? Gran parte delle persone lo faceva, in quegli anni.» (p. 
300) 
 
Nonostante Dan Brown asserisca che le descrizioni dei documenti contenute nel suo romanzo 
siano basate sui fatti, ancora una volta ci troviamo di fronte 

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a invenzioni, non alla verità storica. Riguardo alle affermazioni più palesemente false posso dire 
quanto segue: 1) Non è vero che la vita di Gesù fu scritta 
da migliaia di suoi seguaci prima ancora della sua morte. Per quanto ne sappiamo, nessuno lo 
fece. Molto probabilmente, quasi tutti i seguaci di Gesù erano 
analfabeti. 2) Non è vero che a quel tempo quasi tutti tenevano un diario della propria vita. La 
maggior parte delle persone non sapeva nemmeno leggere. 
3) Di conseguenza, non esiste uno straccio di prova che Gesù stesso tenesse un diario della sua 
predicazione. Per quanto ne sappiamo, invece, Gesù non 
scrisse mai niente. 4) Il Documento Q non è stato scritto da Gesù; si tratta di un documento 
ipotetico che, secondo gli studiosi, una volta conteneva i 
suoi detti, redatto circa vent’anni dopo la sua morte e usato come fonte per i Vangeli di Matteo e 
Luca (come vedremo più avanti). 
 
Vorrei sottolineare che non sto criticando le affermazioni di Dan Brown sui primi documenti 
cristiani come parte della finzione narrativa; il problema è 
che l’autore dichiara che la sua descrizione di tali documenti è esatta dal punto di vista storico e, 
naturalmente, i lettori che non conoscono la storia 
del cristianesimo delle origini lo prenderanno in parola. La finzione, però, supera la realtà, non 
solo nella trama del Codice da Vinci, ma anche nell’analisi 
delle prime fonti su Gesù. 
 
Nel prossimo capitolo vedremo che cosa possiamo sapere di lui, che cosa disse e fece (per 
esempio, se era davvero sposato ed ebbe rapporti sessuali con 
Maria Maddalena, generando un figlio). In questo capitolo, invece, sono più interessato alle fonti 
da cui derivano le nostre conoscenze al riguardo. Esistevano 
cronache della vita di Gesù risalenti ai suoi tempi? Esistono fonti non contenute nel Nuovo 
Testamento che possano aiutarci a ricostruire le vicende della 
sua vita? I documenti del Nuovo Testamento hanno una qualche utilità nella ricerca di 
informazioni sul Gesù storico? I vangeli del Nuovo Testamento, per 
esempio, sono resoconti storici oppure sono anch’essi pura finzione narrativa? Potrebbe essere 
utile, innanzitutto, spiegare di quali fonti sulla vita 
del Gesù storico non disponiamo, per poi esaminare le fonti tuttora disponibili e vedere come si 
possono leggere in modo critico allo scopo di individuare 
la narrazione storica più plausibile. 
 
La necessità di fonti 
 
Per prima cosa, vorrei riprendere un punto già toccato nell’introduzione: chiunque sappia 
qualcosa di Gesù (o di qualsiasi altro personaggio del passato) 
deve avere una fonte di informazione. Potrebbe sembrare ovvio, ma forse non lo è per tutti, perché 
c’è moltissima gente che parla in continuazione di Gesù 
e dice un sacco di cose su di lui: predicatori (televisivi e non), storici, teologi, catechisti, missionari 
mormoni, perfino il tizio della porta accanto. 
Com’è che tutti sembrano sapere tante cose, o avere tante opinioni, su Gesù? La verità è che le 
persone possono sapere solo quello che hanno appreso da 
una fonte. Anzi, le possibilità sono due (ancora una volta, questo vale per tutto ciò che appartiene 
al passato): o hanno appreso quello che sanno da una 
fonte o se lo sono inventato. 
 
Il problema, naturalmente, è che la maggior parte di noi non dispone di fonti storiche antiche su 
cui basare le proprie affermazioni su Gesù. Nella maggioranza 

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dei casi, le persone hanno imparato ciò che sanno, o pensano di sapere, da altre persone (per 
esempio, un sacerdote o il mezzobusto di qualche programma 
televisivo). Ma da dove questi ultimi hanno attinto le informazioni? Di solito, da altri. E da dove 
questi altri? Da altri ancora. E così via. 
 
Alla fine, tutto è riconducibile a una fonte storica o a qualcuno che si è inventato qualcosa. Anche 
le fonti storiche, però, sono state scritte da persone. 
Dove hanno preso le informazioni gli autori di tali fonti? Le alternative sono sempre le stesse: da 
altri o dalla propria immaginazione. Il semplice fatto 
che una fonte sia antica non la rende necessariamente attendibile; la rende solo più vecchia delle 
fonti odierne. Basta pensarci per rendersene conto. 
È solo che molte persone non ci hanno mai pensato. Sappiamo infatti, oltre ogni ragionevole 
dubbio, che perfino gli autori di fonti antiche, vicine ai 
tempi di Gesù, inventarono talune informazioni (oppure si fidarono di altri che le inventarono). 
Altrimenti, tutte le storie di cui abbiamo già discusso 
nel capitolo III sarebbero esatte dal punto di vista storico: all’età di cinque anni, Gesù andava 
davvero in giro a fulminare i suoi compagni di giochi, 
come si legge nel Vangelo dello Pseudo Tommaso; ed emerse davvero dalla tomba alto quanto un 
grattacielo, seguito da una croce parlante, come riferisce 
Pietro nel suo Vangelo. Tutti riconoscono che si tratta di racconti non corrispondenti alla realtà, 
quindi qualcuno deve averli inventati. 
 
Dato che, in conclusione, tutte le storie su Gesù sono riconducibili a questa o quella fonte, la 
domanda sorge spontanea: quali sono le fonti storicamente 
attendibili? Esistono documenti in grado di fornire informazioni reali, non frutto della fantasia? 
Come possiamo sapere quali fonti debbano essere considerate 
storiche? Queste sono le domande che si pongono gli storici impegnati a ricostruire le vicende 
della vita di Gesù. Non ci si può basare su semplici dicerie 
o fantasie storiche, sono necessarie fonti attendibili; ma quali fonti lo sono e com’è possibile 
ricavarne informazioni storiche? 
 
Come vedremo fra un istante, le fonti più antiche nonché le migliori di cui disponiamo per 
apprendere qualcosa sulla vita di Gesù – checché ne dica Leigh 
Teabing – sono i quattro vangeli del Nuovo Testamento, quelli secondo Matteo, Marco, Luca e 
Giovanni. A pensarla così non sono solo gli storici cristiani 
che hanno un’alta considerazione del Nuovo Testamento e del suo valore storico; questa opinione 
è condivisa da tutti gli storici dell’antichità seri, dai 
cristiani evangelici più devoti agli atei più irriducibili. In altre parole, non è il punto di vista 
parziale di qualche ingenuo velleitario, è la conclusione 
cui sono giunti centinaia (se non migliaia) di studiosi che lavorano per stabilire che cosa accadde 
realmente nella vita del Gesù storico; studiosi che, 
a differenza di Teabing e del suo inventore Dan Brown, hanno studiato greco ed ebraico, le lingue 
bibliche, oltre ad altre lingue collegate (per esempio, 
latino, siriaco e copto); studiosi che leggono le fonti antiche in lingua originale e le conoscono alla 
perfezione. Sarebbe bello se esistessero altre 
fonti più attendibili, ma alla fine sono quelle contenute nel canone a fornire le informazioni 
migliori e più numerose. Non sto dicendo che non siano problematiche, 
anzi, come vedremo, pongono diversi interrogativi. Se usate in modo avveduto, però, forniscono 
informazioni importanti su ciò che Gesù disse e fece realmente. 
 
Prima di passare a esaminare questi resoconti della vita di Gesù, che cosa si può dire delle altre 
fonti sopravvissute, quelle escluse dal canone del Nuovo 

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Testamento? 
 
Le fonti non canoniche 
 
Dunque non abbiamo, purtroppo, neanche una parola scritta da Gesù in persona. Inoltre, 
contrariamente a quanto sostiene Leigh Teabing, non disponiamo di 
migliaia (nemmeno di centinaia o decine) di documenti su di lui scritti da suoi contemporanei. In 
realtà, non abbiamo nessun documento scritto da un testimone 
oculare della vita di Gesù. Potrebbe sembrare strano: di sicuro, una persona così importante – che 
ebbe così tanti discepoli, alleati e nemici, compì opere 
tanto spettacolari e dispensò insegnamenti tanto straordinari, una persona che ispirò una grande 
religione mondiale con diversi milioni di seguaci nel 
corso della storia – deve essere stato sulla bocca di tutti i cittadini dell’Impero romano. Di sicuro, 
scrissero di lui. Deve esserci qualcosa risalente 
ai suoi tempi! 
 
No, purtroppo non abbiamo niente. Nessun resoconto scritto da un discepolo (dei vangeli del 
Nuovo Testamento parleremo fra poco) o da uno dei suoi nemici 
tra i Farisei e i Sadducei, niente tra i manoscritti del Mar Morto, nessun documento lasciato da un 
cittadino romano o da un’autorità imperiale qualsiasi. 
Non esistono atti di nascita, né racconti dei suoi miracoli, né trascrizioni del processo, né 
documenti che ne attestino la morte redatti a quel tempo. 
Tutte le fonti di cui disponiamo sono successive. 
 
È convenzione distinguere queste fonti non canoniche (di epoca successiva) sulla vita di Gesù in 
pagane (di autore greco, romano o comunque non ebreo o 
cristiano), ebraiche e cristiane. 
 
Le fonti pagane 
 
Molti rimangono sorpresi quando scoprono che tra le nostre fonti pagane non c’è niente che possa 
aiutarci a sapere che cosa disse e fece Gesù. Come ho accennato, 
il suo ministero risale agli anni Venti del I secolo. Supponiamo di limitare la nostra indagine a 
tutto questo secolo, cioè ai circa trent’anni di vita 
di Gesù e ai settanta immediatamente successivi. Che cosa dicono di lui le fonti pagane 
sopravvissute? In realtà, non esiste una sola fonte pagana risalente 
a quel periodo che riferisca notizie su Gesù. Del I secolo ci sono giunti, naturalmente, molte opere 
di storici, esperti di religione, filosofi, poeti, 
amministratori e studiosi di scienze naturali; lettere personali (centinaia); iscrizioni in luoghi 
pubblici. Nessuno di questi numerosi documenti parla 
di Gesù. Per dirla tutta, non esiste una sola fonte pagana del I secolo che menzioni il suo nome. 
 
Il primo riferimento a Gesù in una fonte pagana risale al 112 d.C. e si trova negli scritti del 
governatore di una provincia romana, un certo Plinio. 
(NOTA 1) 
In una lettera indirizzata all’imperatore Traiano, Plinio dichiara che nella sua provincia ci sono 
«cristiani» che si riuniscono illegalmente per «venerare 
Cristo come un dio». Tutto qui quello che dice di Gesù. È il primo riferimento a lui in una fonte 
pagana e compare a ottant’anni dalla sua morte. Qualche 
anno più tardi, Gesù viene menzionato dallo storico romano Tacito, il quale fornisce un paio di 
informazioni sul suo conto, vale a dire che visse in Giudea, 

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dove fu crocifisso come sobillatore dal procuratore Ponzio Pilato (che governò proprio la Giudea 
tra il 26 e il 36 d.C.) durante il regno dell’imperatore 
Tiberio. 
 
Limitando la ricerca ai primi cento anni successivi alla vita di Gesù, questi sono gli unici 
riferimenti sicuri nelle fonti pagane a nostra disposizione. 
Non ci aiutano certo granché a stabilire che cosa disse e fece realmente. 
 
Le fonti ebraiche 
 
Ci si potrebbe aspettare di trovare un numero maggiore di riferimenti a Gesù nelle fonti ebraiche 
non cristiane del I secolo, poiché, dopo tutto, si trattava 
di un ebreo. Purtroppo, nemmeno questi documenti ci aiutano granché. Naturalmente, le fonti 
ebraiche risalenti a quel periodo sono molto meno numerose 
di quelle pagane, ma tra le poche che abbiamo ci sono gli scritti del prolifico filosofo Filone di 
Alessandria e dello storico Giuseppe Flavio. Filone 
non menziona mai Gesù, così come non lo cita nessun’altra fonte ebraica del tempo, a esclusione 
di Giuseppe. Giuseppe Flavio scrisse numerose opere, diverse 
delle quali sono sopravvissute fino a oggi; tra queste, una storia degli ebrei in venti volumi dalle 
origini (Adamo ed Eva) ai tempi dell’autore, intorno 
alla fine del I secolo (Giuseppe scrisse l’opera nel 93 d.C.). In questa storia, prende in esame un 
numero vastissimo di importanti figure ebree, tra cui 
diversi personaggi a lui quasi contemporanei (compresi alcuni di nome Gesù). Gesù di Nazaret 
viene menzionato due volte: in un riferimento, l’autore parla 
di un uomo chiamato Giacomo, che era il «fratello di Gesù, detto il messia». Tutto qui. Nel 
secondo riferimento, invece, dà informazioni più complete, 
dicendo che Gesù era noto per aver compiuto «opere straordinarie», aveva seguaci sia tra i greci 
sia tra gli ebrei, fu consegnato a Ponzio Pilato dai «capi» 
del popolo ebraico e venne crocifisso. Si legge inoltre che suoi discepoli esistevano ancora ai tempi 
dell’autore. 
(NOTA 2) 
Purtroppo, Giuseppe non fornisce altre informazioni sulla vita di Cristo. 
 
Limitandoci a un secolo dalla morte di Gesù, questo è tutto ciò che possiamo ricavare da fonti non 
cristiane. Di conseguenza, se vogliamo saperne di più 
su quello che disse e fece realmente, dobbiamo per forza ricorrere alle fonti cristiane. 
 
Le fonti cristiane 
 
Come abbiamo visto, Leigh Teabing insiste nell’affermare che le fonti di questo tipo risalenti ai 
tempi di Gesù erano migliaia. Ammesso che sia vero, nessuna 
è sopravvissuta. Ci sono però fondati motivi storici per ritenere che tali fonti non siano mai 
esistite. 
 
Fermiamoci un momento a riflettere sulla natura del seguito di Gesù, per quel poco che possiamo 
sapere dalle fonti a disposizione. Gesù era originario della 
Galilea, una regione rurale. I suoi seguaci erano per lo più paesani appartenenti alle classi inferiori 
della società ebraica: braccianti, probabilmente 
(da notare le numerose parabole che parlano di semi, piante, alberi e raccolti), pescatori e simili. 
Queste persone scrissero la vita di Gesù? Il problema 
è che a quei tempi la stragrande maggioranza della popolazione non sapeva né leggere né scrivere. 
È difficile stabilire quale fosse il livello di alfabetizzazione 

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nell’antichità, ma secondo lo studio moderno più attendibile, condotto dal professor William 
Harris della Columbia University, anche nei periodi migliori 
(per esempio, ad Atene nel V secolo a.C., ai tempi di Socrate e Platone) solo il 10-15 per cento del 
volgo era capace di leggere e forse firmare documenti 
semplici come i contratti (alfabetismo funzionale). 
(NOTA 3) 
Tassi di alfabetismo elevati, come quelli che conosciamo oggi nel mondo occidentale, nell’antichità 
erano sconosciuti; allora, nessun ente governativo (o 
privato) avrebbe mai pensato di dedicare risorse enormi per garantire che tutti fossero in grado di 
leggere e scrivere (l’alfabetismo si diffuse soltanto 
con la rivoluzione industriale). Questo significa che, anche nei periodi migliori, l’85-90 per cento 
della popolazione era analfabeta. Le persone che sapevano 
leggere e magari scrivere (cosa che richiedeva una formazione più ampia) appartenevano a 
famiglie di ceto elevato, che disponevano delle risorse e del 
tempo libero necessari all’istruzione dei figli. Il tasso di alfabetismo era molto inferiore nelle zone 
rurali come la Galilea, dove gli abitanti erano 
per lo più poveri contadini, pescatori e artigiani che non ne avevano alcun bisogno. 
(NOTA 4) 
 
Che dire quindi dei seguaci di Gesù? L’unico riferimento esplicito al loro livello di istruzione si 
trova negli Atti, dove si legge che due dei discepoli 
principali, Pietro e Giovanni, erano di fatto illetterati (At 4, 13). E gli altri? Non c’è ragione di 
pensare che per loro fosse diverso. Quindi, non solo 
non abbiamo le migliaia di presunti resoconti risalenti ai tempi di Gesù e scritti dai suoi seguaci, 
ma ci sono fondati motivi per ritenere che tali documenti 
non siano mai esistiti. Né migliaia, né centinaia, né decine. Nemmeno uno. 
 
I racconti di cui disponiamo sono tutti di autori successivi. Incredibilmente, pare che questi autori 
non siano stati tra i seguaci diretti di Gesù. Prendiamo 
i quattro vangeli del Nuovo Testamento e fermiamoci ad analizzarli in modo più approfondito. 
Sono stati scritti in greco, da persone molto istruite e preparate, 
tra i trenta e i sessant’anni dopo la morte di Gesù. I suo seguaci, però, erano paesani che vivevano 
in Galilea e parlavano aramaico; di certo, non conoscevano 
il greco, figuriamoci quindi se erano in grado di scrivere lunghi resoconti (o anche solo leggere) in 
questa lingua. Con ogni evidenza, i vangeli del Nuovo 
Testamento non sono stati scritti ai tempi di Gesù dai suoi seguaci più vicini, bensì decenni dopo 
da cristiani ben istruiti che si basarono su tradizioni 
orali rimaste in circolazione dopo la sua morte. 
(NOTA 5) 
 
Prima di passare a questi vangeli, però, vediamo quali sono le altre fonti cristiane non contenute 
nel Nuovo Testamento. 
 
Le più importanti sono i vangeli apocrifi, tra cui quelli di cui abbiamo già discusso, testi scritti 
relativamente presto come il Vangelo dello Pseudo Tommaso, 
il Vangelo di Pietro, il Vangelo di Tommaso ecc. Quando dico «relativamente» presto intendo che 
furono scritti più o meno entro i primi duecento anni dalla 
morte di Gesù. Non esistono resoconti a lui contemporanei o quasi. I primi comparvero molti 
decenni – forse un secolo o più – dopo la sua morte. Inoltre, 
come abbiamo visto, questi racconti hanno una forte componente leggendaria, non sono certo il 
genere di resoconto storico di cui vorremmo disporre per 

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stabilire chi era davvero Gesù e che cosa disse e fece realmente. Questo vale anche per i documenti 
che prenderemo in considerazione nel prossimo capitolo, 
cioè i Vangeli di Filippo e Maria, che menzionano la relazione tra Gesù e Maria Maddalena, ma, 
come gli altri, sono opere successive risalenti al II (o 
III) secolo, non resoconti scritti ai tempi di Gesù (o quasi) da testimoni oculari delle vicende della 
sua vita. 
 
Gli storici interessati a conoscere la vita di Cristo sono quindi limitati dalla natura stessa delle fonti 
a disposizione a quelle contenute nel canone, 
con l’eventuale aggiunta dei vari resoconti non canonici come i Vangeli di Tommaso e Pietro. Nel 
prossimo capitolo vedremo come queste fonti possano essere 
usate per stabilire che cosa disse e fece realmente Gesù. Prima, però, vorrei approfondire il 
discorso sulle fonti che formano il canone delle Sacre scritture. 
 
Le fonti canoniche 
 
Naturalmente, ci si potrebbe chiedere se anche gli altri libri del Nuovo Testamento possano essere 
usati per determinare le vicende della vita di Gesù. 
Dopo tutto, il Nuovo Testamento contiene ventisette libri, tra cui solo quattro vangeli. Che dire 
degli altri ventitré? 
 
Purtroppo, questi libri forniscono pochissime informazioni sulla vita di Gesù, poiché furono scritti 
per altri motivi e incentrati su argomenti diversi. 
È possibile trovare qualche raro riferimento a ciò che Gesù disse e fece negli scritti di Paolo (sono 
tredici le lettere a lui attribuite presenti nel 
Nuovo Testamento). Egli riferisce che Gesù era nato da una donna (dato non molto utile, visto che 
è difficile immaginare un’alternativa), aveva dodici 
discepoli e diversi fratelli, uno dei quali si chiamava Giacomo; si fece servitore dei circoncisi, 
istituì l’Eucaristia, fu consegnato alle autorità e 
crocifisso. 
(NOTA 6) 
Paolo menziona un paio di detti di Gesù, a proposito di pagare quelli che predicano il vangelo e 
non divorziare (1 Cor 9, 14; 7, 11). A parte questo, non 
dice molto sulla sua vita e i suoi insegnamenti. E gli altri autori del Nuovo Testamento dicono 
ancora meno: volevano perseguire altri obiettivi, non erano 
interessati a fornire dettagli sulla vita di Cristo. 
 
Poco importa che siamo cristiani o no, storici, (tele)predicatori, catechisti oppure semplici profani 
interessati a conoscere la vita di Gesù (e saperne 
di più, per esempio, sul presunto matrimonio con Maria Maddalena); che ci piaccia o no, 
indipendentemente dalla nostra situazione e dalle nostre idee personali, 
siamo quasi costretti a ricorrere ai vangeli del Nuovo Testamento per tentare di scoprire che cosa 
disse e fece. 
 
I vangeli del Nuovo Testamento 
 
Come abbiamo visto, nemmeno queste fonti sono prive di problemi per gli storici interessati a 
sapere che cosa accadde davvero. Fin qui, Leigh Teabing ha 
assolutamente ragione: non si tratta di resoconti storici imparziali che si limitano a riferire i fatti. 
Pur rimanendo le nostre fonti migliori e più antiche 
sulla vita di Gesù, i vangeli del Nuovo Testamento sono stati scritti da seguaci che vissero in epoca 
successiva e vollero offrire il proprio punto di 

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vista sulle storie narrate. 
 
La maggior parte delle persone – i lettori del Codice da Vinci, ma non solo – probabilmente non se 
ne rende conto e pensa che Matteo, Marco, Luca e Giovanni 
abbiano fornito un resoconto storicamente accurato delle parole e delle opere di Gesù. Già da 
tempo, però, gli studiosi hanno riconosciuto che non è così, 
che anche questi vangeli sono problematici come fonti storiche (mentre non sono considerati 
problematici come documenti teologici della Chiesa, con i quali 
viene suggerito ai credenti che cosa pensare riguardo all’importanza della vita di Gesù e al 
significato della sua morte). 
 
Ma i vangeli non sono opera di testimoni oculari, persone che erano presenti quando Gesù disse e 
fece quelle cose? Come ho già detto, sembra di no. In effetti, 
contrariamente a quanto si potrebbe pensare, i loro autori non dicono di essere stati testimoni 
oculari. 
 
Per riferirci a questi libri usiamo i nomi di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, e per secoli i cristiani 
hanno creduto che fossero stati veramente loro a 
scriverli: due discepoli di Gesù, Matteo l’esattore (Mt 9, 9) e Giovanni, il «discepolo amato» (Gv 21, 
24), e due compagni degli apostoli, Marco, il segretario 
di Pietro, e Luca, il compagno di viaggio di Paolo. Dopo tutto, questi sono i nomi che compaiono 
nei titoli dei libri. Ben pochi però sanno che i titoli 
furono aggiunti dai cristiani nel II secolo, decenni dopo la stesura dei vangeli, per poterne 
sostenere l’origine apostolica. A quale scopo? Come ho già 
detto parlando della formazione del canone del Nuovo Testamento, solo i libri di origine 
apostolica potevano essere inclusi. Come comportarsi con quei 
vangeli che, pur essendo letti e accettati da tutti come autorevoli, erano stati scritti da autori 
sconosciuti? Per essere inclusi nel canone dovevano 
essere associati agli apostoli, così furono loro attribuiti nomi apostolici. 
 
Di fatto, però, quei libri erano anonimi. Provate a leggerli tenendo a mente quanto appena detto e 
vedrete. Non esiste la prima persona, in nessun punto 
l’autore dice «Gesù e io ci recammo a Gerusalemme, dove noi…». Il narratore parla sempre in 
terza persona, di quello che altri stanno facendo. È così anche 
nei Vangeli di Matteo e Giovanni, nonostante i presunti autori abbiano preso parte al ministero di 
Gesù. 
(NOTA 7) 
Chiaramente, i titoli non sono originali. Il primo vangelo è stato chiamato «secondo Matteo» da 
una persona diversa dall’autore, qualcuno che ha espresso 
la propria opinione riguardo alla paternità dell’opera. L’autore non avrebbe mai detto «secondo» 
chi era il libro; lo avrebbe intitolato, per esempio, 
«il Vangelo di Gesù Cristo». 
 
Inoltre, come ho fatto notare, siamo di fronte a quattro autori molto istruiti: non i paesani di lingua 
aramaica che Gesù ebbe tra i propri discepoli, bensì 
cristiani grecofoni vissuti intorno alla fine del I secolo. 
 
Non che per questo i vangeli debbano essere imprecisi. L’essere stati scritti in epoca successiva e 
non da testimoni oculari non impedisce che conservino 
la verità storica sulla vita di Gesù. Tuttavia, ci sono fondati motivi per ritenere che, oltre a fornire 
alcuni dati storici, questi libri ricorrano a 

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fatti alterati per fare importanti affermazioni di carattere religioso sullo stesso Gesù. Per ora basti 
dire che non furono scritti da suoi seguaci, bensì 
da cristiani vissuti più tardi. 
 
Poiché chiunque dica qualcosa su Gesù o ha una fonte o usa la fantasia, da dove vengono le 
informazioni contenute nei vangeli? Per fortuna, uno degli autori, 
Luca (continuerò a usare i loro nomi tradizionali, anche se non ne conosciamo la vera identità), 
all’inizio del suo racconto dichiara di aver usato come 
fonti testimonianze scritte antecedenti e tradizioni orali (Lc 1, 1-4). È un peccato che la maggior 
parte di questi documenti antecedenti sia scomparsa, 
ma non l’ha fatto senza lasciare traccia. Gli studiosi sono convinti di conoscere due delle fonti a 
disposizione di Luca e di un altro evangelista, Matteo. 
(NOTA 8) 
La prima, sorprendentemente, è il Vangelo di Marco. Già nel XIX secolo, gli studiosi del Nuovo 
Testamento riconobbero che il primo vangelo a essere scritto, 
forse intorno al 65-70 d.C., fu proprio quello di Marco e sia Matteo sia Luca, dieci o quindici anni 
dopo, trassero da lì molte delle loro storie su Gesù. 
Ecco perché i tre vangeli hanno così tante storie in comune, spesso narrate con le stesse identiche 
parole. Com’è possibile che i tre resoconti della vita 
di Gesù combacino in tal misura? Semplice: due degli autori copiarono alcune storie dal terzo. 
 
Matteo e Luca hanno però in comune storie che non sono presenti in Marco. Da dove provengono? 
Qui entra in ballo la teoria dell’esistenza di un vangelo 
ormai perduto, il cosiddetto vangelo Q, che, contrariamente a quanto sostiene Leigh Teabing, non 
fu scritto da Gesù in persona a mo’ di diario della propria 
predicazione. Q è una definizione usata dagli studiosi del Nuovo Testamento per indicare una 
fonte ipotetica, a disposizione sia di Matteo sia di Luca 
(ma non di Marco e Giovanni), contenente molti degli insegnamenti più memorabili di Gesù, tra 
cui il Padre Nostro e le Beatitudini, che infatti sono presenti 
in Matteo e Luca, ma non in Marco. (Q sta per Quelle, che in tedesco significa «fonte».) 
 
Matteo, Marco e Luca, quindi, sono così simili perché usarono in parte le stesse fonti. Matteo e 
Luca, però, presentano entrambi storie uniche che non compaiono 
in nessun altro vangelo. Gli studiosi hanno ipotizzato che ciascuno di questi autori abbia avuto 
accesso a fonti non più disponibili, scritti antecedenti 
e racconti orali delle cose dette e fatte da Gesù, di solito indicate come M (fonte speciale di Matteo) 
e L (fonte speciale di Luca). 
 
E Giovanni? Il suo vangelo è molto diverso dagli altri tre. Se escludiamo il racconto della Passione 
(la narrazione delle sofferenze e della morte di Cristo), 
la maggior parte dei detti e delle opere di Gesù presenti in Giovanni si trova solo nel suo vangelo, 
così come la maggior parte di quelli presenti negli 
altri tre non si trova in Giovanni. Di conseguenza, il quarto evangelista deve avere avuto a 
disposizione altre fonti scritte e orali, che tanto per cambiare 
oggi non esistono più. 
(NOTA 9) 
 
Ho parlato delle fonti scritte che si nascondono dietro i quattro vangeli, ma da dove presero le loro 
storie gli autori di queste fonti ormai perdute? Dato 
che i seguaci di Gesù non tennero alcun diario dei detti e delle opere del maestro, le storie devono 
per forza derivare da tradizioni orali sul suo conto. 

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In altre parole, dopo la morte di Gesù (o addirittura prima) i discepoli si misero a raccontare storie 
sulla sua vita così come la ricordavano; le persone 
che udirono queste storie le raccontarono poi ad altri, che le raccontarono ad altri, che le 
raccontarono ad altri ancora e così via. Le storie sulla vita 
di Gesù continuarono a essere trasmesse oralmente per anni, anzi decenni, finché qualcuno non si 
preoccupò di metterle per iscritto (per esempio, Marco 
e Q). In definitiva, quindi, i primi resoconti di cui disponiamo, e le fonti scritte su cui si basarono i 
loro autori, si rifanno alle tradizioni orali 
rimaste in circolazione per anni e decenni. 
 
Questo causa problemi particolari agli storici che vogliono scoprire che cosa accadde realmente 
nella vita di Gesù. Non abbiamo testimonianze scritte risalenti 
ai suoi tempi, solo resoconti successivi di persone che avevano udito le storie rimaste in 
circolazione per tutti quegli anni. Cosa succede, però, alle 
storie che vengono trasmesse oralmente? Avete mai giocato a telefono senza fili? Magari è capitato 
ai vostri figli. I bambini si siedono tutti in cerchio, 
uno sussurra una storia all’orecchio del vicino, che a sua volta la racconta al vicino e così via. Alla 
fine del giro, quando si arriva di nuovo al primo 
bambino, la storia è completamente diversa (se così non fosse, sarebbe un gioco davvero privo di 
senso). 
 
Immaginiamo che a giocare al telefono senza fili non siano dei bambini in un soggiorno, tutti 
appartenenti alla stessa epoca e allo stesso luogo e parlanti 
la stessa lingua, bensì centinaia di persone che vivono in paesi diversi, parlano lingue diverse, 
vivono in contesti diversi e hanno altrettanto diverse 
esigenze e problemi. La situazione di ciascuna persona influisce sulle storie che riferisce. Che ne 
sarebbe di questi racconti? Alcuni potrebbero rimanere 
relativamente inalterati, ma molti subirebbero modifiche radicali. Altri verrebbero inventati per 
l’occasione e, a furia di essere ripetuti, finirebbero 
per fare la stessa fine. 
 
È possibile che qualcosa del genere sia successo anche alle storie di Gesù, rimaste in circolazione 
per anni e decenni in tutto l’Impero romano prima di 
essere messe per iscritto? Gli studiosi dell’antichità non solo ne sono certi, ma dispongono di 
prove che lo confermano, e tali prove risiedono proprio 
nel modo in cui le storie furono messe per iscritto. Come ho fatto notare, alcuni vangeli narrano 
certe storie di Gesù in modo pressoché identico (gli 
autori si servirono infatti delle stesse fonti). Molte, però, variano da un resoconto all’altro. In 
alcuni casi la differenza è minima, limitata a questo 
e quel particolare, ma in altri è enorme. Ci sono anche storie palesemente inventate. Su questo 
sono tutti concordi, altrimenti bisognerebbe ammettere 
che Gesù, all’età di cinque anni, aveva davvero l’abitudine di fulminare i suoi compagni di giochi; 
ed emerse davvero dalla tomba alto quanto un grattacielo. 
Si tratta di cose mai accadute, quindi le storie devono per forza essere state inventate. 
 
Anche i vangeli del Nuovo Testamento contengono storie modificate radicalmente o addirittura 
create ex novo. Questo diventa più che ovvio quando si leggono 
e se ne confrontano i dettagli. Quando nacque Gesù, la sua famiglia veniva da Nazaret (Luca) o da 
Betlemme (Matteo)? Dopo la nascita del bambino, Giuseppe 
e Maria fuggirono in Egitto (Matteo) oppure fecero ritorno a Nazaret circa un mese più tardi 
(Luca)? Se è vero che fu organizzato un censimento della popolazione 

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per poter tassare tutti (Luca), perché nessun’altra fonte antica (nemmeno Matteo) vi accenna? Un 
censimento come quello descritto da Luca, poi, è difficile 
da immaginare: tutti che tornano ai propri luoghi d’origine per la registrazione… Questo significa 
che Giuseppe fa ritorno a Betlemme, dove il suo antenato 
Davide era nato un millennio prima? Se organizzassero un simile censimento oggi e doveste 
tornare nel luogo in cui vissero i vostri antenati un millennio 
fa, dove andreste? E che dire della morte di Gesù? Perché Giovanni la colloca durante la 
preparazione del pasto per celebrare la Pasqua ebraica (Gv 19, 
14), mentre secondo Marco avvenne il giorno successivo alla sua consumazione (Mc 14, 12; 15, 25)? 
Perché Marco scrive che Simone di Cirene portò la croce 
di Gesù (Mc 15, 21), mentre per Giovanni fu lo stesso Gesù a portarla per tutto il tragitto (Gv 19, 
17)? Perché secondo Marco rimase in silenzio per tutto 
il tempo, quasi fosse sotto shock, quando Luca riferisce che ebbe numerose conversazioni sia 
lungo il tragitto fino al luogo della crocifissione, sia mentre 
pendeva già dalla croce? E vogliamo parlare del ministero di Gesù? Matteo scrive che rifiutò di 
fornire un segno della propria identità (Mt 12, 38-39), 
ma allora perché, secondo Giovanni, quasi non fece altro (Gv 4, 54; 20, 31)? Perché nel Vangelo di 
Marco i discepoli non afferrano mai chi è Gesù, ma lo 
riconoscono all’istante in quello di Giovanni? Perché Gesù non parla mai della propria identità in 
Marco, mentre in Giovanni sembra essere l’unico argomento 
di discussione? Perché nei primi tre vangeli Gesù purifica il tempio verso la fine della sua vita, 
mentre in Giovanni lo fa praticamente all’inizio del 
suo ministero? 
 
Potremmo continuare quasi all’infinito a mettere in risalto le differenze tra i vangeli, invece mi 
limiterò a rinviarvi ad altre discussioni sull’argomento. 
(NOTA 10) 
Voglio sottolineare solo un punto: dato che i vangeli affondano le radici nelle tradizioni orali sulla 
vita di Gesù, i resoconti di cui disponiamo rappresentano 
storie modificate nel tempo, a furia di essere raccontate, anno dopo anno, finché alcuni autori 
cristiani non le misero per iscritto intorno alla fine 
del I secolo. 
 
Questo include le storie su Gesù e i suoi seguaci, non solo gli uomini, i dodici discepoli, ma anche 
le donne come Maria Maddalena. Vista la natura delle 
nostre fonti, come possiamo sapere in che modo Gesù interagiva davvero con la gente? Come 
possiamo sapere, per esempio, in che modo trattava le donne? 
Fin dove arrivava il suo legame con Maria Maddalena? Si sposò mai? Ebbe mai rapporti sessuali? 
Generò un figlio? Poiché le nostre fonti più attendibili 
sono i vangeli del Nuovo Testamento, che presentano comunque dei problemi dal punto di vista 
storico, come possiamo stabilire che cosa disse, fece e attraversò 
Gesù nel corso della sua vita? 
 
Naturalmente, dobbiamo seguire criteri storici piuttosto rigorosi, se vogliamo ricavare 
informazioni attendibili da fonti di questo tipo. Nel prossimo capitolo 
spiegherò quali sono i criteri inventati dagli studiosi per cercare di ricostruire le vicende della vita 
di Gesù, mentre nel capitolo successivo dimostrerò 
l’importanza di tali vicende nell’affrontare le affermazioni del Codice da Vinci secondo cui Gesù 
ebbe un contatto stretto con le donne del suo seguito, 
compresa Maria Maddalena, che si suppone sia diventata sua moglie e gli abbia dato una figlia. 
 

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Il Gesù storico. 
 
Il Codice da Vinci è pieno di affermazioni riguardanti il Gesù storico: si dice che era un profeta 
mortale, che sposò Maria Maddalena ed ebbe un figlio 
da lei, che le diede istruzioni per portare avanti il suo ministero all’interno della Chiesa dopo la 
sua morte e così via. 
 
Come Teabing spiega a Sophie all’inizio della conversazione che si svolge nel salotto di lui: 
 
«Mia cara» spiegò Teabing «fino a quel momento storico, Gesù era visto dai suoi seguaci come un 
profeta mortale: un uomo grande e potente, ma pur sempre 
un uomo. Un mortale.» 
 
«Non il Figlio di Dio?» 
 
«No» disse Teabing. «Lo statuto di Gesù come “Figlio di Dio” è stato ufficialmente proposto e 
votato dal concilio di Nicea.» (pp. 273-74) 
 
Più avanti, afferma che Gesù non era semplicemente un profeta mortale, ma un essere umano in 
tutto e per tutto, ed ebbe rapporti umani seri, tra cui uno 
molto importante con Maria Maddalena, nonostante gli scrittori della Chiesa abbiano poi tentato 
di nasconderlo: 
 
«Come ho detto» spiegò Teabing «la Chiesa delle origini doveva convincere il mondo che il 
profeta mortale Gesù era un essere divino. Di conseguenza, ogni 
vangelo che descriveva gli aspetti terreni della vita di Gesù doveva essere omesso dalla Bibbia. 
Purtroppo per quei vecchi correttori, un tema terreno 
particolarmente preoccupante continuava a presentarsi nei vangeli. Maria Maddalena.» Fece una 
breve pausa. «O, più in particolare, il suo matrimonio con 
Gesù Cristo.» (p. 286) 
 
Anche Robert Langdon, esperto di simbologia di Harvard, sostiene che Gesù era probabilmente 
sposato: 
 
«Inoltre, Gesù come uomo sposato ha infinitamente più senso che come scapolo.» 
 
«Perché?» chiese Sophie. 
 
«Perché Gesù era ebreo» rispose Langdon … «Secondo i costumi ebraici, il celibato era condannato 
e ogni padre aveva l’obbligo di trovare per il figlio una 
moglie adatta. Se Gesù non fosse stato sposato, almeno uno dei vangeli della Bibbia avrebbe 
accennato alla cosa e avrebbe fornito una spiegazione di quella 
innaturale condizione di celibato.» (p. 288) 
 
Secondo Teabing e Langdon, non solo Gesù era sposato con Maria Maddalena, ma incaricò lei, 
non Pietro, di portare avanti la sua missione e fondare la Chiesa 
cristiana. Ecco come Teabing interpreta un passaggio chiave contenuto in uno dei vangeli non 
canonici: 
 
«A questo punto dei vangeli, Gesù sospetta che presto sarà arrestato e crocifisso. Perciò dà 
istruzioni a Maria Maddalena su come guidare la Chiesa dopo 

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la sua morte … Secondo questi vangeli non modificati, non era Pietro la persona che Cristo 
incaricò di fondare la sua Chiesa. Incaricò Maria Maddalena.» 
(p. 290) 
 
Non solo doveva essere Maria a continuare il ministero di Gesù all’interno della Chiesa, ma grazie 
a lei la sua stirpe non sarebbe morta. In grembo portava 
infatti il figlio di Cristo: 
 
«Secondo il Priorato» proseguì Teabing «all’epoca della crocifissione Maria Maddalena era incinta. 
Per proteggere il figlio che doveva ancora nascere, non 
ebbe altra scelta che lasciare la Terrasanta.» (p. 298) 
 
C’è un fondo di verità storica in queste affermazioni su Gesù e Maria Maddalena, oppure fanno 
semplicemente parte della finzione letteraria del Codice da 
Vinci? L’unico modo per andare al fondo del problema è quello di porsi una domanda basilare: 
come possiamo saperne di più sul Gesù storico? 
 
Come abbiamo visto nel capitolo precedente, per sapere qualcosa di Gesù, o di qualsiasi altro 
personaggio del passato, dobbiamo ricorrere alle fonti di 
cui disponiamo. Le principali fonti su Gesù sono i vangeli del Nuovo Testamento, cui si 
aggiungono forse un paio di vangeli non canonici in grado di fornire 
informazioni utili sulla sua vita. Tali fonti, però, non possono essere usate in modo acritico, 
poiché, come abbiamo visto, anche le fonti più antiche 
(per esempio, Marco e l’ipotetico documento Q) sono state scritte decenni dopo gli eventi che 
descrivono e sono basate su tradizioni orali che rimasero 
in circolazione per anni; le persone che raccontarono più e più volte le storie sulla vita di Gesù 
finirono quindi per modificarle. Questo significa che 
tutte le nostre fonti devono essere prese cum grano salis. Dobbiamo accostarci a esse in modo 
cauto, prudente e metodico se vogliamo ricavarne informazioni 
storicamente attendibili, perché non siamo alla ricerca dei racconti modificati sulla vita di Gesù, 
ma delle informazioni originali, per sapere che cosa 
disse, fece e sperimentò realmente. 
 
Come possiamo acquisire tali informazioni, per valutare le affermazioni di personaggi come Leigh 
Teabing e Robert Langdon (o Dan Brown o chiunque altro 
dica la sua sul Gesù storico)? Alcuni studiosi hanno dedicato la vita intera al problema di come 
sapere cosa accadde realmente nella vita di Gesù. Si tratta 
di storici dell’antichità estremamente preparati che, oltre a leggere tutte le fonti in lingua originale 
(greco, aramaico, latino, ecc.) e conoscere ogni 
minimo riferimento a Gesù negli antichi resoconti, hanno inventato dei metodi per filtrare il 
materiale a disposizione allo scopo di stabilire cosa è storicamente 
attendibile e cosa non lo è. La stragrande maggioranza della produzione di questi esperti è 
tutt’altro che eclatante: si tratta di materiale incisivo, 
rigoroso, dettagliato e ricchissimo di sfumature, di utilità e interesse soprattutto per altri studiosi 
del settore. Le conclusioni cui sono giunti gli 
storici, però, possono essere affascinanti anche per i non addetti ai lavori. Ora cercherò di spiegare 
in modo semplice e accessibile i metodi elaborati 
dagli studiosi per ricostruire la vita di Gesù, consapevole del fatto che dietro a questa 
presentazione alquanto semplificata ci sono tanto sangue, tanto 
sudore e tanto duro lavoro. 
 
I metodi per ricostruire la vita del Gesù storico 

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Nel complesso, gli studiosi concordano sui vari criteri da utilizzare con le fonti tuttora esistenti per 
capire che cosa accadde realmente nella vita di 
Gesù. I quattro esposti qui di seguito sono tra i più importanti. 
(NOTA 1) 
 
Più antico è meglio è 
 
Le storie su Gesù, anche quelle che gli attribuiscono un qualche tipo di legame con Maria 
Maddalena, sono state raccontate più e più volte, subendo nel 
tempo varie modifiche alla luce delle credenze, della visione del mondo e del punto di vista del 
narratore. Nel complesso, quindi, le fonti più antiche 
avranno una probabilità inferiore di contenere informazioni modificate radicalmente rispetto alle 
fonti successive. La ragione è ovvia: nel caso delle 
primissime fonti, ci sarà stato meno tempo a disposizione per modificare le storie. Ecco perché gli 
studiosi che si danno da fare per scoprire che cosa 
accadde realmente nella vita di Gesù tendono a usare di più, per esempio, Marco e Q rispetto a 
Giovanni e Tommaso. Questi ultimi furono scritti a decenni 
di distanza dai primi due, quindi la probabilità che conservino informazioni storicamente 
attendibili è minore. 
 
Tuttavia, dato che le fonti a nostra disposizione sono tutte relativamente recenti (non risalgono ai 
tempi di Gesù), non basterà accettare come storicamente 
attendibili le informazioni fornite dalle più antiche. Anch’esse contengono storie modificate 
durante il processo di rinarrazione, quindi sono necessari 
altri criteri. 
 
Sommare le testimonianze 
 
Il fatto di trovare fonti antiche indipendenti che forniscono le stesse informazioni su Gesù facilita 
notevolmente il compito degli studiosi che cercano 
di ricostruire la sua vita. Se due o più fonti indipendenti forniscono lo stesso racconto di un 
episodio della vita di Gesù, nessuna di queste può averlo 
inventato; le informazioni devono essere state ricavate da una fonte ancora più antica, magari da 
un vero e proprio dato storico della vita di Gesù. Bisogna 
comunque sottolineare che questo criterio vale solo se le fonti sono indipendenti tra loro. Una 
storia presente in Matteo, Marco e Luca, per esempio, non 
sarebbe attestata da tre fonti indipendenti, poiché Matteo e Luca l’avrebbero presa da Marco. In 
questo caso, la fonte della storia è soltanto una. Se 
però una storia è presente in Marco, Q e Tommaso, che sono fonti indipendenti tra loro, deve 
essere stata ricavata da una fonte ancora più antica a disposizione 
di tutti e tre gli autori. 
 
Concedetemi un paio di esempi. 1) In alcune fonti indipendenti (Paolo, Marco, Giovanni e perfino 
Giuseppe Flavio) si dice che Gesù aveva dei fratelli. Conclusione? 
Probabilmente li aveva. 2) In Marco, Q e Giovanni, Gesù è collegato a Giovanni Battista. Pare 
quindi probabile che esistesse davvero un legame tra i due. 
3) In Marco, L (la fonte speciale di Luca), Giovanni e Tommaso si dice che Gesù frequentasse 
pubblicamente delle donne. Conclusione? 
 
Quello che contrasta aiuta 
 

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Dato che le storie su Gesù sono state ovviamente modificate in base al punto di vista, alla visione 
del mondo e agli interessi di chi le ha raccontate, 
come la mettiamo con le informazioni su di lui contenute nelle nostre fonti e contrarie al punto di 
vista, alla visione del mondo e agli interessi di questi 
narratori? È ovvio che tradizioni di questo tipo, in apparente contrasto con ciò che i cristiani 
avrebbero voluto dire di Gesù, non possono essere tradizioni 
inventate; di conseguenza, sono particolarmente preziose, poiché sembrano descrivere eventi 
realmente accaduti nella vita di Gesù. 
 
Per esempio, fonti indipendenti (Marco e Giovanni) attestano che Gesù era originario di Nazaret. 
Questo contrasta con ciò che i cristiani avrebbero voluto 
dire di lui, poiché il messia sarebbe dovuto venire da Betlemme (ecco perché, secondo alcune 
storie, nacque là). Perché mai, quindi, avrebbero dovuto dire 
che era originario di Nazaret? Prima dell’avvento del cristianesimo, Nazaret era un paesino 
minuscolo che la quasi totalità delle persone non aveva mai 
nemmeno sentito nominare. I cristiani che narravano le storie di Gesù non traevano alcun 
vantaggio dall’affermare che veniva da un villaggio tanto minuscolo, 
sconosciuto e infausto, sperduto in Galilea. Le storie che collocano Gesù a Nazaret, quindi, sono 
probabilmente autentiche, quello era davvero il suo luogo 
d’origine. Prendiamo in considerazione il battesimo di Cristo da parte di Giovanni: i primi 
cristiani si rendevano conto che, nel rito del battesimo, chi 
battezza è spiritualmente superiore a chi viene battezzato. Perché mai un cristiano avrebbe dovuto 
inventarsi che Gesù fu battezzato da un altro? Questo 
non avrebbe dato adito all’interpretazione che Giovanni fosse superiore a Gesù? I cristiani che lo 
riverivano non avrebbero inventato una storia simile, 
quindi è probabile che sia successo veramente. 
 
Il contesto è (quasi) tutto 
 
Gli esperti, infine, prendono molto seriamente la conclusione cui sono ormai giunti tutti quelli che 
studiano la figura storica di Gesù: Gesù era un ebreo 
e visse in Palestina nel I secolo. Quasi certamente, le storie su ciò che disse e fece non compatibili 
con quel contesto non sono esatte dal punto di vista 
storico (in fondo, lo stesso Langford si appella a qualcosa di simile a questo criterio storico quando 
afferma che, con tutta probabilità, Cristo non era 
un ebreo celibe). Le parole di Gesù che risultano più sensate in un contesto diverso probabilmente 
derivano da quel contesto, non dalla vita vera di Gesù. 
 
Certi detti contenuti nel Vangelo di Tommaso e in altri scritti della biblioteca di Nag Hammadi, 
per esempio, hanno un tono chiaramente gnostico. Il problema 
è che non abbiamo prove che lo gnosticismo esistesse già nei primi due decenni del I secolo, 
soprattutto in una regione rurale come la Galilea. Questi 
detti gnostici devono quindi appartenere a tradizioni successive, messe in bocca a Gesù in qualche 
altro contesto (nel II secolo, per esempio, in un luogo 
come l’Egitto o la Siria). Con questo non voglio dire che tutti i detti contenuti in Tommaso 
debbano essere ritenuti inammissibili. Si è visto che in questo 
vangelo, per esempio, Gesù racconta la parabola del granellino di senape, riportata (in modo 
indipendente) anche da Marco. La storia non ha niente di particolarmente 
gnostico ed è attestata da due fonti indipendenti, una delle quali è molto antica. Conclusione? Può 
darsi che Gesù l’abbia raccontata. 
 

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Questi, quindi, sono alcuni dei principali criteri usati dagli studiosi per analizzare le primissime 
fonti sulla vita di Gesù. Scoprire ciò che disse e 
fece non significa semplicemente «credere a qualcuno sulla parola» o accettare ogni cosa (o 
qualsiasi cosa) si dica su di lui nei vangeli. Ogni detto di 
Gesù, tutto quello che, secondo le fonti, fece e sperimentò (compreso il presunto matrimonio) deve 
essere analizzato in base a questi criteri per vedere 
se può essere attribuito con una certa plausibilità alle circostanze storiche della sua vita. Le parole 
e le opere di Gesù che non soddisfano tali criteri 
non possono essere accettate come storiche. In breve, saperne di più su Gesù non è questione di 
pure congetture, fantasia o pii desideri. È questione di 
esaminare le nostre fonti a disposizione con occhio critico per stabilire che cosa accadde realmente 
nella sua vita. 
 
Nel prossimo capitolo prenderemo in considerazione le affermazioni del Codice da Vinci secondo 
cui Gesù era sposato, aveva una relazione sessuale con Maria 
Maddalena e voleva che fosse lei a fondare la sua Chiesa. Prima, però, è importante riassumere 
quello che possiamo sapere della vita di Gesù in termini 
più ampi, poiché la natura della sua vita in generale giocherà un ruolo saliente nel comprenderne 
molti dettagli. 
 
Gesù come profeta apocalittico 
 
In più di un’occasione, Leigh Teabing insiste nell’affermare che, prima di Costantino, Gesù era 
considerato un «profeta mortale», eccetto che nei vangeli 
del Nuovo Testamento, dove era descritto come un essere divino. Come abbiamo visto, Teabing è 
in errore su un paio di punti. Innanzitutto, sbaglia a pensare 
che il Nuovo Testamento ritragga Gesù solo nel suo aspetto divino; in molti passaggi, infatti, è 
descritto anche qui come un mortale. In secondo luogo, 
sbaglia a pensare che il modo di vedere Gesù sia cambiato con Costantino: l’imperatore non ebbe 
quasi niente a che fare con il diffondersi dell’idea che, 
accanto all’aspetto umano, Gesù avesse anche un lato divino. Questo avvenne secoli prima di 
Costantino. Teabing ha però ragione su un punto chiave: in 
effetti, le fonti più antiche nonché le migliori di cui disponiamo vedono Gesù come un profeta 
mortale. In realtà, lo vedono più che altro come l’autore 
di una serie di profezie dettagliate. Come gli Esseni, la comunità che produsse i manoscritti del 
Mar Morto di cui abbiamo parlato nel capitolo II, Gesù 
era un ebreo apocalittico, convinto che Dio sarebbe ben presto intervenuto nel corso della storia 
per sconfiggere le forze del male in questo mondo e fondare 
un nuovo regno sulla terra, dove non ci sarebbe più stato spazio per dolore e sofferenza. Come 
dimostrerò in seguito, questa immagine di Gesù come un apocalittico 
deriva da un’analisi approfondita delle prime fonti a nostra disposizione e rappresenta la chiave 
per valutare alcune delle affermazioni contenute nel 
Codice da Vinci, per esempio quelle secondo cui Gesù era sposato e sessualmente attivo. 
 
Nel capitolo II abbiamo visto alcuni aspetti della visione del mondo degli ebrei apocalittici, 
secondo i quali esistevano due componenti fondamentali della 
realtà, le forze del bene e le forze del male, con Dio e i suoi angeli da una parte e il Maligno e i suoi 
demoni dall’altra. Questo dualismo era inserito 
in uno schema in cui all’attuale epoca dominata dal male ne sarebbe seguita una dominata dal 
bene, in cui sarebbe venuto il regno di Dio ed egli avrebbe 
regnato sovrano. All’avvento di questo regno sarebbe scoppiato un cataclisma durante il quale Dio 
avrebbe sconfitto le forze del male e giudicato gli uomini 

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in base al loro schieramento – con Dio o con le forze del male – durante quest’epoca malvagia. Per 
di più, gli ebrei apocalittici credevano che tutto questo 
sarebbe successo molto presto. 
 
Fin dall’inizio del XX secolo, molti studiosi hanno riconosciuto che questa visione era condivisa 
anche dal Gesù storico. Prove a sostegno di questa tesi 
emergono dalle prime fonti sulla sua vita (i vangeli cristiani sopravvissuti) a mano a mano che 
vengono analizzate in base ai criteri sopra esposti. 
(NOTA 2) 
Tradizioni che ritraggono Gesù come un apocalittico sono presenti nei primissimi resoconti a 
nostra disposizione, tra cui Marco, Q, M e L, tutte fonti indipendenti 
tra loro (non sono invece presenti nei resoconti successivi, come Giovanni e Tommaso). In queste 
tradizioni, Gesù predice che Dio invierà presto un giudice 
celeste, per il quale usa l’enigmatica definizione «Figlio dell’uomo», che seminerà distruzione tra 
le forze del male, sconfiggendo chiunque si opponga 
a Dio e portando il suo regno per coloro che si sono schierati al suo fianco durante quest’epoca 
malvagia. Ecco, per esempio, che cosa dice Gesù nelle 
nostre fonti più antiche (e indipendenti): 
 
Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, 
anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà 
nella gloria del Padre suo con gli angeli santi … In verità vi dico: vi sono alcuni qui presenti, che 
non morranno senza aver visto il regno di Dio venire 
con potenza (Mc 8,38-9,1). 
 
In quei giorni, dopo quella tribolazione, e la luna non darà più il suo splendore e gli astri si 
metteranno a cadere dal cielo e le potenze che sono nei 
cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e 
gloria. Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi 
eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo … In verità vi dico: non 
passerà questa generazione prima che tutte queste 
cose siano avvenute (Mc 13, 24-27.30). 
 
Perché come il lampo, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo 
nel suo giorno … Come avvenne al tempo di Noè, così 
sarà nei giorni del Figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, si ammogliavano e si maritavano, 
fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio 
e li fece perire tutti … Così sarà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si rivelerà (Q via Lc 17, 24; 17, 
26-27.30; cfr. Mt 24, 27.37-39). 
 
Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate (Lc 12, 40; cfr. 
Mt 24, 44). 
 
Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il 
Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno 
dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente 
dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i 
giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro (M via Mt 13, 40-43). 
 
State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni 
della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; 

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come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia della terra. Vegliate e 
pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di 
sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo (L via Lc 21, 34-
36). 
 
Le nostre tradizioni contengono numerosi detti del genere: questi sono solo alcuni esempi. Va 
sottolineato che tali detti apocalittici sono tratti dalle 
primissime fonti di cui disponiamo (perché più antico è meglio è), sono indipendenti tra loro e del 
tutto credibili dal punto di vista del contesto (come 
ricorderete, idee simili erano presenti nei manoscritti del Mar Morto, risalenti ai tempi dello stesso 
Gesù). Inoltre, alcuni di questi detti apocalittici 
contrastano con quello che i primi cristiani avrebbero scelto di dire se fossero stati loro a mettere le 
parole in bocca a Gesù. Prendiamo il seguente 
passo tratto da Q: 
 
In verità vi dico: voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il Figlio dell’uomo sarà 
seduto sul trono della sua gloria, siederete anche voi 
[discepoli] su dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele (Mt 19, 28; cfr. Lc 22, 30). 
 
Perché un cristiano non si sarebbe inventato questo detto? Da notare che Gesù si sta rivolgendo a 
tutti e dodici i suoi discepoli e dice che, con la venuta 
del nuovo regno, siederanno tutti in trono. È difficile credere che dei cristiani vissuti in epoca 
successiva avrebbero affermato una cosa simile a proposito 
dei dodici discepoli dopo la morte di Gesù, sapendo che proprio uno di loro, Giuda Iscariota, lo 
aveva tradito. Giuda siederà in trono con gli altri nel 
regno che verrà? Di sicuro, i cristiani non la pensavano così. Allora perché conservarono questo 
detto secondo cui anche Giuda avrebbe regnato? Evidentemente, 
Gesù lo disse davvero e i cristiani conservarono il detto così com’era, senza modificarlo alla luce 
delle loro idee. 
 
Gli insegnamenti apocalittici di Gesù 
 
Più avanti vedremo qual è il collegamento tra il messaggio apocalittico di Gesù e le affermazioni 
su di lui contenute nel Codice da Vinci. Ora, invece, 
vorrei vedere un po’ più in dettaglio che cosa hanno stabilito gli studiosi a proposito della sua 
predicazione. Ci tengo a ricordare che non sto semplicemente 
riassumendo quello che i vangeli dicono di Gesù. Gli autori dei vangeli più recenti avevano 
un’idea di lui un po’ diversa, poiché si basavano su tradizioni 
orali rimaste in circolazione per decenni prima che loro stessi le mettessero per iscritto. A me 
interessa quello che il Gesù storico disse e fece realmente, 
cosa che richiede un’analisi critica delle primissime fonti in base ai criteri sopra esposti. Le 
tradizioni presenti nelle fonti più recenti – per esempio, 
le affermazioni contenute nel Vangelo di Giovanni secondo cui Gesù si definì divino – non sono 
presenti nelle prime fonti e non contrastano affatto con 
quello che i primi cristiani avrebbero voluto dire di lui. Di conseguenza, non sono storicamente 
attendibili. Le nostre tradizioni, però, contengono anche 
materiale attendibile, ed è proprio questo materiale che voglio riassumere. 
 
È chiaro che il Gesù storico parlò della venuta del regno di Dio. Il suo insegnamento è riassunto 
nel più antico dei vangeli sopravvissuti, quello di Marco: 
 
Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo (Mc 1, 15). 

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Quando Gesù parla dell’imminente regno di Dio, in questo versetto come in altri detti che possono 
tranquillamente essere attribuiti a lui, l’impressione 
è che stia parlando non di un regno spirituale (o dell’ascesa al cielo dopo la morte), ma di una vera 
e propria presenza fisica di Dio qui sulla terra. 
Come dice in Q: 
 
Là ci sarà pianto e stridore di denti quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel 
regno di Dio e voi cacciati fuori. Verranno da oriente 
e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio (Q via Lc 
13, 28-29; cfr. 8, 11-12). 
 
Simili riferimenti a un regno di Dio fisico, reale sono presenti in tutte le fonti più antiche. Come 
altri apocalittici vissuti prima e dopo di lui, Gesù 
evidentemente pensava che Dio avrebbe esteso il suo dominio dal regno dei cieli, dove risiede, alla 
terra. Sarebbe stato un regno fisico, reale; un mondo 
paradisiaco in cui Dio stesso avrebbe regnato sui fedeli, dove si sarebbe mangiato, bevuto e 
parlato e dove degli uomini (i dodici discepoli) avrebbero 
regnato, seduti in trono, mentre gli altri banchettavano. 
 
La venuta di questo regno avrebbe comportato un giudizio universale, come Gesù afferma in 
molte sue parabole, tra cui la seguente, che compare, con qualche 
piccola differenza, sia in Matteo che in Tommaso: 
 
Il regno dei cieli è simile anche a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. 
Quando è piena, i pescatori la tirano a riva e poi, sedutisi, 
raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno 
gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li 
getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti (Mt 13, 47-50). 
 
O in M, la fonte speciale di Matteo: 
 
Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il 
Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno 
dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente 
dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i 
giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro (M via Mt 13, 40-43). 
 
Come abbiamo visto, questo giudizio imminente sarà un evento cosmico, scatenato da quello che 
Gesù definisce il Figlio dell’uomo: 
 
In quei giorni, dopo quella tribolazione, e la luna non darà più il suo splendore e gli astri si 
metteranno a cadere dal cielo e le potenze che sono nei 
cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e 
gloria. Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi 
eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo (Mc 13, 24-27). 
 
Ma chi sono questi eletti che sopravvivranno e saranno ammessi nel regno di Dio? Dato che 
l’epoca in cui viviamo è dominata dalle forze del male, saranno 
i grandi e i potenti di oggi a essere giudicati quando verrà il Figlio dell’uomo. Gli umili, i 
perseguitati e gli oppressi, invece, erediteranno il nuovo 

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regno dominato dal bene. Dio è infatti dalla parte di coloro che lo difendono e perciò sono 
oppressi dalle forze del male che regnano in questo mondo. 
Come dice Gesù: 
 
E verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel 
regno di Dio. Ed ecco, ci sono alcuni tra gli ultimi che 
saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi (Lc 13, 29-30; può essere Q, si veda Mt 20, 16). 
 
Ecco perché Gesù si schierò con gli emarginati durante il suo ministero. Sarebbero stati loro a 
ereditare il regno di Dio; tale regno non sarebbe venuto 
per i ricchi e i potenti, ma per i poveri e gli umili. Per questo Gesù esortò i suoi seguaci a non 
inseguire ricchezza e prestigio, ma a dedicare la vita 
agli altri, perché gli umili sarebbero stati i primi nel nuovo regno. Secondo la nostra fonte più 
antica, Gesù disse: 
 
Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti (Mc 9, 35). 
 
E anche: 
 
Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su 
di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi 
vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di 
tutti (Mc 10, 42-44). 
 
Torneremo su queste parole quando, nel prossimo capitolo, prenderemo in considerazione il 
modo in cui Gesù vedeva le donne. Perché ai suoi tempi le donne 
erano tra i soggetti considerati umili; secondo gli standard attuali, erano oppresse come persone di 
seconda categoria, costrette a sottostare all’autorità 
degli uomini (padri o mariti) che dovevano comandare nel mondo di allora. Secondo Gesù, però, il 
nuovo regno sarebbe stato ereditato dai deboli. 
 
Il tema del capovolgimento viene sviluppato in alcuni degli insegnamenti più conosciuti di Gesù, 
le cosiddette Beatitudini, che tendono purtroppo a essere 
estrapolate dal loro originale contesto apocalittico da coloro che le citano. Le Beatitudini sono detti 
attribuiti a Gesù in varie fonti, in cui egli benedice 
certi gruppi di persone (il termine deriva infatti dal latino beatus, «benedetto»). I più famosi sono 
contenuti nel Discorso della montagna di Matteo, 
che comincia così: 
 
Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. 
Beati i miti, perché erediteranno la terra. 
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati (Mt 5, 3-6). 
 
Quello a cui molti lettori non hanno fatto caso sono i tempi verbali. Essi descrivono quello che 
certi gruppi di persone stanno vivendo nel presente e quello 
che vivranno in futuro. In futuro? Quando? Non in qualche vago, remoto e imprecisato momento, 
un giorno o l’altro, in cielo. Accadrà con la venuta del 
regno di Dio, quando gli umili, i poveri e gli oppressi saranno ricompensati. 
 
Molti di questi detti presenti in Matteo sono di fatto tratti da Q. È interessante notare che nella 
versione di Luca tendono a sottolineare più le privazioni 

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fisiche che le lotte interiori. Per esempio, invece di benedire i «poveri in spirito», in Luca Gesù dice 
«Beati voi poveri» (nel senso letterale del termine). 
Invece di parlare di coloro che «hanno fame e sete della giustizia», dice «Beati voi che ora avete 
fame». Ci sono fondati motivi per ritenere che, in questi 
casi, la versione di Luca sia più vicina alla realtà. In primo luogo, una versione molto simile di 
questi detti è contenuta nel Vangelo di Tommaso, una 
fonte indipendente: 
 
Gesù disse: «Beati i poveri perché vostro è il Regno dei Cieli!» (Vangelo di Tommaso 59) 
 
Beati coloro che sono affamati, perché il loro ventre sarà saziato a volontà! (Vangelo di Tommaso 
76) 
 
Gesù disse: «Beati voi quando siete odiati e perseguitati, perché non si troverà il Luogo dove 
perseguitarvi» (Vangelo di Tommaso 74). 
 
È interessante notare che nella versione di Luca delle Beatitudini le varie benedizioni apocalittiche 
sono seguite da una serie di maledizioni apocalittiche: 
 
Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione. Guai a voi che ora siete sazi, perché 
avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete 
afflitti e piangerete. Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti 
facevano i loro padri con i falsi profeti (Lc 6, 24-26). 
 
Questi particolari giudizi apocalittici non sono attestati da altre fonti indipendenti, ma di certo 
sono in linea con i temi principali già visti in questo 
capitolo. Gesù predicava che il giorno del giudizio era vicino; sarebbe arrivato con il Figlio 
dell’uomo, che avrebbe portato un capovolgimento radicale: 
i ricchi sarebbero stati condannati e i sofferenti benedetti. Questo messaggio apocalittico 
racchiudeva un avvertimento di imminente distruzione per tutti 
coloro che non tenevano conto delle parole di Gesù e non si convertivano a Dio come egli 
desiderava. 
 
Quando avrebbe avuto luogo tutto questo? Quando sarebbe giunto il Figlio dell’uomo? Quando 
sarebbe venuto il regno di Dio? Nel lontano futuro, a distanza 
di anni, decenni, secoli o millenni? Al contrario. Come la maggior parte degli ebrei apocalittici del 
suo tempo, Gesù sembrava convinto che la venuta del 
regno di Dio fosse imminente. Come afferma nel più antico dei vangeli sopravvissuti: 
 
«Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, 
anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà 
nella gloria del Padre suo con gli angeli santi». E diceva loro: «In verità vi dico: vi sono alcuni qui 
presenti, che non morranno senza aver visto il 
regno di Dio venire con potenza» (Mc 8, 38; 9, 1; corsivo dell’autore). 
 
In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute (Mc 
13, 30; corsivo dell’autore). 
 
State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso. È come uno che è partito 
per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e 
dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. Vigilate 
dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa 

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ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga 
all’improvviso, trovandovi addormentati. Quello che dico a 
voi, lo dico a tutti: Vegliate! (Mc 13, 33-37) 
 
O, come dice in Q: 
 
Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe 
scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti, perché il 
Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate (Lc 12, 39-40; cfr. Mt 24, 43-44). 
 
L’imminenza della fine di quest’epoca sarà importante anche nel prossimo capitolo, poiché 
vedremo come sembra aver influito sul modo in cui Gesù intendeva 
i rapporti sociali nel presente (nonché la famiglia e il matrimonio). Prenderemo in considerazione 
la vita stessa di Gesù e cercheremo di fare chiarezza 
sul fatto che fosse o meno sposato e avesse una relazione di tipo sessuale. 
 
In breve, da un’analisi critica delle fonti più antiche risulta che, come i membri della comunità dei 
manoscritti del Mar Morto prima di lui (e come Giovanni 
Battista, di cui non abbiamo parlato, ma che fu a sua volta uno dei primi apocalittici) e come molti 
suoi seguaci di prima generazione dopo di lui (per 
esempio, l’apostolo Paolo), Gesù fu un profeta apocalittico e predisse che Dio sarebbe presto 
intervenuto nel corso della storia per sconfiggere le forze 
del male e portare sulla terra il suo regno utopico. 
 
Conclusione 
 
In questo capitolo ho spiegato come fanno gli storici a stabilire quali dati ricavati dai vangeli a 
disposizione possano essere accettati come storicamente 
attendibili, mentre una grande quantità di questo materiale è rappresentata da tradizioni 
modificate dai cristiani che narrarono più e più volte le storie 
di Gesù prima che fossero messe per iscritto, a partire dalla seconda metà del I secolo, da qualche 
suo seguace di seconda generazione. È importante vedere 
come gli storici svolgano questo tipo di lavoro perché, come ho già detto, saperne di più su Gesù 
non è solo questione di congetture o di idee ingegnose. 
È sempre facile per qualcuno – chiunque! – saltare fuori con un’affermazione speculativa o 
sensazionalistica su Gesù: Gesù era sposato! Gesù ebbe dei figli! 
Gesù era un mago! Gesù era un marxista! Gesù era un rivoluzionario armato! Gesù era gay! 
(NOTA 3) 
La gente ha pieno diritto di fare tutte le affermazioni che vuole, siano esse sensazionalistiche 
oppure prudenti. Per accettarle, gli storici devono però 
guardare alle prove. Le uniche prove attendibili di cui disponiamo provengono dalle fonti più 
antiche; non è possibile né prenderle alla lettera né leggere 
tra le righe per far sì che dicano quello che vogliamo noi. Devono essere usate in modo critico, 
seguendo criteri prestabiliti e principi storici. 
 
In questo modo, arriviamo a un’idea di Gesù storicamente plausibile, che colloca Gesù stesso – le 
sue parole, le sue opere e le sue esperienze – nella giusta 
cornice temporale, senza fingere che possa collocarsi perfettamente nella nostra. Per molti versi, 
l’immagine che emerge può sembrare strana. A quanto 
pare, Gesù fu un ebreo apocalittico che predisse la fine dell’attuale epoca di malvagità entro la sua 
stessa generazione. Può non essere il Gesù che abbiamo 

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studiato a catechismo o visto sulle vetrate; può non essere il Gesù proposto nella finzione, basata 
su affermazioni sensazionalistiche; ma sembra proprio 
essere il Gesù storico. 
 
Nel prossimo capitolo faremo un passo avanti per vedere come questa immagine di Gesù 
ricostruita secondo principi storici si leghi alle affermazioni di 
Leigh Teabing e Robert Langdon contenute nel Codice da Vinci, secondo cui Gesù non solo ebbe 
delle donne tra i suoi seguaci, ma ebbe anche una moglie e 
un’amante, Maria Maddalena, che gli diede una figlia dopo la sua crocifissione. 
 

Gesù, Maria Maddalena e il matrimonio. 
 
Uno dei personaggi storici chiave del Codice da Vinci è uno dei primi seguaci di Gesù, Maria 
Maddalena. Nel corso della narrazione apprendiamo che Maria 
Maddalena non era una sua semplice seguace, ma era anche sua moglie e amante: con lui generò 
una figlia e diede inizio a una dinastia che continua a tutt’oggi, 
protetta dai membri di una società segreta nota come Priorato di Sion. È bene sapere che questa 
concezione di Gesù e Maria Maddalena non è un contributo 
originale del romanzo di Dan Brown. L’autore deve molte delle sue «informazioni» a un 
precedente bestseller degli anni Ottanta, un libro intitolato Il 
Santo Graal, che Brown cita esplicitamente nel suo romanzo ma che non riconosce come fonte 
principale da cui ha tratto gran parte di ciò che afferma riguardo 
Maria Maddalena e il Priorato di Sion. 
(NOTA 1) 
 
Ciononostante, chiunque abbia letto entrambi i libri si sarà accorto delle molte analogie. Il Santo 
Graal non fu scritto da studiosi dell’antichità o del 
Medioevo, bensì da tre ricercatori indipendenti: Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln, 
che esposero le loro teorie sensazionali ma prive di fondamento 
storico su Maria, Gesù, il Graal e il Priorato di Sion. 
(NOTA 2) 
Dal momento che il mio interesse va innanzitutto al Codice da Vinci e alle teorie che esso illustra, 
non mi occuperò direttamente del Santo Graal, se non 
per dire che Dan Brown si è servito indiscriminatamente di molte delle affermazioni in esso 
contenute per dar vita al suo resoconto fantastico delle avventure 
di Robert Langdon e Sophie Neveu alla ricerca del Graal. 
 
Molte di queste affermazioni hanno a che fare con Maria Maddalena e «il suo matrimonio con 
Gesù Cristo» (p. 286). A testimonianza di questo matrimonio, 
l’aristocratico britannico e cercatore del Graal Leigh Teabing cita un vangelo che non fu incluso nel 
Nuovo Testamento, il trattato di Nag Hammadi noto 
come Vangelo di Filippo, in cui si legge: «La compagna del Salvatore è Maria Maddalena». 
Teabing poi dichiara: «Come ogni esperto di aramaico potrà spiegarle, 
la parola “compagna”, all’epoca, significava letteralmente “moglie”». (p. 288) 
 
Teabing prosegue citando un altro vangelo gnostico non canonico, il Vangelo di Maria, in cui gli 
apostoli Pietro e Levi discutono riguardo la possibilità 
che Gesù abbia rivelato la verità a Maria Maddalena. Teabing spiega: 
 
«A questo punto dei vangeli, Gesù sospetta che presto sarà arrestato e crocifisso. Perciò dà 
istruzioni a Maria Maddalena su come guidare la Chiesa dopo 

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la sua morte. … Secondo questi vangeli non modificati, non era Pietro la persona che Cristo 
incaricò di fondare la sua Chiesa. Incaricò Maria Maddalena.» 
(p. 290) 
 
Per sottolineare l’importanza di Maddalena nella storia della Chiesa cristiana, Teabing mostra a 
Sophie Neveu una genealogia dell’ebraica «Tribù di Beniamino». 
La donna si accorge che nella genealogia compare Maria Maddalena ed esprime la propria 
sorpresa: «“Apparteneva alla Casa di Beniamino?”. “Certo” rispose 
Teabing. “Maria Maddalena era di famiglia reale.”» (p. 291). Ciò significherebbe, come sottolinea 
Teabing, che qualsiasi figlio nato da Cristo e Maria 
Maddalena sarebbe di discendenza reale purissima. Ed ecco perché i capi della Chiesa cercarono 
di nascondere la relazione che lei aveva con Gesù: 
 
La minaccia posta da Maria Maddalena agli uomini della Chiesa delle origini aveva il potere di 
distruggerli. Non solo era la donna a cui Cristo aveva affidato 
il compito di fondare la Chiesa, ma era anche la prova fisica che la divinità proclamata a Nicea 
aveva lasciato una discendenza mortale. La Chiesa, per 
difendersi dal potere di Maria Maddalena, l’ha etichettata come prostituta e ha cancellato le prove 
del suo matrimonio con Gesù Cristo, allontanando così 
ogni possibile affermazione che Cristo avesse dei discendenti ancora in vita e che fosse un profeta 
mortale (p. 297). 
 
Ma l’insabbiamento non ebbe completo successo, stando ai racconti mantenuti vivi nel corso dei 
secoli dal misterioso Priorato di Sion: 
 
«Secondo il Priorato» proseguì Teabing «Maria Maddalena era incinta all’epoca della crocifissione. 
Per proteggere il figlio che doveva ancora nascere, non 
ebbe altra scelta che lasciare la Terrasanta. Con l’aiuto di Giuseppe di Arimatea, zio di Gesù e suo 
fedelissimo, Maria Maddalena raggiunse segretamente 
la Francia, allora nota come Gallia, dove trovò un rifugio sicuro nella comunità ebraica. E fu in 
Francia che diede alla luce una figlia a cui venne dato 
il nome di Sarah.» (pp. 298-299) 
 
Questa serie di affermazioni, come altre nel Codice da Vinci, sono più frutto dei voli di fantasia 
dell’autore che della realtà storica. Alcune sono semplicemente 
inesatte. Ecco un esempio lampante: quando il Vangelo di Filippo definisce Maria Maddalena la 
«compagna» di Gesù, è errato sostenere che quella parola 
in aramaico significasse «sposa». Prima di tutto la parola non è aramaica: il Vangelo di Filippo è 
scritto in copto. Inoltre, anche se la parola usata 
per «compagna» è in realtà un prestito da un’altra lingua, la lingua in questione non è comunque 
l’aramaico bensì il greco. In altre parole, l’aramaico 
non ha nulla a che vedere con questa espressione. Come se non bastasse, poi, la parola originale 
greca (koinonós) in realtà non significa «sposa» o «amante», 
bensì «compagna», ed è comunemente usata per indicare rapporti di amicizia e fratellanza. 
 
Altre asserzioni di Teabing sono ugualmente errate, o quantomeno prive di ogni fondamento 
storico. E questo ci porta ad affrontare le questioni più complesse 
sollevate dal libro di Dan Brown: se analizziamo i documenti storici, cosa possiamo dire del 
rapporto che Gesù aveva con le donne? Era sposato? Sua moglie 
era Maria Maddalena? In questo caso, la loro era una relazione intima? Avevano una figlia? 
 

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Per rispondere a queste domande dobbiamo spostarci dall’ambito della finzione letteraria a quello 
della realtà storica, abbandonando cioè le affermazioni 
sensazionalistiche in favore della metodologia storica. Come abbiamo visto nel capitolo 
precedente, è difficile ricostruire ciò che avvenne nella vita 
di Gesù; gli storici interessati a farlo sanno che non si tratta semplicemente di citare versetti che 
compaiono qua e là in questo o quel vangelo, accettandoli 
come storicamente corretti. Ricostruire la storia è un’impresa ben più complicata: dobbiamo tener 
conto del tipo di fonti di cui disponiamo e applicar 
loro criteri rigorosi, in modo da poter distinguere la realtà dalla finzione. Ciò significa che anche se 
le nostre prime fonti affermavano davvero che 
Gesù e Maria erano amanti e/o sposati, dovremmo analizzare attentamente queste fonti per 
verificare la veridicità di tali affermazioni. 
 
Ma la realtà, nonostante le dichiarazioni di Teabing, è che nessuna delle fonti antiche di cui 
disponiamo rivela che Gesù era sposato, tanto meno con Maria 
Maddalena. Tutte queste affermazioni si basano su moderne ricostruzioni romanzesche della vita 
di Gesù, che a loro volta non tengono conto delle testimonianze 
giunte sino a noi. L’approccio storico alle nostre fonti non sarà forse appassionante e 
sensazionalistico come quello offerto dalla letteratura (Gesù aveva 
un’amante! Aveva rapporti sessuali! Aveva dei figli!), ma è doveroso dire qualcosa riguardo ciò 
che è realmente accaduto nel corso della storia, anche 
se risulterà meno eccitante di quello che accade nei romanzi. 
 
Vi è quindi una serie di domande che vorrei porre sulla figura storica di Gesù, partendo dalle più 
generali per arrivare alle più specifiche. Che rapporto 
aveva in generale con le donne? Che ruolo avevano nel suo ministero? Aveva una stretta relazione 
con qualcuna di loro? È possibile che fosse sposato? E 
che legame aveva esattamente con Maria Maddalena? Vi sono indizi storici che lasciano pensare 
che fossero sposati? E che avessero rapporti sessuali? 
 
Gli uomini nel ministero di Gesù 
 
La prima cosa da dire è che sembra che la maggior parte dei seguaci di Gesù, e sicuramente quelli 
a lui più vicini, fossero uomini. La stragrande maggioranza 
dei racconti su Gesù, sia quelli considerati storicamente attendibili sia quelli di cui è lecito 
dubitare, parlano del suo rapporto con gli uomini. Ma 
questo non è un fatto insolito: le donne nel I secolo erano di norma soggette all’autorità degli 
uomini (i loro padri e/o mariti) e, in linea di massima, 
non avrebbero potuto girovagare per la campagna al seguito di un maestro itinerante quando a 
casa c’era così tanto lavoro da fare: preparare il cibo, fare 
e rammendare i vestiti, prendersi cura dei figli. 
(NOTA 3) 
Queste erano attività femminili, mentre gli uomini avevano perlopiù un ruolo pubblico al di fuori 
delle mura domestiche. Se una donna passava del tempo 
fuori casa, di norma era perché non doveva sottostare all’autorità maschile, perché magari era una 
donna nubile e non più giovane, oppure perché era una 
facoltosa aristocratica che lasciava ad altri, per esempio agli schiavi, il compito di occuparsi delle 
faccende domestiche. Anche se non è escluso che 
un ristretto numero di seguaci di Gesù appartenesse a ceti superiori (e probabilmente era proprio 
così, come vedremo), per la stragrande maggioranza erano 
contadini, e in zone rurali come la Galilea le donne dovevano necessariamente passare gran parte 
del loro tempo a lavorare a casa; non era molto, se non 

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nullo, il tempo libero per potersi permettere di uscire durante la settimana per andare ad ascoltare 
un bel sermone. 
 
Non vi è dunque di che stupirsi se la maggior parte dei seguaci di Gesù fossero uomini, poiché era 
molto più facile che fossero fuori casa anziché chiusi 
fra quattro mura. Inoltre, è tradizione profondamente radicata e storicamente documentata che i 
seguaci più vicini a Gesù fossero tutti uomini. Mi riferisco 
ai dodici discepoli, il cui sesso non si può mettere in seria discussione, provenienti da un gruppo 
più folto di persone, prevalentemente uomini, prossime 
a Gesù. Questa era non solo la situazione effettiva in cui si svolgeva il suo ministero pubblico, ma 
anche la situazione ideale che lui stesso pare avesse 
previsto. Come abbiamo visto, infatti, in base a uno dei racconti più radicati nell’insegnamento di 
Gesù, egli attendeva l’arrivo imminente del regno di 
Dio, in cui Dio avrebbe governato il suo popolo tramite mediatori umani. E chi sarebbero stati 
questi mediatori umani? Ricordiamo le parole di Gesù conservate 
per noi dalla fonte Q, parole che i nostri criteri storici giudicano come autentiche: «In verità vi 
dico: voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, 
quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, siederete anche voi [discepoli] su 
dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele» 
(Mt 19, 28; cfr. Lc 22, 30). I futuri governanti del popolo di Dio sarebbero stati tutti uomini. 
 
Le donne nel ministero di Gesù 
 
Questo non significa che le donne fossero assenti dal ministero di Gesù. Al contrario, benché non 
compaiano nelle sue storie con la stessa frequenza degli 
uomini, le troviamo regolarmente, molto più spesso di quanto sia ragionevole aspettarsi, 
considerando la società patriarcale che nel I secolo limitava 
le attività pubbliche delle donne. Più di altri maestri, compresi alcuni maestri giudei, Gesù pare 
abbia avuto a che fare pubblicamente con donne durante 
il suo ministero. Questo è quanto emerge da un’attenta analisi delle fonti giunte sino a noi 
applicando i vari criteri storici spiegati nel dettaglio nel 
capitolo precedente. 
 
Ecco qui di seguito una breve sintesi della documentazione. 
(NOTA 4) 
In due delle nostre prime fonti, Marco e L (la fonte principale di Luca), si afferma 
indipendentemente che Gesù era accompagnato da alcune donne nei suoi 
viaggi (Mc 15, 40-41; Lc 8, 1-3). Questo racconto trova conferma nel Vangelo di Tommaso (si veda, 
per esempio, v. 121) e in altri passi in cui vediamo 
Gesù interagire con donne (per esempio Lc 10, 38-42 e Mt 15, 21-28). Marco e L rivelano inoltre che 
le donne fornivano a Gesù sostegno finanziario durante 
il suo ministero, fungendo chiaramente da sue protettrici (Mc 15, 40-41; Lc 8, 1-3). In altre parole, 
dal momento che Gesù non disponeva di alcuna fonte 
di reddito durante il suo ministero, queste donne, una delle quali si chiama Maria Maddalena, 
fornivano a lui e ai suoi discepoli il denaro necessario 
per vivere. Doveva naturalmente trattarsi di donne più ricche, non costrette a rimanere a casa per 
svolgere le mansioni indispensabili per mandare avanti 
la famiglia. È possibile che alcune di queste, compresa Maria Maddalena, fossero nubili, ma non 
tutte lo erano. Una di loro è chiamata «Giovanna, moglie 
di Cusa, amministratore di [re] Erode» (Lc 8, 3) e un’altra Susanna, ma, come per Maria, non siamo 
certi del suo stato civile. Luca ci racconta che ve 

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n’erano «molte altre che lo assistevano con i loro beni». Tra le donne citate da Marco ve n’è una 
chiamata Salome e un’altra di nome Maria, definita come 
«madre di Giacomo il minore e di Joses». È possibile che questa donna non sia altri che la madre di 
Gesù, che già in Mc 6, 3 ci dice avere altri due figli 
chiamati Giacomo e Joses. In ogni modo, è evidente che Gesù durante i suoi viaggi fosse 
accompagnato non solo dai dodici discepoli uomini, ma anche da 
donne, alcune delle quali lo aiutavano con i propri mezzi. 
 
Non solo Gesù era accompagnato da donne, ma era anche in diretto contatto con loro durante il 
suo ministero pubblico. Sia in Marco che in Giovanni vediamo 
Gesù dialogare e discutere in pubblico con alcune donne esterne alla cerchia dei suoi più stretti 
seguaci (Gv 4, 1-42; Mc 7, 24-30). Entrambi i vangeli 
riportano inoltre l’episodio in cui Gesù ebbe un contatto fisico con una donna che lo unse di olio in 
pubblico (Mc 14, 3-9; Gv 12, 1-8). Nel racconto di 
Marco si tratta di una donna senza nome che Gesù incontra nella casa di un lebbroso chiamato 
Simone (questo racconto lo troviamo in forma diversa anche 
in Luca, che pare averlo avuto da Marco, ma che vi ha apportato alcune modifiche sostanziali; si 
veda Lc 7, 36-50); nel racconto di Giovanni la donna in 
questione è invece Maria di Betania, sorella di Marta e Lazzaro, che Gesù incontra a casa sua. Pare 
inoltre che egli abbia aiutato donne bisognose in diverse 
occasioni (si veda, per esempio, Mt 15, 21-28). 
 
In tutti e quattro i vangeli canonici si afferma che le donne che accompagnarono Gesù dalla 
Galilea a Gerusalemme durante la sua ultima settimana di vita 
assistettero alla sua crocifissione (Mt 27, 55; Mc 15, 40-41; Lc 23, 49; Gv 19, 25). I primi racconti in 
Marco lasciano intendere che loro furono le uniche 
a rimanere fedeli sino alla fine, quando tutti i discepoli uomini erano fuggiti. Inoltre, da tutti e 
quattro i vangeli canonici, così come dal Vangelo 
non canonico di Pietro, emerge chiaramente che le donne seguaci di Gesù furono le prime a 
credere che il suo corpo non si trovava più nel sepolcro (Mt 
28, 1-10; Mc 16, 1-8; Lc 23, 55; 24, 10; Gv 20, 1-2; Vangelo di Pietro 50-57). Questi racconti sono tutti 
in forte disaccordo riguardo il numero di donne 
presenti nel sepolcro vuoto: c’era solo Maria Maddalena, come afferma il Vangelo di Giovanni, o 
vi erano invece altre donne insieme a lei, come suggeriscono 
gli altri vangeli? E se è così, chi erano queste altre donne? Dipende da quale racconto si legge. In 
ogni modo, furono loro ad annunciare per prime che 
Gesù era risorto. Come alcune studiose di storiografia hanno fatto notare, non si può sottovalutare 
l’importanza di questo episodio delle donne al sepolcro: 
senza di loro, molto probabilmente non vi sarebbe stato l’annuncio della risurrezione, e quindi 
nemmeno il cristianesimo. 
 
Esistono altri interessanti racconti che parlano del contatto di Gesù con le donne, che ricorrono 
però solo una volta in uno o l’altro dei vangeli, e che 
pertanto si scontrano con il nostro criterio secondo il quale le storie maggiormente attestate hanno 
più probabilità di essere vere. Tra questi vi sarebbe 
il racconto, che troviamo unicamente nel Vangelo di Luca, del memorabile episodio in cui Gesù 
incoraggia l’amica Maria di Betania che ha scelto di ascoltare 
il suo insegnamento invece di occuparsi dei doveri domestici «femminili» (Lc 10, 38-42). 
 
Cosa possiamo dire dell’attendibilità contestuale di questi racconti, alla luce del nostro criterio 
secondo il quale ogni racconto su Gesù deve verosimilmente 

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collocarsi nella Palestina del I secolo per essere accettato come fatto storico? È innegabile che le 
donne nell’antichità fossero considerate inferiori 
agli uomini. Vi erano però delle eccezioni: scuole filosofiche greche come gli epicurei e i cinici, per 
esempio, erano in favore dell’uguaglianza fra uomini 
e donne. Naturalmente, negli immediati dintorni della Palestina simili scuole non erano numerose, 
e le poche fonti di cui disponiamo sembrano indicare 
che in quella zona rurale dell’impero le donne godessero, in linea di massima, di ancora minor 
libertà di partecipare ad attività sociali fuori casa e 
lontano dall’autorità di padri e mariti. È dunque plausibile che un maestro giudeo incoraggiasse e 
promuovesse simili attività? 
 
Non abbiamo prove concrete a confermare che all’epoca di Gesù altri maestri giudei avessero delle 
seguaci. Sappiamo però che i farisei potevano contare 
sul sostegno e sulla protezione di potenti donne della corte di re Erode il Grande. Purtroppo, però, 
le poche fonti di cui disponiamo non dicono molto 
di quelle appartenenti a classi sociali più modeste, che non godevano di mezzi economici o di una 
posizione tali da poter essere indipendenti da padri 
e mariti. 
 
Un altro fattore tuttavia ci induce a ritenere che Gesù avesse delle donne che lo seguivano 
pubblicamente durante il suo ministero. Mi riferisco alla sua 
particolare proclamazione dell’avvento del regno di Dio. Se ben ricordate, Gesù dichiarò che Dio 
sarebbe presto intervenuto nella storia invertendo le 
sorti degli uomini: i primi sarebbero stati gli ultimi e gli ultimi i primi, i ricchi si sarebbero 
impoveriti e i poveri arricchiti, i potenti sarebbero 
diventati umili e gli umili potenti. A corollario del suo messaggio, Gesù si unì agli oppressi e ai 
reietti della società, per sancire evidentemente che 
il regno di Dio sarebbe appartenuto a loro. Se le donne erano solitamente disprezzate, perché 
considerate inferiori dagli uomini che dettavano le regole 
e guidavano la società, non sembra affatto inverosimile che Gesù avesse liberamente solidarizzato 
con loro e avesse esercitato su di loro un particolare 
fascino con la sua proclamazione del regno a venire. 
 
Alcuni studiosi contemporanei hanno avanzato l’ipotesi che Gesù avesse fatto in realtà molto di 
più, predicando una «società profondamente egualitaria», 
avviandone cioè una riforma attraverso la creazione di nuove regole che disciplinassero i rapporti 
sociali, dando vita a una comunità in cui uomini e donne 
sarebbero stati trattati come assoluti pari. 
(NOTA 5) 
In questo caso, però, ci stiamo forse spingendo un po’ troppo oltre e probabilmente nella direzione 
sbagliata, poiché vi sono pochi indizi che lasciano 
pensare che Gesù fosse interessato a promuovere con forza una riforma sociale in quel periodo 
così infausto. Egli riteneva che la società attuale e tutte 
le sue convenzioni avrebbero presto subito un brusco arresto, non appena il Figlio dell’uomo fosse 
arrivato dal paradiso ergendosi a giudice della terra. 
Lungi dal trasformare la società dall’interno, Gesù stava preparando la sua gente alla distruzione 
della società stessa. Solo con l’avvento del regno di 
Dio sarebbe comparso un ordine completamente nuovo, in cui la pace, l’uguaglianza e la giustizia 
avrebbero regnato sovrane. L’avvento di questo regno, 
però, non doveva passare attraverso l’attuazione di nuovi programmi di riforma sociale, ma 
attraverso un giudizio universale, nel quale il Figlio dell’uomo 
avrebbe sovvertito le forze malvagie e tiranniche di questo mondo. 

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In questo senso (e tengo a sottolineare, solo in questo senso), anche se Gesù non avesse 
incoraggiato una rivoluzione sociale a quei tempi, il suo messaggio 
aveva senza dubbio una portata profondamente rivoluzionaria e non è escluso che abbia esortato i 
suoi seguaci a mettere in atto tali propositi nel presente 
(il che spiegherebbe la sua solidarietà verso le donne). In ogni modo, è del tutto comprensibile che 
alcune persone trovassero il suo messaggio più affascinante 
di altre, specialmente quelle che si consideravano oppresse e calpestate e che sarebbero state 
ricompensate nell’era a venire. Se tra queste persone vi 
erano delle donne, considerando la struttura patriarcale della società di allora, non vi è da stupirsi 
che fossero attratte dal messaggio apocalittico 
di Gesù e dalla speranza di vita che esso offriva nel regno a venire. 
 
Gesù era sposato? 
 
Possiamo ora dedicarci alla spinosa questione del presunto matrimonio di Gesù. Nel Codice da 
Vinci non vi sono dubbi a riguardo, se si leggono le parole 
di Robert Langdon e Leigh Teabing che discutono del suo stato civile. 
 
Teabing a un certo punto dice a Sophie Neveu: 
 
«Gesù come uomo sposato ha infinitamente più senso che come scapolo.» 
 
«Perché?» chiese Sophie. 
 
«Perché Gesù era ebreo» rispose Langdon. … «Secondo i costumi ebraici, il celibato era 
condannato e ogni padre aveva l’obbligo di trovare per il figlio 
una moglie adatta. Se Gesù non fosse stato sposato, almeno uno dei vangeli della Bibbia avrebbe 
accennato alla cosa e avrebbe fornito una spiegazione di 
quella innaturale condizione di celibato.» (p. 288) 
 
Anche qui, tuttavia, ho l’impressione che ci troviamo più nell’ambito della letteratura 
sensazionalistica che in quello della realtà storica. Mi occuperò 
fra un istante dell’affermazione generale secondo cui gli ebrei erano sempre sposati e il celibato 
era «condannato». Prima, però, vediamo cos’hanno detto 
gli storici a proposito dello stato civile di Gesù. 
 
È vero che alcuni studiosi di storia (contrapposti ai romanzieri o ai «ricercatori indipendenti») 
hanno riconosciuto la possibilità che Gesù fosse sposato, 
(NOTA 6) 
ma la stragrande maggioranza degli studiosi del Vecchio Testamento e del primo cristianesimo 
sono giunti alla conclusione opposta. E questo per una serie 
di convincenti ragioni. 
 
Il fatto più significativo, che non può quindi essere ignorato o sottovalutato, è che in nessuna delle 
nostre prime fonti cristiane vi è alcun accenno al 
matrimonio di Gesù o a sua moglie. E non mi riferisco solo ai Vangeli canonici di Matteo, Marco, 
Luca e Giovanni, ma anche a tutti gli altri vangeli e 
a tutti i primi testi cristiani messi assieme. Non viene fatta alcuna allusione a Gesù come uomo 
sposato negli scritti di Paolo, nel Vangelo di Pietro, 
nel Vangelo di Filippo, in quello di Maria, in quello dei Nazareni, degli Egiziani, degli Ebioniti, né 
in altri testi. Prendete tutte le fonti antiche 

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che abbiamo sulla storia di Gesù e vedrete che in nessuna vi è alcun riferimento al suo 
matrimonio. 
 
E pensate a tutte le occasioni in cui gli autori di questi libri, se davvero Gesù fosse stato sposato, 
avrebbero potuto menzionare il suo matrimonio o sua 
moglie. Nei loro testi viene citata sua madre, così come il «padre» Giuseppe, i fratelli e le sorelle. 
Perché non citare anche la moglie? Si fa accenno 
ai suoi discepoli e agli altri seguaci, comprese alcune donne, ma di una moglie nemmeno una 
parola. Inoltre, vengono citate di tanto in tanto anche le 
consorti dei suoi seguaci e vi è un passo in cui si fa riferimento alle mogli degli apostoli e a quelle 
dei fratelli terreni di Gesù (1 Cor 9, 5). Perché 
non alla sua? (Che non si tratti solo di una mancata conoscenza del fatto sarà più chiaro fra un 
istante.) 
 
Riferendoci più nello specifico a Maria Maddalena, se Gesù fosse davvero stato sposato con lei, 
perché non vi sarebbe alcuna allusione a questo matrimonio? 
Perché Maria non viene identificata come speciale in nessuno dei vangeli canonici? E come si 
spiega che, salvo in Luca 8, 1-3, dov’è chiamata per nome 
insieme a diverse altre donne (tra cui Giovanna e Susanna), a lei non venga fatto alcun accenno 
durante il ministero di Gesù, tanto meno come qualcuno 
che avesse con lui un rapporto speciale? Perché non compare in nessuna delle storie su Gesù in 
questi vangeli? E anche nei vangeli in cui viene vista come 
una donna speciale, per esempio il Vangelo di Maria, perché è descritta come qualcuno a cui Gesù 
fece un’importante rivelazione, invece che come la donna 
alla quale era sposato? 
 
Particolare ancora più significativo: perché è chiamata Maria Maddalena? Gli studiosi concordano 
ampiamente nel dire che venisse chiamata così per distinguerla 
dalle altre Marie che compaiono nel Nuovo Testamento, tra cui la madre di Gesù e Maria di 
Betania, sorella di Marta e Lazzaro. Il nome Maddalena indica 
il suo luogo di origine, la cittadina di Magdala, un villaggio di pescatori sulle sponde del Mar di 
Galilea. Ma se si voleva distinguerla dalle altre Marie, 
perché non dire che lei era quella con cui Gesù era sposato, invece di indicare il suo luogo di 
origine? Per giunta, se erano davvero sposati, com’è possibile 
che Gesù non lasci mai la città natale prima del suo ministero pubblico, mentre questa donna 
proviene in realtà da un altro villaggio, Magdala e non Nazaret? 
 
Si tratta di difficoltà imponderabili per la maggior parte degli studiosi che si occupano del 
presunto matrimonio di Gesù, in particolare con Maria Maddalena. 
Questa donna non compare infatti con frequenza in nessuno dei primi racconti su di lui, salvo alla 
fine, quando insieme ad altre va a ungere il suo corpo 
per la sepoltura. E come ho già sottolineato, nemmeno i vangeli successivi, per esempio il Vangelo 
di Filippo, indicano che fossero sposati (di questi 
vangeli ci occuperemo più approfonditamente nel prossimo capitolo). 
 
Ma allora come si spiega il fatto che Gesù non fosse sposato? Ha ragione Robert Langdon a 
sostenere che gli ebrei avevano l’obbligo di sposarsi e che il 
celibato era «condannato»? 
 
Purtroppo, anche questa affermazione non è altro che il frutto della finzione letteraria del Codice 
da Vinci, poiché non rispecchia in alcun modo la realtà 

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storica (o forse si basa su una lettura tendenziosa di fonti ebraiche di molto successive). Sappiamo 
infatti di ebrei vissuti nello stesso luogo e alla 
stessa epoca di Gesù che non erano affatto sposati e che chiaramente non erano «condannati» per 
questo. E l’aspetto più interessante è che questi esempi 
di uomini celibi e casti li possiamo trovare negli stessi circoli ideologici di Gesù, tra gli apocalittici 
ebraici del I secolo i quali pensavano che presto 
il mondo in cui vivevano sarebbe improvvisamente finito, non appena Dio fosse intervenuto nella 
storia per sovvertire le forze del male e portare il suo 
regno del bene. 
 
Come già abbiamo visto, sappiamo in particolare di un gruppo di apocalittici ebrei vissuti a quel 
tempo e in quel luogo. Si tratta degli Esseni, la comunità 
che produsse i Rotoli del Mar Morto. Antiche testimonianze sugli Esseni rivelano che la 
stragrande maggioranza di loro erano uomini celibi e casti. Questo 
è quanto affermano le fonti ebraiche dell’epoca, come il filosofo del I secolo Filone che dichiara che 
«nessun Esseno prende moglie», oppure lo storico 
Giuseppe Flavio, il quale rivela che gli Esseni evitavano il matrimonio; d’altro canto, questa 
visione è confermata anche da fonti non ebraiche, come gli 
scritti del sapiente romano Plinio il Vecchio, dove si legge che gli Esseni ripudiavano il sesso e 
vivevano «senza alcuna donna». 
(NOTA 7) 
 
Benché gli studiosi oggi escludano che anche Gesù appartenesse alla comunità degli Esseni, la sua 
visione apocalittica del mondo è però straordinariamente 
simile alla loro. Non vi è dunque da meravigliarsi se anche lui scelse il celibato, e i suoi stessi 
insegnamenti ci inducono a ritenere che l’avesse fatto. 
Nei primi racconti dei vangeli a un certo punto Gesù viene affrontato da un gruppo di capi ebraici 
chiamati Sadducei, che non credevano in un’altra vita 
nel regno a venire ma sostenevano che la morte causasse un annichilimento totale. Gesù cerca di 
convincerli che si sbagliano, che con l’arrivo del regno 
ci sarà vita eterna per i vivi e anche per i morti. Ma questa vita, egli afferma, si differenzierà per 
almeno un importante aspetto dalla vita attuale, 
poiché nell’era a venire gli uomini e le donne «non prenderanno moglie né marito, ma saranno 
come angeli nei cieli» (Mc 12, 25). 
 
Ma questa esistenza dopo la risurrezione cos’ha a che fare con la vita presente? Non è forse solo 
una semplice descrizione di come saranno le cose nel regno 
futuro? Occorre sottolineare che buona parte dell’annuncio di Gesù insisteva sulla necessità di 
iniziare a mettere in atto in questo mondo gli ideali del 
regno a venire. Gli uomini e le donne dovevano amarsi adesso, perché poi non vi sarebbe più stato 
odio; dovevano impegnarsi adesso ad alleviare la sofferenza, 
perché poi non ve ne sarebbe più stata; dovevano dar da mangiare adesso agli affamati, perché poi 
non vi sarebbe più stata fame; dovevano lavorare per 
la pace adesso, perché poi non vi sarebbe più stata guerra; dovevano opporsi adesso al male 
(scacciando i demoni, per esempio), perché poi le forze del 
male non vi sarebbero più state; dovevano guarire gli infermi adesso, perché poi non vi sarebbe 
più stata malattia. Ecco perché Gesù vedeva il regno di 
Dio come un «granellino di senapa», piccolissimo quando viene seminato, ma che, una volta 
raggiunto il massimo della crescita, si trasforma in un’enorme 
pianta (si veda Mc 4, 30-32). Lo stesso vale per il regno di Dio, il cui avvio è lento e poco 
promettente, mentre gli uomini e le donne iniziano a mettere 

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in atto i suoi principi nelle loro vite; ma una volta che il Figlio dell’uomo arriverà a giudicare la 
terra per sovvertire le forze del male e portare 
il regno di Dio, da quell’inizio stentato si otterrà un enorme risultato, via via che il potere del 
regno si farà sempre più evidente. 
 
Gesù credeva che gli ideali del regno di Dio si dovessero attuare nel presente e che nel regno non 
sarebbero esistiti né il matrimonio né i rapporti sessuali. 
Questo è evidentemente quanto credevano anche gli Esseni, che condividevano la sua visione 
apocalittica, e che misero in pratica questo ideale rimanendo 
celibi e casti. È pertanto del tutto plausibile, anzi probabile, che Gesù abbia fatto lo stesso. 
 
Ulteriori prove ci vengono fornite dagli scritti dei seguaci di Gesù successivi alla sua morte. Il 
primo autore cristiano che abbiamo è l’apostolo Paolo, 
che non era uno dei dodici discepoli bensì il capo di un movimento fondato in nome del maestro 
dopo la sua morte. Come Gesù, e gli Esseni prima di lui, 
anche Paolo all’inizio era un apocalittico ebraico, e una volta convertitosi alla fede in Cristo non 
abbandonò la sua visione apocalittica del mondo ma 
la trasformò, convinto che la fine dei tempi fosse già cominciata con la morte e la risurrezione di 
Gesù. Paolo credeva che lui stesso sarebbe stato ancora 
in vita quando Gesù fosse tornato dal paradiso per giudicare la terra e portare il regno di Dio (si 
veda 1 Ts 4, 13-18 e 1 Cor 15, 50-57): in altre parole, 
era un apocalittico cristiano. 
 
E cosa pensava del matrimonio? La sua visione pare fosse straordinariamente simile a quella di 
Gesù stesso, ovvero che alla luce dell’imminente fine, ci 
si dovesse dedicare completamente alla venuta del regno piuttosto che al matrimonio e ai rapporti 
sessuali. Parlando di questi due argomenti ai suoi fratelli 
cristiani nella città di Corinto, Paolo dichiara: «Ai non sposati e alle vedove dico: è cosa buona per 
loro rimanere come sono io» (1 Cor 7, 8). E perché 
mai? Secondo Paolo «a causa della presente necessità» (1 Cor 7, 26), ovvero la fine imminente di 
ogni cosa. Così chi era sposato non doveva cercare di 
separarsi e chi non lo era non doveva cercare di sposarsi (7, 27). Tutti dovevano invece impegnarsi 
a convertire gli altri alla fede in Gesù, prepararli 
alla futura distruzione dell’attuale ordine sociale e all’apparizione del regno di Dio, in cui, 
secondo Gesù, «non si prende né moglie né marito». 
 
In considerazione del suo messaggio apocalittico, non vi è dunque nulla di che stupirsi se Gesù 
rimase celibe e casto. Questo era esplicitamente l’atteggiamento 
adottato da chi condivideva la sua visione apocalittica: gli Esseni durante la sua vita e il seguace 
Paolo dopo la sua morte. Dal momento che non vi è 
nulla che testimoni il matrimonio di Gesù, tanto meno con Maria Maddalena, sembra piuttosto 
evidente che Gesù l’apocalittico rimase celibe. 
 
Gesù e Maria Maddalena 
 
Alla luce del fatto che Gesù rimase probabilmente celibe e casto, cosa possiamo dire del suo 
rapporto con Maria Maddalena? Su questa relazione si è costruito 
molto nel corso degli anni, non solo in romanzi come Il Codice da Vinci e in opere 
sensazionalistiche come Il Santo Graal, ma anche in film come L’ultima 
tentazione di Cristo di Scorsese (a sua volta tratto dal romanzo di Kazantzakis), dove vediamo 
Gesù sposare Maria Maddalena, una prostituta, e avere con 

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lei normali rapporti sessuali. Questa visione secondo cui Gesù aveva un rapporto particolarmente 
stretto con Maria affonda le sue antiche radici in alcune 
fonti del II e III secolo, come il Vangelo di Filippo e quello di Maria, che ho già citato e di cui mi 
occuperò più diffusamente nel prossimo capitolo 
(anche se è bene sottolineare che nemmeno in queste fonti si afferma che Gesù fosse sposato con 
Maria o che avesse rapporti sessuali con lei). Ma ciò che 
mi interessa qui è la situazione storica che emerge non da questi resoconti leggendari di epoca 
successiva, ma dalle primissime fonti giunte sino a noi. 
Cosa ci raccontano di Maria Maddalena? 
 
Come ho già rivelato, Maria non compare in realtà con grande frequenza nei racconti dei vangeli 
su Gesù: il suo nome è citato solo tredici volte nei vangeli 
del Nuovo Testamento (rispetto, per esempio, alle novanta in cui ricorre il nome di Pietro) e 
spesso in passi analoghi (per esempio dove sia Matteo che 
Marco dicono la stessa cosa su di lei in una storia che il primo prese a prestito dal secondo). Se 
cerchiamo storie presenti indipendentemente in più di 
una fonte, partendo dal presupposto che quelle maggiormente attestate hanno più probabilità di 
essere vere, possiamo affermare una serie di cose su Maria. 
Il nome Maddalena, come ho già spiegato, è usato per distinguerla da altre Marie, compresa la 
madre di Gesù e la sua conoscente Maria di Betania, sorella 
di Marta. In due diversi resoconti si afferma che Maria accompagnò Gesù nei suoi viaggi in Galilea 
(Mc 15, 41; Lc 8, 1-3) e che gli fornì personalmente 
sostegno economico durante il suo ministero itinerante, così come altre donne, alcune delle quali 
senza nome. I primi tre Vangeli, Matteo, Marco e Luca, 
rivelano tutti che Maria, insieme ad altre donne, andò con Gesù a Gerusalemme durante la sua 
ultima settimana di vita e lo vide crocifisso e sepolto (Mt 
27, 56-61; Mc 15, 40-47; Lc 23, 55). Inoltre, tutti e quattro i vangeli canonici, così come il Vangelo di 
Pietro, rivelano che fu lei a scoprire il sepolcro 
vuoto di Gesù e ad apprendere da un uomo, da un angelo o da due angeli lì presenti (a seconda di 
quale racconto si legga), che era risorto. Nel Vangelo 
di Giovanni, Maria è sola quando apprende la notizia, mentre negli altri è in compagnia di altre 
donne, alcune delle quali sono talvolta chiamate per nome. 
Maria e le altre assistono quindi alla scena del sepolcro vuoto e sono pertanto le prime testimoni 
oculari della risurrezione. In alcuni resoconti Gesù 
appare in realtà prima a lei che ai discepoli dopo la risurrezione. 
 
E questo, purtroppo, è tutto quello che possiamo trovare su Maria in racconti ripetutamente 
attestati. È naturale desiderare di avere maggiori informazioni, 
e per questo vi è sempre la tentazione di inventarne quando non se ne ha nessuna (Gesù l’ha 
sposata! Aveva rapporti sessuali con lei! Avevano un figlio!). 
Ma gli storici devono basarsi sulle prove esistenti e non possono inventarsene quando non ne 
esiste nessuna. Non vi è nulla che testimoni l’appartenenza 
di Maria alla «Tribù di Beniamino», come dichiara Leigh Teabing, e anche se così fosse, ciò non 
significa necessariamente che avesse sangue reale: molte 
persone venivano dalla Tribù di Beniamino, compreso l’apostolo Paolo (si veda Fil 3, 5). Inoltre, 
nulla lascia intendere che Gesù avesse affidato a lei 
la missione della sua Chiesa (nemmeno il Vangelo di Maria afferma una cosa simile), che l’avesse 
sposata, che avesse rapporti sessuali con lei o che Maria 
fosse mai andata in Francia. 
 
Vi sono altri riferimenti a Maria Maddalena che compaiono in un’unica fonte: Luca, per esempio, è 
il solo ad affermare che Gesù avesse scacciato «sette 

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demoni» da lei. Purtroppo, supponendo che Luca abbia ragione, non conosciamo la natura della 
sua possessione demoniaca. L’idea che questi demoni la inducessero 
alla prostituzione è un po’ azzardata; per lo più i demoni nei vangeli impediscono alle persone di 
parlare, causano loro malattie o cercano di far loro 
del male spingendole nel fuoco o nei laghi. Per giunta, nulla in questi riferimenti, compreso quello 
in Luca, indica che Maria fosse davvero una prostituta. 
Tale idea si fece largo cinquecento anni dopo che queste fonti furono scritte, quando papa 
Gregorio il Grande tenne un sermone in cui affermava che Maria 
Maddalena non era altri che la peccatrice citata in Luca 7, 36-50. Ma oggi gli studiosi dei vangeli 
non ritengono plausibile questa identificazione. In 
Luca 7 si racconta di Gesù che viene cosparso d’olio da una donna senza nome, e questa è una 
storia che l’evangelista ha preso a prestito da Marco e ha 
poi vivacizzato per i suoi lettori. In Marco la donna non è identificata come Maria Maddalena e 
non viene nemmeno definita come donna di dubbia reputazione; 
ma anche in Luca la donna non sembra essere Maria Maddalena, poiché quest’ultima è citata nella 
storia immediatamente successiva, in cui egli la presenta 
come se comparisse per la prima volta (Lc 8, 2). È interessante notare come il Vangelo di Giovanni 
contenga una storia analoga sull’unzione di Gesù, che 
non si svolge però in Galilea, come in Luca, ma in Betania di Giudea. Come ho già sottolineato, 
tuttavia, nel Vangelo di Giovanni è Maria di Betania e 
non una donna senza nome, o Maria Maddalena, a occuparsi dell’unzione, e lo fa a casa propria e 
non, come in Luca, a casa di un uomo chiamato Simone, il 
fariseo. In ogni modo, Maria di Betania e Maria Maddalena provengono da città diverse e non 
possono quindi essere identificate come la stessa persona. 
 
Conclusione 
 
In poche parole, le nostre fonti più antiche e storicamente attendibili non ci dicono molto di Maria 
Maddalena. Non vi è dunque di che stupirsi se i cristiani 
del II e del III secolo che, spinti dalla curiosità, ampliarono, rivisitarono, modificarono e a volte 
inventarono storie su Gesù, si siano affidati all’immaginazione 
anche per raccontare di questa donna che compare nel suo ministero pubblico, dicendo su di lei 
cose diverse e prive di fondamento storico. Ed è comprensibile 
che queste storie inventate abbiano avuto risonanza tra i lettori di oggi, che vorrebbero sapere di 
più su Maria Maddalena di quel che è dato sapere. Non 
meravigliamoci, dunque, se su di lei siano state inventate leggende moderne, compresa quella 
secondo cui era in realtà la moglie di Gesù, aveva con lui 
una normale relazione intima e gli diede una figlia, leggenda che troviamo nel Santo Graal e che è 
stata in seguito ripresa, lasciandola pressoché immutata, 
dal Codice da Vinci. 
 

Il femminino nel primo cristianesimo. 
 
Una delle questioni chiave sollevate dal Codice da Vinci riguarda il ruolo del femminino nel 
cristianesimo. Secondo Leigh Teabing e Robert Langdon, la società 
segreta nota come Priorato di Sion riteneva giustamente che il cristianesimo fosse in origine una 
religione che celebrava il femminino, sia umano che sacro, 
e incluse nel proprio culto pratiche a testimonianza di tale celebrazione. Questa visione emerge 
chiaramente in una delle prime spiegazioni che Langdon 
offre a Sophie Neveu sulla particolare natura della pratica di culto adottata dal Priorato di Sion nel 
corso dei secoli fino a oggi: 

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«Sophie» disse Langdon «la tradizione del Priorato, il suo culto della dea, si basa sulla convinzione 
che alcuni uomini molto potenti, all’inizio della 
Chiesa cristiana, hanno “ingannato” il mondo diffondendo bugie che svilivano la donna e 
spostavano l’equilibrio a favore del maschio» … «Il Priorato crede 
che Costantino e i suoi successori maschi abbiano convertito il mondo dal paganesimo matriarcale 
al cristianesimo patriarcale organizzando una campagna 
di propaganda che demonizzava il femminino sacro, cancellando per sempre la dea dalla religione 
moderna.» (p. 149) 
 
Proseguendo nella lettura, scopriamo che uno dei modi in cui il Priorato mantiene viva l’antica 
pratica del culto della dea è un rituale noto come hieros 
gamos, letteralmente «matrimonio sacro», in cui i partecipanti osservano due capi del gruppo, un 
uomo e una donna, compiere l’atto sessuale sacro. Sophie 
stessa dieci anni prima assistette inavvertitamente e suo malgrado a questo misterioso rituale, in 
cui vide il nonno, Jacques Saunière, curatore del Louvre, 
compiere l’atto sessuale circondato da uomini e donne mascherati e in abiti da cerimonia che 
intonavano canti nel seminterrato della loro casa di campagna. 
Non sapendo di che rituale si trattasse, Sophie pensò al peggio e da allora interruppe ogni 
comunicazione con il nonno. Da Robert Langdon e Leigh Teabing, 
tuttavia, apprende che quello a cui ha assistito non è una sorta di perverso rituale sessuale, bensì 
un mistero sacro celebrato da coloro che hanno compreso 
la vera natura del principio femminile e che sono convinti che questo debba unirsi a quello 
maschile per dar vita all’autentico divino in natura. 
 
Langdon e Teabing affermano che il rituale ha radici antiche, poiché il cristianesimo delle origini si 
prefiggeva in realtà di comprendere e celebrare il 
principio femminile, e che solo in seguito all’intervento del patriarcale imperatore Costantino nel 
IV secolo esso cominciò a venire demonizzato nel cristianesimo 
e le donne, di conseguenza, degradate, mentre l’elemento maschile, sia umano che divino, diventò 
completamente dominante e sacro. 
 
Possiamo considerarlo un quadro fedele del cristianesimo precostantiniano? Le donne allora 
ricoprivano ruoli importanti nella Chiesa cristiana? Gli uomini 
e le donne celebravano il principio divino e veneravano l’aspetto femminile della divinità? Questo 
significava anche praticare rituali sessuali segreti? 
Furono Costantino e gli altri esponenti maschi della religione a demonizzare il principio 
femminile? 
 
Ad alcune di queste domande è difficile rispondere. Potremmo iniziare prendendo in 
considerazione la questione pratica della posizione delle donne nella 
tradizione cristiana delle origini, ovvero se venisse riconosciuto loro un ruolo significativo e se 
abbiano continuato a ricoprire posizioni di rilievo, 
e persino di potere, sino all’epoca dell’imperatore Costantino. 
 
Le donne nel primo cristianesimo 
 
È a quanto pare vero che nel cristianesimo delle origini le donne ebbero un ruolo più importante 
nella Chiesa che nella società in generale. Abbiamo già 
visto che Gesù stesso aveva frequenti contatti con donne, alcune delle quali, tra cui Maria 
Maddalena, finanziavano personalmente il suo ministero di predicatore 

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itinerante. Gesù aveva discussioni e diverbi pubblici con le donne, le curava in pubblico e aveva 
persino delle seguaci, alcune delle quali accompagnarono 
lui e i suoi discepoli dalla Galilea a Gerusalemme durante la sua ultima settimana di vita. Le 
donne assistettero chiaramente alla sua crocifissione, mentre 
i discepoli uomini abbandonarono la scena, così come alla sua sepoltura. E stando a tutti i racconti 
più antichi, furono delle donne il terzo giorno a 
trovare il suo sepolcro vuoto e ad annunciare per prime che era risorto. Nel complesso, esse 
ebbero dunque un ruolo significativo nella vita di Gesù e 
al momento della sua morte. 
 
E nelle chiese fondate successivamente in suo nome? È vero che se durante la vita di Gesù erano 
gli uomini a ricoprire i ruoli più importanti, lo stesso 
avvenne dopo la sua morte. I capi della comunità cristiana originaria di Gerusalemme pare fossero 
anche i membri di spicco del suo gruppo apostolico (maschile), 
in particolare l’apostolo Pietro e uno dei fratelli di Gesù, Giacomo, che chiaramente si 
convertirono alla nuova fede subito dopo la crocifissione (1 Cor 
15, 7). Uomini erano i responsabili delle questioni pratiche della Chiesa (At 6) e la maggior parte 
dei primi missionari cristiani di cui parlano fonti 
come gli Atti degli Apostoli, per esempio Barnaba, Filippo e Paolo di Tarso, convertitosi di recente 
(At 8; 9). Inoltre, pare fossero uomini molti dei 
personaggi più importanti convertitisi alla fede, come il centurione romano Cornelio (At 10; 11), e 
alla conferenza indetta per affrontare il problema 
centrale presentatosi alla nuova Chiesa – ovvero se i convertiti non giudei dovessero osservare la 
legge ebraica per essere seguaci di Gesù – i principali 
oratori furono tutti uomini (At 15). E questi non sono che alcuni esempi. 
 
È possibile che tale orientamento verso l’universo maschile rifletta più i preconcetti dell’autore 
degli Atti che la realtà storica? Probabilmente no: il 
loro autore, che scrisse anche il Vangelo di Luca, non manca mai di porre l’accento sul ruolo delle 
donne nella vita di Gesù, ben più di quanto facciano 
gli autori degli altri vangeli. Pertanto, il quadro che traccia negli Atti rispecchia probabilmente la 
realtà (o, quantomeno, non è un’evidente propaganda 
patriarcale). Vi sono però degli indizi che suggeriscono, al contrario, che le donne avessero un 
ruolo rilevante nelle fiorenti comunità cristiane del 
I secolo. Di questo abbiamo testimonianza negli scritti dell’apostolo Paolo, il nostro primo autore 
cristiano, che scrisse numerose lettere alle chiese 
per discutere dei loro vari problemi e aiutarle a risolverli. Da queste lettere emerge chiaramente 
che le donne, seppur non importanti come gli uomini 
all’interno delle comunità, ricoprivano occasionalmente posizioni di preminenza e di potere. 
 
Le donne nelle chiese paoline 
 
La testimonianza più eloquente ci viene fornita dalla lettera di Paolo ai Romani, 
(NOTA 1) 
in cui egli saluta diversi membri della congregazione chiamandoli per nome, ed è interessante 
notare come in questi saluti compaiano anche moltissime donne. 
Benché Paolo citi più uomini che donne, queste ultime sembrano non essere in alcun modo 
inferiori ai loro omologhi maschili nella Chiesa. Paolo cita Febe, 
diaconessa (ovvero ministro) della chiesa di Cencre e protettrice di Paolo stesso, alla quale egli 
affidò la consegna della lettera ai Romani (16, 1-2). 
Cita inoltre Prisca, che insieme al marito Aquila è una delle principali responsabili della missione 
gentile e che ospita una congregazione a casa propria 

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(16, 3-4; si noti che viene citata prima del marito). Saluta Maria, una sua compagna che opera tra i 
Romani (16, 6) e cita Trifena, Trifosa e Perside, 
che «hanno lavorato per il Signore» (16, 6.12). Parla inoltre di Giulia, della madre di Rufo e della 
sorella di Nereo, che sembrano tutte avere un alto 
profilo in questa comunità (16, 13.15) e, cosa ancora più eccezionale, fa il nome di Giunia, che 
definisce come una «degli apostoli insigni» (16, 7). Il 
gruppo apostolico era quindi evidentemente più numeroso e comprendeva altre persone oltre ai 
dodici uomini che quasi tutti conoscono. 
 
Altre Lettere di Paolo danno un’impressione analoga del coinvolgimento diretto delle donne nelle 
chiese cristiane. Dalla sua lettera ai Corinzi, per esempio, 
apprendiamo che alcune donne partecipavano attivamente alle funzioni religiose usando le 
proprie «doti spirituali», che consentivano loro, tra le altre 
cose, di pronunciare alla congregazione profezie divinamente ispirate (1 Cor 11, 4-6). Nella lettera 
ai Filippesi, inoltre, gli unici membri della congregazione 
che Paolo chiama per nome sono due donne, Evodia e Sintiche, il cui dissenso causa una certa 
preoccupazione all’apostolo, apparentemente per via della 
loro posizione di rilievo all’interno della comunità (Fil 4, 2). 
 
Se il cristianesimo fosse stato una religione incentrata unicamente sugli uomini, come qualcuno ha 
sostenuto, risulterebbe difficile comprendere il perché 
degli importanti ruoli che le donne pare abbiano avuto nelle chiese paoline. Ma come possiamo 
spiegare questa situazione alla luce dei reali insegnamenti 
di Paolo sugli uomini e sulle donne? Nel caso di Gesù, abbiamo visto che fu probabilmente il suo 
messaggio apocalittico ad attrarre molte donne spingendole 
a diventare sue seguaci: nel regno a venire si sarebbe assistito a un’inversione delle sorti, in cui gli 
oppressi avrebbero ricoperto posizioni di potere. 
In un simile annuncio le donne, naturalmente, non potevano che leggere un messaggio di 
speranza, in particolare quelle che dovevano sottostare all’autorità 
dei membri maschi della famiglia nelle antiche società patriarcali. Come abbiamo visto, anche 
Paolo era un apocalittico; c’è quindi da chiedersi se questo 
possa contribuire a spiegare i ruoli di rilievo che le donne avevano nelle sue chiese e il fatto che, in 
un certo senso, stessero già attuando in questo 
mondo gli ideali del regno a venire, sovvertendo le concezioni patriarcali della società e svolgendo 
lo stesso ruolo degli uomini negli ambienti sociali 
più ristretti delle chiese. 
 
Un versetto fondamentale per comprendere la percezione che Paolo aveva delle donne è il 3, 28 
della lettera ai Galati, in cui dichiara che ogni cristiano 
«battezzato in Cristo» ha già cominciato a provare la libertà dalle distinzioni sociali esistenti 
all’epoca: «Non c’è più Giudeo né Greco; non c’è più 
schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù». Stando a 
questo versetto, ci sarebbe da aspettarsi che non vi 
fosse alcuna distinzione nelle comunità cristiane sulla base dello stato o della condizione sociale: 
tutti sono uguali «in Cristo». Eppure, da altri scritti 
di Paolo emerge chiaramente che anch’egli, come Gesù, non incoraggiò mai una rivoluzione 
sociale in cui le distinzioni di questo mondo sarebbero state 
spazzate via grazie all’avvento di una società migliore. Paolo, per esempio, non incoraggia mai 
l’abolizione della schiavitù, ma presume invece che continuerà 
a esistere come istituzione sociale in questo mondo (si veda la sua lettera a Filemone). E anche se 
«in Cristo … non c’è uomo né donna», la realtà è che 

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tutti, cristiani compresi, continueranno a vivere in questo stesso mondo sino alla venuta del regno. 
Pertanto, anche se Paolo premeva affinché alla fine 
non vi fossero più distinzioni fra uomini e donne, per il momento le differenze continuavano a 
esistere. 
 
Ecco perché egli può dire alle donne a Corinto che quando pregano e profetizzano in chiesa, 
devono farlo indossando il velo (1 Cor 11, 2-16). Alcune donne 
della congregazione, infatti, dovevano averlo preso sul serio quando aveva affermato che in Cristo 
non vi erano distinzioni di sesso, e presero così a 
parlare in pubblico a capo scoperto, un gesto che all’epoca era per loro socialmente inopportuno. 
Paolo sostiene invece che, anche se alla fine le distinzioni 
sarebbero state abolite, per il momento continuavano a esistere, ed è per questo che le donne non 
avrebbero dovuto vestirsi né comportarsi come gli uomini 
e, a differenza loro, avrebbero dovuto coprirsi il capo. 
 
Le donne nelle chiese postpaoline 
 
La posizione di Paolo riguardo le donne potrebbe dare ai lettori moderni l’impressione di essere 
quantomeno ambivalente: gli uomini e le donne sono teoricamente 
uguali in Cristo, ma non lo sono nella realtà. Gli uomini devono comportarsi da uomini e le donne 
da donne. È interessante notare come dopo la morte di 
Paolo diversi capi delle sue chiese abbiano sostenuto l’una o l’altra versione di tale posizione 
ambivalente. Sappiamo di alcuni cristiani paolini di epoca 
successiva, per esempio, che erano in favore dell’uguaglianza per le donne, convinti che dovessero 
essere attive quanto gli uomini nella missione e nelle 
chiese cristiane. L’esempio più evidente di tutto ciò lo troviamo nei racconti leggendari incentrati 
su una presunta discepola di Paolo di nome Tecla. 
 
Da queste storie, di cui vi era grande diffusione nel II e nel III secolo, 
(NOTA 2) 
apprendiamo che Tecla era una pagana, prossima al matrimonio, che un giorno ascolta per caso la 
proclamazione dell’apostolo Paolo. Stando al racconto, in 
base a questa proclamazione, tutti, uomini e donne, devono vivere in completa castità: gli sposati 
non devono avere rapporti sessuali e i non sposati devono 
rimanere tali. Solo rimanendo casti si può ereditare il regno di Dio. 
 
Tecla prende a cuore tale insegnamento e rompe il fidanzamento, con grande disappunto e rabbia 
del promesso sposo che, mosso dal risentimento, la consegna 
alle autorità romane come cristiana che merita una punizione. Segue una serie di episodi 
affascinanti in cui Tecla è protetta dal male da forze soprannaturali 
quando viene gettata tra le bestie feroci e quasi bruciata sul rogo. Alla fine riesce a unirsi 
all’apostolo Paolo diventando per sempre sostenitrice del 
suo insegnamento di castità e partecipando lei stessa a una missione cristiana per diffondere la 
buona novella e convertire gli altri al suo credo. 
 
È difficile stabilire il grado di attendibilità storica di ciascuno di questi racconti, ma è indubbio che 
avessero notevole risonanza tra molti lettori. 
Alcuni studiosi ritengono che, in realtà, il pubblico fosse prevalentemente femminile, poiché la 
vita di castità poteva essere vista come una liberazione 
dai vincoli dei matrimoni patriarcali, in cui la donna doveva sottostare a ogni desiderio e capriccio 
del marito. Abbracciare il credo di Paolo, quindi, 

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poteva essere una vera e propria esperienza liberatoria in un mondo dominato dagli uomini, e 
certamente numerosi cristiani del II e III secolo vedevano 
Paolo come un uomo impegnato in una sorta di liberazione delle donne. 
 
Ma altri cristiani lo vedevano in una luce completamente diversa, come qualcuno che approvava 
la sottomissione delle donne sia nel matrimonio che nella 
Chiesa, e questa concezione si può trovare già negli scritti del Nuovo Testamento. Ho già 
accennato in precedenza alle tredici lettere che portano il nome 
di Paolo; a partire dal XIX secolo, però, gli studiosi hanno fornito valide ragioni per ritenere che 
alcune di queste lettere, in realtà, non fossero state 
scritte da lui ma da seguaci di epoca successiva in suo nome. Molti, in particolare, concordano sul 
fatto che Paolo non abbia scritto le «lettere pastorali» 
1 e 2 a Timoteo e quella a Tito. 
(NOTA 3) 
La cosa sorprendente è che questi libri ci offrono una visione di Paolo diametralmente opposta a 
quella che troviamo nei racconti della sua presunta seguace 
Tecla. Qui, infatti, si legge che sono gli uomini a dover essere responsabili delle chiese, mentre le 
donne devono essere sottomesse a loro in tutto e 
per tutto. Ecco cosa dice Paolo, o meglio l’autore che scrive in suo nome, nel passo probabilmente 
più noto di queste lettere pastorali: 
 
La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di insegnare, 
né di dettare legge all’uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento 
tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, 
ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione. 
Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e 
nella santificazione, con modestia (1 Tm 2, 11-15). 
 
Nelle lettere che Paolo stesso realmente scrisse, così come nei successivi e leggendari Atti di Tecla, 
troviamo donne impegnate attivamente nel ministero 
della Chiesa: pregando, profetizzando, insegnando e, in racconti successivi, come quelli di Tecla, 
battezzando. Ma stando a questo passo in 1 Timoteo, 
tutto ciò è proibito. Le donne devono vivere in assoluto silenzio e in totale sottomissione; potranno 
conoscere la salvezza solo dando alla luce dei figli. 
(NOTA 4) 
 
E qui vorrei sottolineare due questioni importanti. Innanzitutto, questa è la visione che alla fine ha 
prevalso nella lotta tra le donne che richiedevano 
un ruolo di maggior rilievo nella comunità cristiana e gli uomini (e probabilmente le donne) che le 
volevano in posizione subordinata; inoltre, tale limitazione 
dei ruoli delle donne non si ebbe per la prima volta con l’imperatore Costantino ma era già in atto 
da secoli, poiché di questa visione troviamo già testimonianza 
negli scritti del Nuovo Testamento. 
 
Ma come siamo passati dal Paolo della lettera ai Galati, il quale in 3, 28 affermava che in Cristo vi è 
uguaglianza tra uomini e donne, al Paolo delle lettere 
pastorali, che insiste sul dominio maschile? Vediamo la spiegazione che ne danno molti studiosi. 
Nelle primissime chiese vi era un fervore apocalittico 
che portava a ritenere imminente la fine di ogni cosa; nel regno che sarebbe presto arrivato, vi 
sarebbe stata completa uguaglianza, e di tale uguaglianza 
avrebbero dovuto esservi in qualche modo tracce anche in questo mondo, in previsione di come le 
cose sarebbero state in futuro. Il regno, però, non arrivò 

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mai e la Chiesa dovette adeguarsi al lungo cammino; questo spinse i cristiani a ritornare alle loro 
vite normali, organizzate secondo schemi ben radicati 
nella società in generale, e una delle conseguenze di tutto ciò fu che le donne vennero allontanate 
da posizioni di prestigio e sottomesse all’uomo. Con 
il passare del tempo e a causa della mancata apparizione del regno, la religione si fece sempre più 
patriarcale, e ciò avvenne in tempi relativamente brevi, 
tanto che nella maggior parte delle chiese cristiane del II secolo le donne avevano già smesso di 
svolgere un ruolo significativo. E non fu Costantino 
il responsabile di questa situazione, poiché era un dato di fatto già da tempo immemorabile. 
 
Ciò non significa che tutti i cristiani del II secolo non riconoscessero il ruolo delle donne; al 
contrario, le storie di Tecla e altre come lei erano molto 
apprezzate proprio perché in alcuni ambienti c’era chi la pensava in modo completamente 
diverso. Vediamo insieme due esempi. 
 
Le donne nel montanismo 
 
Il montanismo prende il nome da un profeta vissuto alla fine del II secolo, Montano, che predisse 
che il regno di Dio sarebbe presto apparso (il movimento 
apocalittico all’interno del cristianesimo non si estinse mai del tutto e continua, di fatto, sino ai 
nostri giorni) e ammonì i cristiani che, di conseguenza, 
dovevano vivere le loro vite preparandosi all’evento, seguendo rigidi principi morali. Tra i primi 
seguaci di Montano vi furono due profetesse chiamate 
Massimilla e Priscilla, che divennero ugualmente importanti per le predizioni divine che 
pronunciavano grazie a una presunta ispirazione dello Spirito. 
Queste donne si consideravano evidentemente figure chiave nello scenario apocalittico che stava 
per manifestarsi. Come Massimilla predisse una volta: «Dopo 
di me non vi saranno più profezie, ma la Fine». 
(NOTA 5) 
 
Si potrebbe pensare che, data la centralità di queste donne nel movimento, nei circoli montanisti vi 
fosse una evidente uguaglianza tra i sessi. La verità, 
però, è che vi è uno scarso rapporto tra la realtà sociale (le profetesse) e quella ideologica (la 
posizione di subordinazione delle donne). Il personaggio 
più illustre convertitosi alla causa montanista era il risoluto e prolifico apologista, polemista e 
antieretico cristiano Tertulliano di Cartagine (160-225 
d.C.), uno dei grandi misogini dell’antichità cristiana. Tertulliano sferrò un feroce attacco alle 
donne che ritenevano di poter assumere ruoli di guida 
nella Chiesa; la sua percezione delle donne in generale è evidente nelle prime righe di un suo 
trattato in cui le esorta a non agghindarsi indossando abiti 
graziosi o gioielli per rendersi attraenti, perché di fronte a Dio in realtà non lo sono. In questo 
passo pone l’accento sul fatto che ogni donna discende 
da Eva e, proprio come lei, è colpevole personalmente di tutto il male giunto sulla terra per 
affliggere l’uomo (cioè ogni individuo di sesso maschile): 
 
E non sai di essere Eva? In questo mondo è ancora operante la sentenza divina contro codesto tuo 
sesso: è necessario che duri anche la condizione di accusata. 
Sei tu la porta del diavolo, sei tu che hai spezzato il sigillo dell’Albero, sei tu la prima che ha 
trasgredito la legge divina, sei stata tu a circuire 
colui che il diavolo non era riuscito a raggirare; tu, in maniera tanto facile hai annientato l’uomo, 
immagine di Dio; per quello che hai meritato, cioè 

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la morte, anche il figlio di Dio ha dovuto morire: e hai ancora in animo di coprire di ornamenti le 
tue tuniche di pelle? 
(NOTA 6) 
 
Una visione certo non molto libertaria. Quel che vorrei far capire è che anche se in una religione 
troviamo donne che ricoprono ruoli importanti, ciò non 
significa necessariamente che la loro femminilità sia celebrata, né che il femminino sacro si possa 
trovare ovunque vi siano delle donne importanti. A 
volte accade proprio l’esatto contrario. 
 
Le donne nello gnosticismo 
 
Nei secoli precedenti Costantino, il ramo del cristianesimo in cui le donne comparivano in modo 
più significativo era probabilmente quello costituito dalle 
varie religioni gnostiche di cui abbiamo già parlato. Vale la pena ribadire che lo gnosticismo non 
era una cosa sola, ma un insieme di religioni diverse 
che avevano molti punti chiave in comune, come per esempio la convinzione che esistesse un 
dualismo fra la malvagità del mondo materiale e la bontà del 
regno spirituale, e l’idea che solo la conoscenza di origine divina (gnosi) potesse portare alla 
liberazione da questa esistenza malvagia. Sembra tuttavia 
che all’interno di molte religioni gnostiche le donne ricoprissero ruoli importanti e che fosse 
celebrato in una certa misura il femminino sacro. Esistono 
addirittura testimonianze di rituali simili allo hieros gamos descritto nel Codice da Vinci ma, nella 
maggior parte dei casi, si tratta di prove ambigue 
e di difficile interpretazione. 
 
Gli oppositori delle varie forme gnostiche di religione erano i padri della Chiesa le cui opere 
sarebbero poi state dichiarate ortodosse. 
(NOTA 7) 
Questi scrittori attaccavano talvolta gli gnostici per la loro concezione bizzarra (ai loro occhi) del 
regno divino, abitato non dall’unico e vero Dio ma 
da numerosi dèi, sia maschili che femminili. Inoltre, attaccavano gli gnostici sulla base del fatto 
che consentivano alle donne di ricoprire ruoli di rilievo 
e di guida all’interno delle loro comunità. Persino gli stessi scritti gnostici giunti sino a noi lasciano 
intravedere qua e là l’importanza riconosciuta 
alle donne e al principio femminile. Alcuni di questi, come abbiamo visto, sono citati nel Codice 
da Vinci, in particolare due vangeli ai quali abbiamo 
accennato in precedenza, il Vangelo di Maria e il Vangelo di Filippo. Vale ora la pena di analizzarli 
più nel dettaglio. 
 
IL VANGELO DI MARIA 
 
Il Vangelo di Maria fu probabilmente composto attorno alla fine del II secolo. 
(NOTA 8) 
Benché non siamo in possesso del testo completo, sappiamo con certezza che era un vangelo 
interessante, poiché in esso, tra le altre cose, viene riconosciuta 
a Maria Maddalena una posizione di spicco tra gli apostoli di Gesù. Alla fine del testo, infatti, 
l’apostolo Levi conviene con i suoi compagni che Gesù 
«amava lei più di noi». Il rapporto speciale che Maddalena aveva con Gesù emerge in particolar 
modo nella circostanza in cui egli rivela a lei soltanto, 
in una visione, la spiegazione della natura delle cose, nascosta invece agli apostoli. 
 

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Il vangelo si divide in due parti. Nella prima Gesù, dopo la risurrezione, fa una rivelazione a tutti i 
suoi apostoli sulla natura del peccato, pronuncia 
una benedizione e una raccomandazione finali, affida a loro il compito di predicare il vangelo e 
poi se ne va. Gli apostoli sono rattristati dalla sua 
partenza, ma Maria Maddalena li consola, invitandoli a riflettere sulle sue parole; Pietro le chiede 
poi di dire loro ciò che Gesù le aveva rivelato direttamente. 
Nella seconda parte del vangelo, Maddalena descrive la visione che aveva avuto. Purtroppo, 
quattro pagine del manoscritto sono andate perse e quindi conosciamo 
solo l’inizio e la fine della sua descrizione. Sembra però che la visione riguardasse una 
conversazione che aveva avuto con Gesù, il quale spiegò come 
l’anima umana potesse ascendere oltre i quattro poteri regnanti del mondo per trovare eterno 
riposo, una descrizione del destino dell’anima che si riallaccia 
ai racconti sulla salvezza presenti in altri testi gnostici. 
 
Il vangelo prosegue con due apostoli, Andrea e Pietro, i quali mettono in dubbio il fatto che Maria 
Maddalena abbia avuto questa visione, ma alla fine Levi 
fa notare loro che lei era la favorita di Gesù e li esorta ad andare a predicare come lui ha ordinato. 
E il vangelo finisce dicendo che questo è quanto 
fecero. 
 
Ecco quindi un testo che mette in risalto l’importanza di Maddalena come donna alla quale Cristo 
fece una rivelazione speciale, in grado di portare la salvezza. 
Occorre sottolineare che Leigh Teabing travisa completamente questo testo nel Codice da Vinci, in 
cui afferma: 
 
A questo punto dei vangeli, Gesù sospetta che presto sarà arrestato e crocifisso. Perciò dà 
istruzioni a Maria Maddalena su come guidare la Chiesa dopo 
la sua morte. … Secondo questi vangeli non modificati, non era Pietro la persona che Cristo 
incaricò di fondare la sua Chiesa. Incaricò Maria Maddalena 
(p. 290). 
 
Questa, in realtà, non è una descrizione corretta. La discussione riportata nel Vangelo di Maria si 
svolge dopo la crocifissione di Gesù, non prima, e la 
rivelazione fatta a Maria Maddalena non serve a spiegare come avrebbe dovuto guidare la sua 
Chiesa, ma come trovare la salvezza per l’anima. Ciononostante, 
siamo comunque di fronte a un testo gnostico in cui viene riconosciuta a una donna 
un’importanza speciale. Allo stesso tempo, è bene sottolineare che tale 
importanza non è indiscussa e che non è certo che venisse celebrata. Tutt’altro: in buona parte del 
libro ci si domanda se sia o meno il caso di credere 
alla visione di Maddalena, proprio perché ad averla era stata una donna. A quanto pare, i membri 
della comunità gnostica che produssero questo testo diedero 
a tale quesito risposte diverse. 
 
IL VANGELO DI FILIPPO. 
 
L’altro testo gnostico che ha un ruolo molto importante nel Codice da Vinci è noto come Vangelo 
di Filippo. 
(NOTA 9) 
Questo libro era pressoché sconosciuto sino a quando nel 1945 non fu scoperto come documento 
nella biblioteca di Nag Hammadi. Anche se è facilmente riconoscibile 
come opera gnostica, risalente forse all’inizio del III secolo, il libro è notoriamente difficile da 
comprendere nei particolari. Ciò è dovuto in parte 

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alla sua composizione: si tratta infatti di una raccolta di riflessioni mistiche estratte da sermoni, 
monografie e meditazioni teologiche precedentemente 
esistenti e riunite qui sotto il nome di Filippo, discepolo di Gesù. Dal momento che queste 
riflessioni sono relativamente isolate le une dalle altre e 
prive di un reale contesto narrativo, la loro interpretazione crea alcuni problemi. 
 
Ciò su cui il testo pone maggiormente l’accento è il contrasto esistente tra coloro che sono in grado 
di comprendere e coloro che non lo sono, tra conoscenza 
essoterica (alla portata di tutti) e conoscenza esoterica (accessibile ai soli interni), tra gli esterni 
immaturi (i cristiani ufficiali, chiamati «Ebrei») 
e gli interni maturi (gli gnostici, chiamati «Pagani»). Coloro che non comprendono, gli esterni 
dotati di sola conoscenza essoterica, errano in molti dei 
loro giudizi, per esempio nel prendere concetti quali l’immacolata concezione (v. 17) o la 
risurrezione di Gesù (v. 21) come autentiche rappresentazioni 
della realtà storica piuttosto che come espressioni simboliche di verità più profonde. 
 
I sacramenti cristiani compaiono con grande frequenza, attraversando gran parte dell’opera. 
Cinque di essi vengono menzionati esplicitamente: battesimo, 
crisma, eucaristia, redenzione e camera nuziale (v. 68). È difficile stabilire quali significati più 
profondi questi rituali avessero per l’autore, ma 
particolarmente interessante è il sacramento della camera nuziale. Che sia forse un’allusione a una 
sorta di unione tra elemento maschile e femminile, 
una celebrazione rituale dell’atto sessuale introdotta da alcuni membri credenti della comunità 
simile allo hieros gamos del Codice da Vinci? Gli studiosi 
sono divisi a riguardo. Dal momento che di questo sacramento non viene fornita alcuna 
spiegazione nel vangelo stesso, la verità è che non sappiamo di cosa 
si trattasse. 
 
Vi sono due passi del Vangelo di Filippo che hanno un ruolo particolarmente importante nel 
Codice da Vinci. Di uno abbiamo già parlato: 
 
Ve ne erano tre che camminavano sempre con il Signore: sua madre Maria, sua sorella e la 
Maddalena, che veniva detta sua compagna. Sua sorella, sua madre 
e la sua compagna si chiamavano tutte «Maria». 
 
Leigh Teabing sostiene che la parola aramaica per «compagna» significasse in realtà «sposa», e si 
serve di ciò per dimostrare che Gesù e Maria Maddalena 
erano sposati. Ma come abbiamo visto, il testo non è scritto in aramaico ma in copto, e la parola 
usata per «compagna» (un prestito dal greco koinonós) 
in realtà non significa «sposa» bensì «amica». 
 
L’altro passo è ancora più interessante, ma presenta un problema di cui è bene parlare subito. Il 
manoscritto che contiene il Vangelo di Filippo è consumato 
in alcuni punti, dove una serie di buchi rende illeggibili alcune parole. Questo inconveniente 
riguarda un passo in particolare: 
 
La compagna del [buco nel manoscritto] Maria Maddalena [buco] più di [buco] discepoli [buco] 
baciarla [buco] sulla [buco]. 
 
È evidente che Cristo bacia Maddalena da qualche parte, ma dove è impossibile saperlo. Il testo 
prosegue, in uno stile simile a quello del Vangelo di Maria, 
con l’episodio in cui i discepoli hanno una discussione sul perché Gesù ami lei più di loro: 

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Gli altri discepoli allora gli dissero: «Perché ami lei più di tutti noi?». Il Salvatore rispose e disse 
loro: «Perché non amo voi tutti come lei?». 
 
Ancora una volta, è evidente che c’è chi celebra l’amore di Cristo per la donna rispetto a quello per 
gli uomini, ma sarebbe probabilmente un errore considerare 
il suo attaccamento a Maria Maddalena come un amore di diverso tipo da quello che provava per i 
suoi discepoli uomini (non è cioè un amore romantico); 
la differenza sta infatti nell’intensità. 
 
In ogni modo, è facile immaginare perché i padri ortodossi della Chiesa, che sostenevano la 
religione patriarcale e vedevano Dio stesso come un «padre» 
(e non come un padre e una madre, per esempio), ritenessero che gli gnostici fossero andati fuori 
strada, sia per la loro visione del regno divino come 
un insieme di molte divinità, maschili e femminili, sia per l’importanza che attribuivano alle 
donne nel loro movimento. Tuttavia, non è certamente corretto 
affermare che questo ruolo di rilievo riconosciuto al femminino fosse onnipresente in tutto il 
movimento cristiano prima di Costantino, come dichiarano 
Leigh Teabing e Robert Langdon nel Codice da Vinci. Ciò avveniva infatti solo in un ramo del 
cristianesimo, in diversi dei molteplici gruppi catalogabili 
alla voce «gnostici». Inoltre, queste visioni cominciarono a essere emarginate molti anni prima 
dell’entrata in scena di Costantino: non fu lui il responsabile 
della demonizzazione del principio femminile nel cristianesimo. 
 
Ma questo ci porta ad affrontare un’altra serie di domande: a parte il discusso ruolo delle donne 
nelle prime chiese cristiane, esistono prove del fatto 
che il principio femminile un tempo fosse venerato, o che i cristiani praticassero il rituale sacro 
dello hieros gamos? 
 
Il principio femminile nel primo cristianesimo 
 
Anche a queste domande è complicato trovare una risposta, perché le fonti di cui disponiamo sono 
scarsissime e molto ambigue. 
 
Innanzitutto, vi sono pochi elementi a suggerire che la maggior parte dei cristiani nei primi secoli 
si dedicasse alla venerazione del femminino sacro. 
A cominciare dallo stesso Gesù, le nostre prime testimonianze rivelano che vedeva Dio come suo 
«padre» e che lo venerava in quanto tale. Nei nostri primi 
vangeli, «padre» è un normale epiteto per «Dio» sulle labbra di Gesù (nel solo Vangelo di Matteo, 
per esempio, ricorre quarantacinque volte); in queste 
fonti non parla mai di Dio come «madre» o «sorella», o usando altri appellativi femminili. E ciò 
non dovrebbe meravigliarci: Gesù era un apocalittico giudeo 
convinto che nel regno a venire non vi sarebbero stati né matrimonio né attività sessuale. Egli non 
celebrava la differenza tra i sessi perché riteneva 
che alla fine si sarebbe estinta. 
 
Lo stesso vale per Paolo, autore molto apprezzato tra gli gnostici, il quale credeva che in Cristo 
non vi fosse maschio né femmina e che nell’era a venire 
le differenze sessuali sarebbero state abolite. Probabilmente riteneva che tutti sarebbero tornati 
allo stato delle origini, quando Dio creò l’essere umano 
senza però differenziare ancora il maschio dalla femmina, cosa che avvenne solo successivamente, 
quando creò Eva dalla costola di Adamo. In altre parole, 

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gli umani sarebbero stati androgini. Anche qui non vi è una celebrazione dell’elemento femminile 
ma un’anticipazione della sua esclusione, come peraltro 
di quello maschile. 
 
Una visione simile la troviamo anche in alcune fonti gnostiche, dove il femminino è invece 
solitamente celebrato, come testimonia, per esempio, la convinzione 
gnostica che il regno divino sia abitato da divinità sia maschili sia femminili, o l’idea che la 
scintilla divina in alcuni esseri umani sia in realtà 
parte della divinità femminile Sophia, rimasta intrappolata in questo mondo materiale (si veda la 
mia analisi nel capitolo II). Ma anche qui non vi è una 
glorificazione costante del femminino in quanto tale. Ricordiamo le parole del Vangelo di 
Tommaso: 
 
Simone Pietro disse loro: «Maria si allontani di mezzo a noi, perché le donne non sono degne della 
Vita!». 
 
Gesù disse: «Ecco, io la trarrò a me in modo da fare anche di lei un maschio, affinché anch’essa 
possa diventare uno spirito vivo simile a voi maschi. Perché 
ogni donna che diventerà maschio entrerà nel Regno dei Cieli». (Vangelo di Tommaso 121) 
 
Anche qui abbiamo una discussione sul ruolo delle donne nella salvezza, ma soprattutto non vi è 
alcuna celebrazione della femminilità; al contrario, si 
insiste sul fatto che debba essere distrutta: solo le persone di sesso maschile possono entrare nel 
regno (si veda la mia analisi nel capitolo III). 
 
Analizziamo un altro passo del Vangelo di Tommaso che sembra rispecchiare la convinzione di 
Paolo secondo cui alla fine non vi sarà né maschio né femmina 
ma un unico essere umano completo: 
 
Gesù rispose loro: «Quando farete in modo che due siano uno, e farete sì che l’interno sia come 
l’esterno e l’esterno come l’interno … e quando farete del 
maschio e della femmina una cosa sola, cosicché il maschio non sia più maschio e la femmina non 
sia più femmina … allora entrerete». (Vangelo di Tommaso 
27) 
 
È indubbio che altri gruppi gnostici celebrassero il femminino, ma gli studiosi sono divisi su come 
interpretare i testi. 
(NOTA 10) 
La presenza di divinità femminili e l’alto profilo che avevano le donne può considerarsi come un 
indizio della celebrazione del femminino sacro? È bene 
non sottovalutare le prove che ci arrivano da altre aree della cristianità, come per esempio il 
montanismo, in cui il ruolo di rilievo accordato alle donne 
non preludeva in alcun modo al riconoscimento dell’importanza del femminino. 
 
Celebrazioni rituali del femminino 
 
Infine, c’è da chiedersi se vi fossero celebrazioni rituali del femminino, per esempio tramite 
antiche cerimonie equivalenti allo hieros gamos. Abbiamo 
visto che alcuni rituali simili venivano praticati nella comunità che produsse il Vangelo di Filippo, 
in cui si celebrava il sacramento della misteriosa 
«camera nuziale». Il riferimento più esplicito a rituali di questo tipo, tuttavia, rivela chiaramente 
che il femminino non era celebrato ma, al contrario, 

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degradato. Purtroppo, occorre prendere questo riferimento con qualche riserva, in quanto 
compare nello scritto di un padre ortodosso della Chiesa del IV 
secolo di nome Epifanio, deciso sopra ogni cosa a scagliarsi contro le «eresie», comprese quelle 
degli gnostici. 
 
In una lunga contestazione delle pratiche di un gruppo gnostico chiamato i Fibioniti (ma 
conosciuto anche con altri nomi), Epifanio descrive nel dettaglio 
un rituale sessuale che sotto certi aspetti ricorda molto quello a cui assistette Sophie Neveu nel 
seminterrato della sua casa di campagna. 
(NOTA 11) 
Secondo Epifanio, durante un rituale segreto che si svolge di notte ed è riservato ai soli membri 
del gruppo, i Fibioniti fanno tutti coppia con persone 
diverse dai loro consorti e consumano rapporti sessuali secondo un rituale. Una volta raggiunto 
l’orgasmo, però, l’uomo si ritrae dalla donna e nelle loro 
mani raccolgono lo sperma, che poi consumano insieme dicendo: «Questo è il corpo di Cristo». 
Quando è possibile, raccolgono anche il sangue mestruale della 
donna per poi consumarlo insieme dicendo: «Questo è il sangue di Cristo». Se la donna rimane 
inavvertitamente incinta (quando il tentativo di coito interrotto 
è fallito), il feto viene abortito e mangiato durante un pasto collettivo che loro chiamano «la 
Pasqua perfetta». 
 
Epifanio sostiene che le coppie che praticano questo atto sessuale lo fanno per riprodurre gli 
eventi che si manifestano nei regni celesti e rendere così 
possibile il loro ritorno alle dimore celesti dalle quali sono venuti, intrappolati in corpi mortali. 
Una delle cose interessanti di questa descrizione 
è che, a differenza del rituale del Priorato di Sion, che sembra celebrare il femminino, questo pare 
invece denigrarlo, in quanto rifiuta proprio le funzioni 
femminili del concepimento e della procreazione, poiché per la donna lo scopo dell’atto sessuale è 
di non rimanere incinta e di non dare alla luce dei 
bambini. Il ruolo della donna nell’atto sessuale, quindi, non è incentrato su ciò che la rende tale 
(tranne il fatto che ha il sangue mestruale). Non stupisce 
che Epifanio prosegua dichiarando che alcuni dei capi più illustri della comunità (tutti uomini) 
praticano un rituale che prevede la masturbazione, in 
modo da poter mangiare il corpo di Cristo nell’intimità delle loro stanze. 
 
È ben difficile credere a molte delle cose che Epifanio afferma su questo rituale e alcuni studiosi 
hanno dei dubbi sul suo fondamento storico. 
(NOTA 12) 
È certamente difficile stabilire da dove abbia appreso i dettagli, dal momento che si trattava di 
rituali segreti riservati ai soli membri, ai quali non 
era possibile assistere semplicemente pagando il biglietto; inoltre, anche gli stessi libri del gruppo, 
che Epifanio dichiara di aver letto, non erano 
sicuramente dei manuali di istruzioni. È possibile che qualcosa di simile a questi rituali accadesse 
veramente, oppure questa descrizione potrebbe essere 
interamente frutto dell’immaginazione fertile, e un tantino voyeuristica, di Epifanio. 
 
Conclusione 
 
È molto difficile per gli storici sapere in che modo valutare il ruolo delle donne e l’importanza del 
«femminino» nel primo cristianesimo. Vi sono cose, 
però, che possiamo dare per certe. Alle origini del movimento cristiano le donne avevano un ruolo 
di maggior rilievo rispetto a quello che ebbero successivamente. 

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Erano raffigurate in modo positivo nel ministero di Gesù e nelle primissime comunità cristiane 
associate a Paolo. Ma le forze patriarcali finirono per 
rendere noto il loro potere nel mondo cristiano, come è evidenziato, per esempio, nelle lettere 
pastorali, in cui alle donne viene ordinato di sottomettersi 
all’uomo. Eppure, nemmeno l’autorità di questi ordini scritti mise a tacere tutte le cristiane di 
allora, come dimostrano i racconti di Tecla, il montanismo 
e alcuni dei gruppi gnostici del II e del III secolo. 
 
Sarebbe tuttavia errato sostenere che in tutti gli ambienti in cui le donne erano importanti vi fosse 
una celebrazione del femminino, come abbiamo visto 
nel caso di Tertulliano e dei montanisti. Probabilmente l’ambito in cui le donne continuarono a 
esercitare la più grande autorità, e l’aspetto femminile 
della divinità fu celebrato con maggior costanza, è quello dei vari gruppi gnostici. Ma anche in 
questo caso ci si continua a chiedere se gli gnostici 
apprezzassero tutti l’elemento femminile in quanto tale oppure se ritenessero che le donne 
dovessero trascendere la propria femminilità per somigliare 
di più agli uomini o per raggiungere lo stato in cui non esistono più differenze tra maschio e 
femmina. In ogni modo, non è chiaro fino a che punto queste 
varie concezioni del femminino si manifestarono nella vita religiosa delle comunità, né se vi fosse 
una celebrazione rituale del femminino sacro o del 
principio femminile così come esso era presente nelle donne reali. 
 
La cosa certa è che prima di Costantino il cristianesimo non era una religione matriarcale, 
trasformatasi in patriarcale solo dopo l’intervento dell’imperatore 
romano. Nonostante le affermazioni del Codice da Vinci, il sistema patriarcale aveva trionfato 
durante gran parte del cristianesimo ben prima dell’inizio 
del IV secolo, e Costantino non ha nulla a che vedere con tutto ciò. 
 
Epilogo. 
 
Vorrei concludere questo libro nello stesso modo in cui ho cominciato, con una nota personale. Il 
primo corso che tenni alla University of North Carolina 
a Chapel Hill, dove arrivai nel 1988, si intitolava «Jesus in Myth, Tradition, and History» (Gesù: 
mito, tradizione e storia). Fortuna volle che il semestre 
cominciasse proprio in concomitanza con l’uscita nelle sale del film di Martin Scorsese L’ultima 
tentazione di Cristo. Volevo approfittarne per chiedere 
ai miei studenti di andare a vedere il film e scrivere una recensione, basata su ciò che avevano 
imparato in classe. Nel Nordest, la zona da cui venivo 
e dove avevo insegnato alla Rutgers University, in New Jersey, una richiesta del genere non 
avrebbe rappresentato un problema. Nel Sud, cuore della cosiddetta 
Bible Belt, 
(NOTA 1) 
mi attendeva però un duro risveglio. La mia richiesta suscitò una piccola insurrezione da parte 
degli studenti, molti dei quali provenivano da ambienti 
religiosi conservatori e consideravano un sacrilegio il fatto di vedere il film. Si rifiutarono di 
andare, dicendo che preferivano essere bocciati. 
 
Allora mi riuscì un po’ difficile crederci. Da giovani adulti quali erano, avrebbero dovuto rendersi 
conto che non è possibile criticare un film senza averlo 
visto, così come non si può criticare un libro senza averlo letto o un corso senza averlo 
frequentato; e invece manifestarono una forte avversione verso 

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quel film e rifiutarono di vederlo. Finii con l’eliminare ogni obbligo (pensai che, costringendoli a 
fare qualcosa che andava contro le loro convinzioni 
religiose, probabilmente avrei violato qualche diritto costituzionale) e misi la faccenda sul piano 
volontario: chi lo desiderava poteva venire con me 
a vedere il film e poi ne avremmo discusso davanti a una bella pizza. 
 
Quella prima volta il film non mi piacque molto (da allora mi è piaciuto sempre di più ogni volta 
che l’ho rivisto). Non piacque nemmeno a molti dei miei 
studenti. Il problema era rappresentato dalla relazione sessuale tra Gesù e Maria Maddalena 
(interpretati rispettivamente da Willem Dafoe e Barbara Hershey, 
che considero tuttora la migliore Maddalena mai vista), che secondo loro andava troppo oltre. 
Questo aspetto del film non mi disturbò più di tanto, non 
perché pensi che Gesù e Maria abbiano avuto davvero rapporti sessuali, ma perché faceva tutto 
parte della finzione cinematografica e non ci trovai nulla 
di male. Quello che mi diede fastidio fu il modo in cui veniva ritratto Gesù: come un uomo 
incapace di stabilire una volta per tutte la propria identità, 
che ora credeva di essere il messia, ora il Figlio dell’uomo, ora il Figlio di Dio e così via. Mi sembrò 
una scappatoia a cui Scorsese (o Kazantzakis, 
l’autore del libro da cui era tratto il film) era ricorso perché non sapeva decidersi su chi fosse Gesù, 
e di conseguenza, aveva scaricato tutti i suoi 
dubbi sul personaggio. Penso fossi preoccupato che gli spettatori potessero arrivare alla 
conclusione che Gesù era davvero così, indeciso sulla propria 
natura, mentre io lo vedevo in modo del tutto diverso, come un uomo pienamente consapevole 
della propria identità fin dall’inizio. 
 
All’epoca, tutto questo mi ricordò la reazione avuta all’uscita del film dei Monty Python Brian di 
Nazaret. Trovai certe parti del film scandalosamente 
divertenti, anche se devo ammettere che mi sentii terribilmente in colpa per aver riso durante la 
scena conclusiva della crocifissione, quando gli attori, 
appesi alla croce, si mettono a cantare tutti insieme «Always Look on the Bright Side of Life». In 
ogni caso, mi diede ancora più fastidio che la Palestina 
del I secolo fosse presentata come una terra piena di ebrei pazzi e apocalittici, tutti lì a predire 
questo o quello scenario per l’imminente fine del 
mondo. Pensai che gli spettatori avrebbero potuto credere che quella fosse davvero la realtà e 
l’immagine «storica» di Gesù avrebbe potuto risentirne ancora 
una volta. 
 
Nel frattempo, suppongo di essere diventato più vecchio e saggio, perché oggi L’ultima tentazione 
di Cristo e Brian di Nazaret mi piacciono quasi senza 
riserve e di tanto in tanto li faccio vedere agli studenti (per chissà quale motivo, oggi sollevo meno 
proteste). Soltanto un paio di mesi fa, però, sono 
rimasto di nuovo disgustato, più o meno per le stesse ragioni, dalla Passione di Cristo di Mel 
Gibson. Il messaggio centrale affidato al personaggio di 
Gesù mi è sembrato offensivo. Questa volta, il succo era grosso modo «più dolore, più guadagno»: 
le persone hanno un sacco di peccati da espiare, quindi 
Gesù ci si mette con grande vigore e viene percosso fino a diventare un ammasso sanguinolento 
proprio sotto i nostri occhi. E perché? Perché è esattamente 
ciò che deve fare. Il suo dolore è il nostro guadagno. Questo mi sembra in contrasto con la 
descrizione delle ultime ore di Gesù offertaci dai vangeli 
e non posso fare a meno di trovare il messaggio un po’ ripugnante. Comunque, suppongo che alla 
fine potrei ammorbidire la mia opinione anche su questo 
film. 

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Come si vede da questi esempi, per una ragione o per l’altra mi preoccupo che le persone possano 
farsi un’idea sbagliata del passato per il modo in cui 
viene rappresentato nella finzione cinematografica. Forse è soltanto una delle mie piccole manie di 
storico, ma la realtà è che i film storici sono uno 
dei mezzi principali per far riflettere la gente sul passato. Anche se dovrei essere ferrato sui fatti 
avvenuti all’inizio dell’epoca imperiale, confesso 
che mi è piaciuta moltissimo la trasmissione della BBC I, Claudius (Io, Claudio), grazie alla quale 
ho imparato alcune cose. Così come ho imparato qualcosa 
sulla Repubblica romana ai tempi di Mario, Silla e Giulio Cesare dai libri di Colleen McCullough (I 
giorni del potere, ecc.). Sebbene sia uno storico di 
professione, anche il mio modo di vedere il passato è influenzato dai film che vedo e dai libri che 
leggo. Questo deve essere tanto più vero per le persone 
che nella vita fanno tutt’altro e solo occasionalmente entrano in contatto con eventi del mondo 
antico, di solito non attraverso il lavoro di storici e 
studiosi di quel periodo, bensì attraverso libri e film. 
 
Talvolta devo ricordare a me stesso che noi storici siamo tipi strani: impariamo diverse lingue 
morte (il mio è un esempio tipico: greco, latino, siriaco, 
ebraico e copto); studiamo testi come le Scritture del Nuovo Testamento e le opere dei primi padri 
della Chiesa fin nei dettagli più complessi; passiamo 
ore e ore a leggere quello che altri storici hanno scritto a proposito di tali documenti. 
Naturalmente, per la maggior parte delle persone è diverso. Nella 
migliore delle ipotesi, la gente ha un moderato interesse per il mondo antico, un interesse che 
viene suscitato davvero solo da un film coinvolgente o 
un libro appassionante. 
 
Il Codice da Vinci, più di ogni altro libro recente, ci è riuscito. La trama è serrata, complessa, 
avvincente, affascinante, e i momenti storici in cui 
si discute del passato, soprattutto dell’antichità cristiana, sono integrati così bene nella finzione 
che il lettore sembra acquisire quasi senza fatica 
informazioni su Gesù, Maria Maddalena, l’imperatore Costantino, la formazione della Bibbia 
cristiana e i vangeli non canonici. Un modo davvero fantastico 
di imparare la storia, del tutto indolore! 
 
Chi legge un libro come Il Codice da Vinci, però, non ha modo di separare la verità storica dalla 
finzione letteraria. L’autore non ci aiuta dicendo quali 
affermazioni storiche sono inventate al pari dei personaggi e della trama del romanzo. In molti 
punti, lui stesso non può saperlo. In fondo è un romanziere, 
non uno storico. 
 
Per tornare al punto di partenza, questo è il motivo per cui ho deciso di scrivere il libro: non solo 
per correggere gli errori contenuti nel Codice da 
Vinci e dare un voto a Dan Brown; non per il timore che la fede delle persone religiose potesse 
incrinarsi se nessuno avesse fatto chiarezza; e di sicuro 
non per punire il romanzo in quanto opera di fantasia. Come tale mi piace davvero, l’ho anche 
consigliato ai miei amici (insieme ad altri otto milioni 
di persone). 
 
Il mio obiettivo, in realtà, era un po’ più modesto. Il Codice da Vinci è riuscito in modo brillante 
laddove gli storici professionisti hanno miseramente 

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fallito: ha suscitato la curiosità generale per una serie di questioni storiche riguardanti il 
cristianesimo delle origini. Sono cose che suscitano anche 
il mio interesse, e scrivere del Codice da Vinci mi ha permesso di parlarne. Uno dei motivi per cui 
mi interessano è che, be’, sono avvincenti. Alcuni 
hanno bisogno di un Codice da Vinci per vedere ciò che di stimolante c’è nel passato, non solo per 
dei tipi noiosi con l’aria da professore che per vivere 
leggono lingue morte, ma per le persone comuni che potrebbero trovare interessante imparare 
qualcosa su Gesù e Maria Maddalena, sull’imperatore Costantino 
o sull’origine dei libri del Nuovo Testamento. 
 
Se Dan Brown avesse chiarito tutti gli eventi citati nel suo romanzo, non avrei avuto alcun valido 
motivo per scrivere questo libro. Ma non l’ha fatto. 
Alcuni magari pensano che Brown possa (e debba) essere incolpato degli errori storici commessi; 
in fondo, non ci sarebbero volute grandi ricerche (qualche 
ora, forse) per scoprire che i manoscritti del Mar Morto non contenevano alcun documento 
cristiano, che il Vangelo di Filippo non è in aramaico e che non 
esistevano migliaia di documenti risalenti ai tempi di Gesù in cui si narrava la sua storia. D’altro 
canto, tengo a sottolineare ancora una volta che Dan 
Brown stava scrivendo un’opera di fantasia. Nonostante dichiari che le sue «descrizioni di … 
documenti … rispecchiano la realtà», non è così. Fa tutto 
parte della finzione narrativa. Per certi versi, ammetterlo può rendere la finzione più piacevole in 
quanto frutto della fantasia e dell’ingegno e, come 
potrebbero pensare alcuni, meno responsabile nei confronti della verità storica. D’altra parte, può 
anche aprire delle porte per quelle persone interessate 
a conoscere il passato, basandosi non sul racconto di una immaginaria ricerca del Graal, ma sulla 
documentazione storica. 
 
Per alcuni di noi tale documentazione è davvero importante, forse perché, per certi versi, la storia 
è come qualsiasi altra bella narrazione: viene raccontata 
più e più volte ed è piena di personaggi con cui possiamo identificarci, di trame e sottotrame di 
cui, in un modo o nell’altro, ci sentiamo parte. Il passato 
è una storia che possiamo vivere in prima persona, da cui possiamo trarre ispirazione per la nostra 
vita presente. È una storia vera, che contribuisce 
al modo in cui percepiamo noi stessi e il nostro posto nel mondo. Per questo motivo, se non per 
altri, è importante conoscere la verità su ciò che è accaduto 
in passato. Questa visione della storia è condivisa dai personaggi del Codice da Vinci. Ragione di 
più per vedere se la loro versione del passato è storicamente 
accurata, se le loro affermazioni in quel campo corrispondono alla realtà oppure sono solo voli di 
fantasia. 
 
Ringraziamenti. 
 
Vorrei ringraziare due persone per avermi aiutato a scrivere questo libro. La prima è Robert 
Miller, mio amico e editor presso la Oxford University Press, 
che ha avuto l’idea, mi ha convinto a realizzarla e ha letto il manoscritto con occhio attento ai 
dettagli. L’altra è Andrew Jacobs, mio ex studente alla 
University of California di Riverside, che con i suoi commenti precisi e approfonditi è andato ben 
oltre l’amicizia e la solidarietà tra colleghi. 
 
 
Note. 
 

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Tutti i brani del Codice da Vinci riportati nel testo sono tratti dall’edizione italiana del libro, 
Milano, Mondadori, 2003. 
 
Il cristianesimo primitivo e il ruolo di Costantino. 
1 Per ulteriori informazioni sulla persecuzione dei primi cristiani si veda Bart D. Ehrman, After the 
New Testament: A Reader in Early Christianity, New 
York, Oxford University Press, 1999, cap. 3; e Bart D. Ehrman e Andrew S. Jacobs, Christianity in 
Late Antiquity 300-450 C.E.: A Reader, New York, Oxford 
University Press, 2004, cap. 2. 
2 Anche gli ebrei, naturalmente, non adoravano gli dèi pagani, ma costituivano un’eccezione 
tollerabile, perché la loro tradizione era antica e degna di 
rispetto e perché non interferivano con l’altrui adorazione degli dei. 
3 Si veda Ehrman e Jacobs, Christianity in Late Antiquity, cit., pp. 30-43. 
4 James Carroll, Constantine’s Sword: The Church and the Jews, Boston, Houghton Mifflin, 2001, 
p. 171. 
5 Forse perfino Marco non credeva che Gesù, in qualità di “Figlio di Dio”, fosse divino. Ma è così 
che il suo scritto fu recepito nei secoli successivi. 
Si veda Bart D. Ehrman, The New Testament: A Historical Introduction to the Early Christian 
Writings, 3rd ed., New York, Oxford University Press, 2004, 
pp. 69-70. 
6 Si veda Ehrman e Jacobs, Christianity in Late Antiquity, cit., pp. 155-66. 
7 Idem, pp. 251-55. 
 
Il ritrovamento dei Rotoli del Mar Morto... 
1 Per Leigh Teabing, ovviamente, il “Graal” è Maria Maddalena e i documenti della biblioteca di 
Nag Hammadi parlano di lei, ma non ne parlano come di colei 
che portava in grembo il seme di Gesù. E i Rotoli del Mar Morto non la citano mai. 
2 Per un utilissimo compendio di informazioni sui Rotoli del Mar Morto, si veda Joseph A. 
Fitzmyer, Responses to 101 Questions on the Dead Sea Scrolls, 
New York, Paulist Press, 1982; trad. it. di Mauro Giordano, Qumran: le domande e le risposte 
essenziali sui manoscritti del Mar Morto, Brescia, Queriniana, 
1994. Lo studio attendibile più recente è quello di James Vanderkam, The Meaning of the Dead Sea 
Scrolls: Their Significance for Understanding the Bible, 
Judaism, Jesus, and Christianity, San Francisco, HarperSanFrancisco, 2002. Per gli aspetti 
archeologici si veda Jodi Magness, The Archaeology of Qumran 
and the Dead Sea Scroll, Grand Rapids, Eerdmans, 2002. 
3 Alcuni studiosi hanno affermato che la Grotta 7 conteneva frammenti dei testi del Nuovo 
Testamento, ma non sono riusciti a convincere gli esperti della 
loro tesi. Si veda Joseph A. Fitzmyer, Responses…, cit., pp.16, 104-10. 
4 Il passo è tratto, con qualche piccola modifica, dal mio libro Lost Christianities: The Battles for 
Scripture and the Faiths We Never Knew, New York, 
Oxford University Press, 2004, pp. 52-55. Per i dettagli sono debitore a James A. Robinson, 
“Introduction”, The Nag Hammadi Library in English, 4th rev. 
ed., Leiden, Brill, 1996. 
5 Il particolare dello scheletro non si trova di solito nei resoconti pubblicati; deriva da una 
conversazione privata dell’autore con Bastiaan von Elderen 
in occasione della “Scriptorium Conference” tenutasi a Hereford, in Inghilterra, nel maggio 1998. 
Elderen aveva diretto il team di archeologi responsabile 
dell’esplorazione del sito di Nag Hammadi. 
6 Si veda l’autorevole resoconto di Robinson, nella “Introduction” a, The Nag Hammadi…, cit. Il 
più noto e influente tra i molti studi su questi scritti 

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è quello di Elaine Pagels, The Gnostic Gospels, New York, Random House, 1979; trad. it. I Vangeli 
gnostici, Milano, Mondadori, 1981. 
7 Per la traduzione della lettera si veda Ehrman e Jacobs, Christianity in Late Antiquity, cit., pp. 
422-27. 
 
Gli altri Vangeli. 
1 Si veda, per esempio, la raccolta nel mio libro Lost Scriptures: Books That Did Not Make It into 
the New Testament, New York, Oxford University Press, 
2004. 
2 La traduzione del Vangelo dello Pseudo Tommaso e degli altri apocrifi citati nel capitolo è tratta 
dal volume I Vangeli apocrifi, a cura di Marcello Craveri, 
con un saggio di Geno Pampaloni, Torino, Einaudi, 1990. [NdT] 
3 Buona parte di questa analisi è tratta dal mio libro Lost Christianities..., cit., pp. 204-5. 
4 Idem, pp. 18-20. 
5 Idem, pp. 185-187. 
6 La traduzione dell’Apocalisse di Pietro è tratta dal volume Apocalissi gnostiche: le apocalissi di 
Adamo, Pietro, Giacomo, Paolo, a cura di Luigi Moraldi, 
Milano, Adelphi, 1987. [NdT] 
7 Buona parte di questa analisi è tratta dal mio libro Lost Christianities..., cit., pp. 54-64. 
8 Si veda Bart D. Ehrman, The New Testament: A Historical Introduction to the Early Christian 
Writings, 3a ed., New York, Oxford University Press, 2003, 
cap. 24. 
9 Si confrontino le parole del filosofo ebreo Filone di Alessandria del I secolo dopo Cristo: “Poiché 
il progresso non è altro che la rinuncia al genere 
femminile che viene trasformato in maschile; poiché il genere femminile è materiale, passivo, 
corporeo e percettibile ai sensi, mentre quello maschile 
è attivo, razionale, incorporeo e più affine alla mente e al pensiero”. Si veda anche Dale B. Martin, 
The Corinthian Body, New Haven, Yale University Press, 
1995, p. 33. 
 
Costantino e la formazione del canone neotestamentario. 
1 Alcuni ebrei, tra cui Gesú, accettavano come sacri anche altri libri quali, per esempio, le Scritture 
dei profeti e i Salmi. 
2 Per un esame più completo della formazione del canone cristiano del Nuovo Testamento si veda 
Bart D. Ehrman, Lost Christianities…, cit., cap. 11. 
3 Si veda in particolare il Discorso della Montagna, Mt 5-7. 
4 Si veda l’analisi in Bart D. Ehrman, The New Testament: A Historical Introduction ..., cit., cap. 
23. 
5 Per una trattazione più ampia di queste dispute, si veda il mio libro Lost Christianities…, cit., 
cap. 11. 
6 Per un’analisi completa su Marcione e il suo credo, si veda il mio libro Lost Christianities…, cit., 
cap. 5. 
7 Ireneo di Lione, Contro le eresie e altri scritti, seconda edizione, a cura di Enzo Bellini e per la 
nuova edizione di Giorgio Maschio, Milano, Jaca Book, 
1997. 
8 Ho tratto alcune parti dell’analisi che segue da Lost Christianities…, cit., pp. 240-244. 
9 Bruce M. Metzger, Il canone del Nuovo Testamento: origine, sviluppo e significato, trad. it. di 
Dante Nardo, Brescia, Paiedeia, 1997. 
10 Quando Eusebio delinea le categorie di testi (potenzialmente) sacri in questa discussione, è 
notoriamente poco chiaro, o viene interpretato erroneamente. 
Si veda Bruce M. Metzger, Il canone del Nuovo Testamento..., cit. 

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11 Eusebio di Cesarea, Sulla vita di Costantino. Introduzione, traduzione e note a cura di Luigi 
Tartaglia, Napoli, D’Auria, 1984. Si veda Bruce M. Metzger 
e Bart D. Ehrman, The Text of the New Testament: Its Transmission, Corruption, and Restoration, 
4th ed., New York, Oxford University Press, 2004. 
 
Le fonti storiche su Gesù. 
1 Per un’analisi più completa di queste e di tutte le altre fonti non canoniche a nostra disposizione, 
si veda Bart D. Ehrman, Jesus. Apocalyptic Prophet 
of the New Millennium, New York, Oxford University Press, 1999, cap. 4. 
2 Ibidem. 
3 Si veda William V. Harris, Ancient Literacy, Cambridge (MA), Harvard University Press, 1989; 
trad. it. di Maria Rosaria Falivene, Lettura e istruzione 
nel mondo antico, Roma, Laterza, 1991. 
4 Per il livello di alfabetizzazione della popolazione ebraica, si veda Catherine Hezser, Jewish 
Literacy in Roman Palestine, Tübingen, Mohr Siebeck, 2001. 
5 Per un’analisi più completa, si veda Bart D. Ehrman, Jesus. Apocalyptic Prophet…, cit., cap. 3. 
6 Nato da una donna (Gal 4, 4), aveva dodici discepoli (1 Cor 15, 5) e diversi fratelli (1 Cor 9, 5), 
uno dei quali si chiamava Giacomo (Gal 9, 5); si fece 
servitore dei circoncisi (Rm 15, 8), istituì l’Eucaristia (1 Cor 11, 22-24) e fu crocifisso (1 Cor 2, 2). 
7 Questo vale anche per Gv 21, 24, dove l’autore parla di un testimone oculare, “il discepolo che 
rende testimonianza su questi fatti”, ma lo fa come se 
si trattasse di qualcun altro. Da notare quello che dice subito dopo: “E noi sappiamo che la sua 
testimonianza è vera”. Non afferma di essere il testimone 
oculare, bensì un autore che riferisce la sua testimonianza. 
8 Per ulteriori informazioni su queste fonti, e prove della loro esistenza, si veda Bart D. Ehrman, 
The New Testament. A Historical Introduction..., cit., 
cap. 6. 
9 Idem, cap. 10. 
10 Si veda Bart D. Ehrman, Jesus. Apocalyptic Prophet..., cap. 2. 
 
Il Gesù storico. 
1 Per ulteriori spiegazioni su questi criteri, si veda Bart D. Ehrman, Jesus. Apocalyptic Prophet of 
the New Millennium, New York, Oxford University Press, 
1999, cap. 6. 
2 Idem, capp. 8-10. 
3 Tutte queste affermazioni sono state fatte da esperti (e non) impegnati nello studio della figura 
storica di Gesù. Si veda Bart D. Ehrman, Jesus Apocalyptic..., 
cit., pp. 21-22. 
 
Gesù, Maria Maddalena e il matrimonio. 
1 Michael Baigent et al., Holy Blood, Holy Grail, New York, Delta, 1982; trad. it. di Roberta 
Rambelli Pollini, Il Santo Graal. Una catena di misteri lunga 
duemila anni, Milano, Mondadori, 1982. 
2 Delle centinaia di studiosi del Nuovo Testamento che conosco personalmente – i quali 
analizzano questi testi per mestiere e sono esperti delle lingue 
antiche necessarie per farlo – non ce n’è uno, che io sappia, che giudichi le affermazioni del libro 
storicamente attendibili. 
3 Sono stati pubblicati moltissimi testi sulle donne nel primo cristianesimo e nelle immediate 
vicinanze. Uno dei più accessibili è Ross Kraemer, Her Share 
of the Blessings. Women’s Religions Among Pagans, Jews, and Christians in the Greco-Roman 
World, New York, Oxford University Press, 1992. Si vedano anche 

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i saggi contenuti in Ross Kraemer e Mary Rose D’Angelo, Women and Christian Origins, New 
York, Oxford University Press, 1999. 
4 Molte di queste informazioni sono tratte dalla dissertazione nel mio libro The New Testament. A 
Historical Introduction…, cit., cap. 24. 
5 La trattazione più convincente e autorevole è quella di Elisabeth Schüssler Fiorenza, In Memory 
of Her. A Feminist Theological Reconstruction of Christian 
Origins, New York, Crossroad, 1983; ed. it. a cura di Mirella Corsani Comba, In memoria di Lei. 
Una ricostruzione femminista delle origini cristiane, Torino, 
Claudiana, 1990. 
6 Si veda in particolare William E. Phipps, Was Jesus Married? The Distortion of Sexuality in the 
Christian Tradition, Lanham, MD, University Press of America, 
1986. 
7. Si veda l’articolo sugli Esseni di John Collins in David Noel Freedman (a cura di) The Anchor 
Bible Dictionary, vol. II, New York, Doubleday, 1992, pp. 
619-26. 
 
Il femminino nel primo cristianesimo. 
1 Buona parte di questa analisi è tratta dal mio libro The New Testament…, cit., cap. 24. 
2 Per un’analisi più approfondita si veda Bart D. Ehrman, Lost Christianities..., cit., cap. 2. 
3 Per le prove si veda Bart D. Ehrman, The New Testament…, cit., cap. 23. 
4 Alcuni lettori avranno notato che i versetti in 1 Timoteo suonano sorprendentemente simili a 
quelli presenti in 1 Corinzi, lettera che Paolo quasi sicuramente 
scrisse. Alcune ragioni, tuttavia, inducono a ritenere che Paolo in realtà non scrisse 1 Cor 14, 34-35, 
ma che questi versetti furono aggiunti alla sua 
lettera da un autore successivo, sulla base della sua conoscenza di 1 Tm 2, 11-15. Si veda Bart D. 
Ehrman, The New Testament…, p. 402. 
5 Per un’analisi più approfondita si veda Bart D. Ehrman, Jesus. Apocalyptic Prophet of the New 
Millennium, New York, Oxford University Press, 1999, pp. 
16-17; e la biografia lì citata. 
6 Traduzione italiana tratta da Sandra Isetta (a cura di), Tertulliano. L’eleganza delle donne, 
Firenze, Nardini Editore, 1986. [NdT] 
7 Uno studio autorevole sul pensiero gnostico e sulle sue fonti è Kurt Rudolph, La gnosi. Natura e 
storia di una religione tardoantica, ed. it. a cura di 
Claudio Gianotto, Brescia, Paideia, 2000; per un’analisi più breve si veda Ehrman, Lost 
Christianities…, cit., cap. 6. 
8 Per quanto segue mi rifaccio ai miei commenti in Lost Scriptures.., cit., p. 35. 
9 Idem, p. 38. 
10 Si veda la serie di opinioni presenti nella raccolta di saggi a cura di Karen King, Images of the 
Femminine in Gnosticism, 2nd ed., Harrisburg (PA), 
Trinity Press International, 2000. 
11 Si veda la mia analisi in Lost Christianities…, cit., pp. 198-01. 
12 Ibid. 
 
Epilogo. 
1 Il termine è usato per indicare la regione sudoccidentale degli Stati Uniti, caratterizzata da una 
profonda fede religiosa (protestante) e una rigida 
interpretazione della Bibbia. [NdT]